Uniti nelle diversitàCome gli Stati europei si preparano alla fase 2, anzi no

La Spagna pensa a una riapertura differenziata per regione, in Francia il déconfinement scatterà lunedì 11 maggio. Mentre il Lussemburgo annuncia test per tutta la popolazione

Afp

Meno male che lo ha detto Pedro Sánchez, verrebbe da dire. Il premier spagnolo ha scelto un percorso diverso da quello degli altri Stati europei per uscire dal lockdown e prima di annunciare la fatidica Fase 2 ci ha pensato un bel po’. Tra ritardi, attese, consultazioni e pressioni delle Comunità Autonome, il programma spagnolo di ritorno alla normalità non ha date precise per le riaperture dei negozi, spiagge o bar, come è accaduto per tutta Europa.  Le misure restrittive verranno allentante un poco alla volta, con periodi di transizione tra una fase e l’altra che dureranno circa due settimane, giusto il tempo di incubazione del virus, e poi entro la fine di giugno il ritorno alla normalità dovrebbe essere completato. Nessuna Fase 2 dunque, che sarebbe troppo prematura per un Paese che ha subito 23.521 decessi e 209.465 contagiati.

Le zone geografiche conteranno molto di più rispetto a quanto fatto dall’Italia, e ognuna avrà il suo momento per ripartire a seconda dei contagi registrati e della necessità di far ripartire il turismo che, in Spagna, occupa il 12 per cento del Prodotto interno lordo.

Le prime a ripartire saranno le isole (Canarie e Baleari) e le zone rurali, poi toccherà alle città, dove si è concentrata la maggior parte dei casi di contagio, in particolare a Madrid e a Barcellona. Un piano elastico, a fasi alterne che andranno dalla 0 alla 3 in maniera graduale, comprendendo in mezzo delle intermediazioni senza bruschi e repentini cambi. Insomma, la Spagna avvia una fase “Quasi 1”, con un piede dentro e un piede fuori dal tunnel. 

Mentre Sánchez si morde la lingua e chiede pazienza prima di parlare di Fase 2, in Italia, è partita la fase 1,5. Le task force costruite ad hoc dal Governo Conte  elaborano un piano non così permissivo per il prossimo 4 maggio e offrono il fianco alle critiche senza sosta dell’opposizione.

La paura forse non è del tutto sbagliato, a giudicare da quanto sta accadendo in Germania. Stando ai dati divulgati dal Robert Koch Institut, dopo una riapertura delle misure restrittive, con rientri a scuola e negozi aperti, il tasso di contagio, il cosiddetto R0 che definisce il numero di persone infettate da ogni ammalato di Covid-19, è risalito a 1. 

Per dirlo in parole semplici: ogni persona contagiata è in grado di infettarne un’altra. O ancora: il corso dell’epidemia è costante, con un numero quasi identico di guariti e nuovi contagiati o morti. In tutto sono 156.337 casi dall’inizio dell’emergenza e 5.913 i decessi. Ma più che un dato sanitario, è soprattutto un dato politico.

La Germania era stata presa come esempio da molti leader europei, anche nostrani, per non aver dato spazio alla paura e aver azzardato un ritorno alla vita normale prima di tutto. Dietrofront necessario. Il governo federale di Berlino e le regioni hanno in programma per giovedì nuove consultazioni destinate a preparare la strada a possibili ulteriori revoche delle norme, con in testa la cancelliera Angela Merkel, che da sempre si era battuta per una maggiore prudenza.

Il presidente del Bundestag, Wolfgang Schäuble, dal canto suo ha ribadito di «non lasciare le decisioni interamente nelle mani dei virologi», ma di «tenere conto di tutte le implicazioni economiche, sociali e psicologiche». Anche in questo caso: Fase 2? Non proprio. 

In Francia, Il primo ministro Edouard Philippe ha presentato martedì in Parlamento il cosiddetto déconfinement, che scatterà ufficialmente da lunedì 11 maggio. Sempre che i nuovi contagi si mantengano fino ad allora sotto controllo, ça va sans dire. Anche in questo caso, la prudenza la fa da padrona. Tre parole d’ordine: «Proteggere, testare, isolare».

Dato che prolungare il confinamento avrebbe effetti pesantissimi, ha spiegato Philippe, arrivando a evocare il rischio di una implosione del Paese causata dal crollo dell’economia, la Francia adotterà una strategia flessibile, adattabile cioè in base alla situazione dei vari Dipartimenti, non tutti colpiti allo stesso modo dall’epidemia, e quindi distinti in zone verdi e rosse in base al numero dei contagi registrati.

