Partorire positivoLa pandemia ha cambiato il modo di far nascere i bambini

La dottoressa Daniela Galliano spiega che, nonostante i casi di neonati malati di Covid-19, con madri affette e febbricitanti, non ci sono prove che dimostrino un contagio attraverso la placenta. Tutto avverrebbe dopo, attraverso il contatto fisico

Raul ARBOLEDA / AFP
Raul ARBOLEDA / AFP

Ad Aosta un neonato è risultato positivo al coronavirus. Anche la madre, che al momento del parto – avvenuto nella notte tra giovedì 16 e venerdì 17 – aveva 38 di febbre, ne è affetta. Non è il primo caso: sempre allo stesso ospedale, il Beauregard, un’altra donna contagiata (ma asintomatica) ha avuto, qualche giorno prima, un bambino. Anche lui positivo e asintomatico. È una situazione che desta allarme: il virus si può trasmettere da madre in figlio, prima ancora della nascita? Secondo gli studiosi, no.

Come spiega Daniela Galliano, ginecologa ed esperta di medicina della riproduzione, a capo dell’Istituto Valenciano di Infertilità di Roma, autrice per Piemme di “Quanto ti vorrei”, uscito («purtroppo») a marzo, «tutte le ricerche condotte finora escludono che il virus venga trasmesso attraverso la placenta». Lo sostiene uno studio apparso su Lancet, condotto su donne cinesi, seguito da un articolo di JAMA Pediatrics. «Il neonato viene infettato nei momenti successivi alla sua nascita».

Con alcuni margini di dubbio, visto che «nel secondo studio sono stati presi in esame 33 bambini e tre di questi presentavano sintomi da polmonite con immunoglobuline G molto elevate». Si tratta delle ormai famose IgG, gli anticorpi che segnalano una risposta immunitaria al virus e che sorgono almeno 14 giorni dopo l’infezione.

Questo significherebbe che il feto ha contratto il virus prima di nascere? «Non è detto. Stiamo comunque parlando di un tipo di esame indiretto – come sono i test sierologici – e, a ben guardare si tratta di un numero molto basso». Eppure, secondo logica, basterebbe anche solo un caso a cambiare ogni scenario. «Ma bisogna ricordare che questo tipo di test, per la sua stessa natura, genera un numero molto alto di falsi positivi e falsi negativi».

Questo lo rende non sempre affidabile sugli adulti e, senza dubbio, «non costituisce una dimostrazione definitiva». Anzi. «Studi futuri, su basi di dati molto più ampie, ci permetteranno di approfondire la questione. Ma al momento le conclusioni vanno tutte in una direzione». Cioè che non si trasmette nell’utero della madre.

Focalizzandosi invece sulle madri, Galliano ricorda che «la gravidanza porta a una depressione del sistema immunitario. Per questo è consigliato alle donne incinte di non uscire e di controllare con molta attenzione tutti i contatti che hanno ogni giorno. Per loro il rischio di contrarre l’infezione è più alto».

Va invece sgombrato il campo da una fake news: «Non è vero che se una donna incinta risulta positiva al coronavirus dovrà per forza sottoporsi al parto cesareo». Una convinzione che si era diffusa guardando a ciò che avveniva in Cina, «dove tutti facevano così», ma che, in realtà, non ha alcun fondamento. «Sono altri i criteri che orientano la scelta della tipologia di parto: la posizione del feto, come è noto, o altre questioni fisiologiche». Non il virus.

Non ci sono rischi nemmeno nel momento dell’allattamento, «che anzi è consigliato», anche se – puntualizza – «bisogna seguire delle procedure di sicurezza». Il bambino potrà stare vicino alla madre, sì, ma lei dovrà avere la mascherina.

In generale, con il coronavirus tutto ciò che avviene durante il parto cambia e deve cambiare. «Già da tempo il padre non è ammesso in sala», mentre le procedure per medici e ostetriche sono diventate più stringenti. E la madre potrà baciare il bambino? «Se è positiva, certo che no». Altro limite del Covid-19. Anche tra madre e figlio appena nato ogni contatto dovrà avvenire con la massima cautela e con tutte le precauzioni possibili. «Dovrà aspettare», insomma. Anche se, sulla base delle osservazioni disponibili, sembra che i bambini affetti reagiscano bene al virus.

Daniela Galliano, ginecologa ed esperta di medicina della riproduzione

Ma gli effetti del virus (e della quarantena) vanno a interessare anche un’altra area medica, di cui si parla poco. «Tutti i trattamenti di fecondazione assistita», spiega Galliano, «li abbiamo dovuti fermare». Questo «ha effetti importanti, perché l’infertilità gioca proprio sul fattore tempo». I mesi di lockdown diventano, per alcune coppie che già hanno difficoltà a veder realizzare il proprio progetto di famiglia, un fardello grave, «con ricadute psicologiche». Devono aspettare ancora, quando sanno che gli anni a disposizione sono pochi.

«L’infertilità è stata dichiarata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità una malattia. Colpisce uomini e donne, crea loro un senso di impotenza e ne mina l’identità stessa». È una ferita che le donne vivono «con un senso di colpa», mentre per l’uomo «mette in discussione la virilità».

Ci sono modalità per prevenirla, spiega, soprattutto intervenendo sulle abitudini di vita, anche se «il fattore età resta sempre il più importante». Dopo i 35 anni le possibilità di rimanere incinte si dimezzano. «Nei secoli sono cambiate le nostre abitudini, ma la biologia no».

Forse trovare un equilibrio tra il dilemma studio-carriera e maternità, che attanaglia molte donne è possibile. Il congelamento degli ovociti, suggerisce, si può fare (si consiglia) tra i 20 e i 35 anni. «In Spagna, Paese all’apparenza molto simile al nostro, è più diffuso che qui».

È questo, conclude, insieme alle storie personali e ai drammi interiori, il senso del suo libro. «I cui proventi andranno alla onlus A mano a mano» fondata da lei e che si occupa di aiutare bambini e donne in difficoltà, anche contro violenze e abusi.

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