Conte & CasalinoPossiamo tollerarli come comandanti in capo, non come poeti

Starsene chiusi in casa è già abbastanza deprimente, senza bisogno di aggiungerci il quotidiano supplizio delle conferenze stampa che si auto smentiscono e dei discorsi al caminetto del premier

Alberto PIZZOLI / AFP

Negli ultimi tempi abbiamo dovuto fare il callo a molte forzature e accettare come dati di fatto scelte che in qualsiasi altro momento avremmo considerato inaccettabili. Ci siamo persino sforzati di guardare a Giuseppe Conte come al nostro comandante in capo, e a Rocco Casalino come al portavoce del governo. Ma c’è un limite a tutto. Starsene chiusi in casa dalla mattina alla sera è già abbastanza deprimente, senza bisogno di aggiungerci il quotidiano supplizio delle conferenze stampa che si auto smentiscono, del capo della Protezione civile che prima dà i numeri e poi dice che non sono attendibili (ma perché darceli, allora?), dei decreti e delle ordinanze che s’inseguono e si rinnegano reciprocamente, ma soprattutto dei discorsi al caminetto di Conte. Quelli in cui l’avvocato del popolo, a cadenza ormai plurisettimanale, ci illustra un decreto che non c’è, che è diverso da quello anticipato fino a un minuto prima e pure da quello che apparirà molte ore dopo, quando si decideranno a pubblicarlo.

Tutto abbiamo sopportato in silenzio, persino che il governo nominasse consulente economico un signore – Gunter Pauli – il quale sulla crisi del coronavirus propala fantascientifiche correlazioni tra diffusione dell’epidemia e 5G, sostiene che «la soluzione non è più la disinfezione: la soluzione è rafforzare il nostro sistema immunitario con aria, acqua e cibo sani», e dichiara che grazie al virus «la Terra sta di nuovo respirando». E avremmo volentieri continuato a ignorarlo, se ieri la stessa solfa non ci fosse stata nuovamente propinata dal presidente del Consiglio in persona, nella conferenza stampa di presentazione dell’immancabile decreto quotidiano, con quel micidiale miscuglio di anglismi da ufficio marketing e latino avvocatizio in cui si avvicendano senza tregua i «siamo confidenti che» e i «modus procedendi», per precipitare inesorabilmente nel lirismo da decrescita felice alla Pauli, la più insidiosa e regressiva di tutte le filosofie da cioccolatino.

Per dire cioè agli italiani che presto potranno tornare «a un migliore stile di vita», perché «questa prova durissima che stiamo affrontando ci renderà migliori». Perché questo (prendete fiato) «è il momento in cui tutti quanti, io stesso, ma credo ognuno di voi, sta riflettendo anche su quel che ha fatto, sulla propria vita, sul proprio stile di vita, sulla propria scala di valori; questa è l’occasione per fermarsi a fare delle riflessioni che di solito noi non riusciamo a fare, perché siamo presi da un tran tran frenetico, un via vai frenetico, che da questo punto di vista oggi queste giornate, ahimè, purtroppo, abbiamo più tempo per riflettere, e io credo davvero che ne approfitteremo anche per trarne il giusto insegnamento». Ed è una vera fortuna che a nessuno dei giornalisti collegati in video-conferenza sia saltato in mente di chiedergli quale.