Un tavolo per la ripartenzaIl dibattito sulla riapertura dell’Italia non ha alcun senso, se non si progetta come riaprirla

Appello per pianificare il paese dopo il virus e per riorganizzare a prova di epidemia le città, il sistema produttivo, i trasporti e le infrastrutture

(ANDY BUCHANAN / AFP)

Il dibattito su quando riaprire l’Italia non ha alcun senso se nessuno progetta seriamente come riaprire il paese, il continente, il mondo globalizzato sfiancati dalla pandemia. Il virus starà qui a tormentarci ancora per un anno o un anno e mezzo, fino a quando il vaccino e le cure saranno disponibili oppure se lui stesso deciderà di togliere il disturbo, per cui sostenere che bisogna riaprire qui e riaprire lì è soltanto una chiacchiera fine a sé stessa, perché è ovvio che sia necessario ripartire il più presto possibile, ma la parola chiave qui è “possibile”, non “riaprire” e non “presto”. 

Progettare il “possibile” è il nostro compito, assieme a limitare i contagi, salvare il sistema sanitario e sostenere le famiglie e le imprese, sapendo che non ci sarà nessuna cerimonia di resa dell’avversario né un giorno di liberazione dalla sua occupazione seguito dal ritorno alla vita come era prima. 

La ripartenza deve essere programmata, la vita post coronavirus ripensata, le infrastrutture sociali riprogettate. L’unico che ne parla è il sindaco di Milano Beppe Sala, ma questa non è una materia che possa essere lasciata all’iniziativa di un singolo. 

Il premier Conte non sa che pesci prendere, consigliato com’è da Rocco Casalino del Grande Fratello e da Gunter Pauli dell’economia blu dipinta di blu. I loro leader a cinque stelle si fingono estranei, Salvini è un irresponsabile ciarlatano che lavora per distruggere il paese e azzerare la ricchezza degli italiani, Meloni non si ferma, il Pd non esiste, Renzi si agita ma è detestato più del corona. Mario Draghi ha la solidità e la credibilità necessari per rassicurare gli altri Stati europei, il Piano Bridge è la cosa più intelligente prodotta per aiutare la ripresa economica. 

Tutto questo serve, ma non è sufficiente perché c’è da immaginare il futuro. Non basta invocare il Piano Marshall o i soldi da distribuire a pioggia da un elicottero, quasi avessimo vinto al Totocalcio: i denari sono necessari e certo dovranno essere usati per rafforzare gli ospedali e sostenere chi ha perso il lavoro, ma dovranno servire anche e soprattutto a ripianificare anche e soprattutto le città, la società, il sistema produttivo. 

Lo studioso delle città Richard Florida ha preparato per la Brookings Institution un canovaccio dei primi interventi da fare, da fare subito, a cominciare dalla riorganizzazione a prova di epidemia degli aeroporti, degli spazi pubblici, degli stadi, dei teatri, dei centri convegni, dei marciapiedi, dei luoghi di lavoro e delle infrastrutture vitali di una società contemporanea, con nuove regole permanenti per ridurre gli affollamenti, per mantenere le distanze, per disinfettarsi le mani, per controllare all’istante la temperatura, per limitare i posti disponibili. Così come abbiano cambiato abitudini e comportamenti di massa dopo l’11 settembre 2001, sacrificando un pizzico della nostra libertà, saremo costretti a rifarlo per contrastare il nuovo nemico della società aperta. 

Abbiamo però bisogno di una leadership politica e culturale all’altezza, non di quaquaraquà. Serve convocare le migliori intelligenze del paese intorno a un “tavolo per la ripartenza” che coinvolga industriali e sindacati, ingegneri e urbanisti, economisti e informatici, sindaci e governatori, possibilmente dotati di un curriculum con zero presenze nei talk show televisivi, per riprogettare la catena produttiva e gli spazi di socialità in modo da far ripartire prima i servizi e le produzioni strategiche, e poi tutte le altre, in condizioni di sicurezza per i lavoratori, per i cittadini e per tutto il sistema. 

Bene, ora torniamo a parlare degli gnocchi di Salvini, delle arance rosse Di Maio e dei video di Meloni.