Alessandro Rosina«Questa crisi cambierà anche la famiglia italiana, ma non nel profondo»

Il modello italiano (o meglio ancora mediterraneo) compensa, con la sua solidarietà generazionale, i limiti del welfare statale. In questa crisi può rivelarsi una risorsa vincente, ma come dopo ogni shock ne risulterà cambiato per sempre

Tiziana FABI / AFP
Tiziana FABI / AFP

Forse è stata una delle cause della grande diffusione del contagio. Ma potrebbe essere anche una delle vie d’uscita o, almeno, uno dei modi per resistere meglio ai morsi della crisi sanitaria. È la struttura familiare italiana, come ricorda Le Monde o – come dice in modo più esteso Alessandro Rosina, ordinario di Demografia e Statistica sociale nella Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano – mediterranea, dal momento che riguarda «anche la Spagna e, in parte la Grecia». Un piccolo universo fondato su legami «intergenerazionali intensi e duraturi, da cui i più giovani tendono a separarsi in ritardo, rispetto agli omologhi europei e da dove, comunque, tendono a non allontanarsi più di tanto». Si cambia casa, ma ci si stabilisce comunque vicino a nonni e genitori.

E questo può essere un vantaggio, con il coronavirus?
Dipende. Quello che è certo è che le caratteristiche del sistema familiare italiano si prestano bene per fornire un supporto tra generazioni. A differenza di altri Paesi, l’istituzionalizzazione degli anziani è più bassa. Giovani e vecchi vivono vicini e, in tempi normali, spesso sono i nonni o i genitori ad aiutare i figli a prendere casa, o a trovare un lavoro. Sono legami che si intrecciano a un supporto continuo, sia materiale – cioè economico – che emotivo, e che vale per tutte le fasi della vita. È la sua natura, anche antropologica, che si estende all’attuale funzione: compensare mancate misure di welfare pubbliche.

In che senso?
Nel resto d’Europa, se viene meno l’intervento del welfare, i problemi emergono prima e in modo più marcato. In Italia meno. Se nel resto d’Europa aumentano le difficoltà per le misure nella conciliazione tra lavoro e famiglia, la questione è grave. In Italia meno.

Perché ci sono i nonni che hanno la pensione e badano ai nipoti.
Esatto. Una rete familiare che, soprattutto nei momenti di crisi, torna a emergere nella sua solidità. Ma attenzione: non è detto che la crisi metta in atto queste caratteristiche virtuose del sistema familiare e che, soprattutto, le mantenga nella stessa forma.

Cosa intende?
Il coronavirus – e lo si vede già adesso – imporrà dei cambiamenti di scenario con i quali la famiglia italiana dovrà confrontarsi. Riprendere la vita normale imporrà alcune misure che ne altereranno gli equilibri. Ad esempio, con i genitori che tornano a lavorare, come ci si prenderà cura dei bambini? I nonni resteranno a lungo a rischio contagio e non potranno più coinvolgerli. È qui che l’assenza di strumenti di welfare si farà notare di più.

Ci saranno maggiori richieste di intervento da parte degli organismi pubblici?
È possibile. È anche vero che la famiglia italiana ha retto, finora, a tutti gli shock possibili. Ha saputo cambiare, adattarsi a situazioni nuove e inaspettate, soprattutto quelle drammatiche. Ha sempre saputo erogare quella solidarietà costitutiva che la caratterizza.

Ci riuscirà anche stavolta?
Immagino di sì. Teniamo presente che si tratta comunque di un codice antropologico profondo e radicato. L’unica cosa è che, in una situazione nuova, deve trovare delle forme nuove, delle modalità da sperimentare. Allora è questa la sfida: da un lato, far crescere una maggiore offerta di servizi formali, quelle misure di welfare che funzionano da rete di protezione negli altri Paesi e che in Italia, per molte ragioni, sono assenti. Dall’altra, trovare nuovi canali per mettere in campo le proprie risorse. Ha superato, ripeto, qualsiasi sfida storica e qualsiasi shock. Vedremo come ne uscirà da questa.