E poi, a sorpresa, ecco che arriva il dietrofront francese: la riapertura delle scuole prevista già per l’11 maggio slitta in avanti. «Il rischio di un rimbalzo dell’epidemia dopo l’11 maggio è forte», avverte Philippe. E quindi bisogna aggiustare il tiro, alla luce delle proteste di insegnanti, genitori e anche del parere contrario del comitato scientifico. L’11 maggio quindi riapriranno solo materne ed elementari, per le medie e i licei si ancora slitta di qualche settimana. La Francia conta 130.000 contagiati e 23.660 decessi. 

Una questione delicata, questo è certo. Una pandemia non l’aveva affrontata ancora nessuno. Ed è ovvio che in tutta Europa questa fatidica Fase 2, o più o meno tale, è accompagnata dal mantenimento di regole di igiene e distanza sociale.

Qualcuno invece ci vede lungo. Il ministro per la ricerca del Lussemburgo, Claude Meisch, annuncia che il paese porterà avanti una campagna di test su tutta la sua popolazione per tracciare l’evoluzione dell’epidemia. L’obiettivo è testare gli oltre 600mila abitanti del Granducato una media di 20mila  al giorno. Gli studenti e gli insegnanti saranno i primi a essere esaminati su base volontaria in vista della ripresa delle lezioni, programmata per il 4 maggio.

L’operazione, che potrà contare su 17 centri per il test, ha un costo di 40 milioni di euro e sarà finanziata dal ministero della Ricerca. Finora il Lussemburgo ha identificato 3.900 contagi e registrato 88 decessi. Anche qui, una precisazione è necessaria: parliamo di un Paese molto piccolo rispetto ai vicini europei, e soprattutto parliamo del Paese con il PIL pro-capite più alto del mondo (oltre 115mila dollari). Testare tutta la popolazione e avviare una Fase 2 con ingenti investimenti non è poi una sfida così impossibile per il Lussemburgo. 

Anche in Belgio la ripresa sarà graduale. Il Paese è stato duramente colpito con 47.859 contagiati e 7.501 decessi. «Nessuna data è incisa nella pietra», ha detto la premier Sophie Wilmes, confermando che ci saranno revisioni, marce indietro, possibilità di tornare alla fase precedente. Piedi di piombo, attenzione e dal 4 maggio obbligo di mascherina sui trasporti pubblici dai 12 anni in su e la promessa del Governo di distribuire a ciascun cittadino mascherine di stoffa lavabili e certificate.

Il Belgio trema quando si pronuncia Fase 2, nonostante preveda anche la riapertura delle scuole dal 18 maggio partendo dalle classi alla fine di ogni ciclo, con un numero massimo di dieci alunni per classe. Ogni studente dovrà disporre di quattro metri quadrati di spazio di distanza l’uno dall’altro. Sulla fattibilità di queste misure, tutto tace.  

Danimarca e Austria hanno bruciato le tappe e la Fase 2 è già bella che iniziata. Due isole felici rispetto agli stati confinanti. Si vocifera che sia stato grazie a una politica veloce di contenimento dell’epidemia da Covid-19 partita il 12 marzo. C’è un dato da aggiungere però: la Danimarca ha registrato 9.008 contagiati e 443 decessi, l’Austria 15.352 contagiati e 580 decessi. Parliamo, come il Lussemburgo, di territori piccoli e benestanti in termini di Pil e di investimenti nella ricerca (in Danimarca il rapporto tra debito e Pil è appena del 35 per cento). Forse è un paragone macabro, ma influisce quando i leader politici le prendono da riferimento.

Da maggio l’Austria sospenderà le limitazioni agli spostamenti e consentirà manifestazioni con 10 partecipanti e funerali con 30 persone. Le strade di Vienna e di Copenaghen si ripopolano, sì. Ma in Danimarca qualcuno non è affatto convinto: la riapertura di asili, nidi e scuole ha causato la ribellione di un gruppo cospicuo di genitori. La premier danese Mette Frederiksen lo ha detto meglio di tutti: «È un po’ come camminare sul filo del rasoio. Se restiamo fermi lungo la strada potremmo cadere e se andiamo troppo veloce qualcosa potrebbe andare storto». Per ora, comunque, in Europa di Fase 2 proprio non se ne vede l’ombra.

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