Nazioni uniteGrazie al coronavirus gli Stati collaboreranno di più (si spera)

La cooperazione internazionale non è quasi mai «il rimedio» all’emergenza, piuttosto «uno degli strumenti» attraverso cui facilitarne la soluzione. Questa volta però le cose potrebbero cambiare

SPENCER PLATT / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / GETTY IMAGES VIA AFP

Con una risoluzione del 2 aprile scorso (rubricata «Solidarietà globale per combattere il coronavirus»), l’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha invitato gli Stati membri a «una cooperazione internazionale rafforzata per contenere, mitigare e sconfiggere la pandemia». 

Si tratta di un invito (quello alla cooperazione) che ricorre costantemente nelle risoluzioni dell’Assemblea, ma che rispetto ai tempi che vivevamo, almeno fino a poco tempo fa, si carica di un significato inconsueto e forse più pregnante. Le ragioni di questa novità non sono difficili da cogliere, ma occorre muovere da una premessa. 

Nel diritto internazionale non esiste per gli Stati un dovere di cooperare e anche quando una cooperazione c’è, è solo e sempre per volontà degli stessi Stati ed entro i limiti che essi stabiliscono. L’Unione europea, pur realizzando tra i suoi membri un grado di integrazione particolarmente elevato, non fa eccezione e anzi –  lo ha spiegato Fioravanti sulle pagine del Linkiesta del 17 marzo –  offre un esempio sotto questo profilo. 

Al di là delle critiche più o meno fondate circa l’inefficacia, a fronte dell’emergenza epidemiologica, del principio di solidarietà europea (ossia del principio che incoraggia i Paesi membri ad agire congiuntamente «in uno spirito di solidarietà»), resta il fatto che una delle politiche essenzialmente appannaggio degli Stati è proprio quella sanitaria, mentre l’azione dell’Unione in materia ha natura sussidiaria, essendo volta per lo più a integrare e sostenere le politiche statali. 

Anche nel contesto dell’Unione, dunque, ogni valutazione in termini di coordinamento va sempre fatta caso per caso, alla luce della porzione di sovranità a cui i suoi membri, in un certo settore, hanno voluto rinunciare. 

Fatta questa premessa, e allargando l’orizzonte del nostro discorso oltre la situazione europea, occorre chiedersi allora perché proprio rispetto alla situazione corrente la cooperazione tra Stati dovrebbe riflettere non solo un mero valore a cui aspirare, ma una esigenza imprescindibile. 

In effetti, se si osservano le grandi emergenze globali susseguitesi a partire dalla seconda metà del secolo scorso, appare subito evidente che almeno nel breve periodo si è sempre trattato di emergenze «asimmetriche», rispetto alle quali il coordinamento tra Stati è servito e serve essenzialmente a livellare gli squilibri che esistono non solo tra aree geografiche più o meno ampie, ma anche tra uno Stato e l’altro. 

Si pensi all’emergenza legata a un bene pubblico come l’acqua e alle differenze macroscopiche che si registrano in termini di qualità e quantità di questo bene a seconda del Paese utilizzato come parametro di riferimento. 

Detto diversamente, la cooperazione tra Stati non è quasi mai «il rimedio» all’emergenza, ma piuttosto «uno degli strumenti» attraverso cui facilitarne la soluzione. E non necessariamente quello più efficace, visto che spesso gli Stati si rendono disponibili a cooperare solo a un livello soft, ossia senza assumere alcun impegno giuridicamente vincolante. 

L’attuale emergenza sanitaria è invece del tutto inedita sotto questo profilo e l’unico paragone veramente calzante, come già osservato da molti, è quello con lo scenario profilatosi all’indomani del secondo conflitto mondiale, ossia con una situazione emergenziale che si connota per la sua natura tendenzialmente «simmetrica» (nella misura in cui colpisce tutti) e in cui il coordinamento, sia pure con i suoi limiti, rappresenta l’unica vera via di uscita (visto che l’inadeguatezza del comportamento anche di un solo Stato è in grado di vanificare gli sforzi compiuti dagli altri). 

D’altra parte, non è un caso che rispetto a quel conflitto, una simile consapevolezza fosse emersa ancor prima che finisse, rendendo quasi inevitabile per ogni Stato aderire alla nascente Organizzazione delle Nazioni Unite e al progetto di cooperazione che la sottendeva, apparentemente l’unico attraverso cui «salvare le generazioni future dal flagello della guerra». 

Cosicché, anche Paesi usciti sconfitti, come l’Italia, si premurarono di creare le condizioni necessarie per agevolare quell’adesione, perfino attraverso apposite disposizioni costituzionali (come l’art. 11 della nostra Costituzione, che consente «alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni»). 

La stessa spinta propulsiva, invece, sembra fatichi a manifestarsi in questo momento ed anzi viene regolarmente oscurata da segnali poco rassicuranti, se è vero che diversi Stati hanno adottato restrizioni alle esportazioni di presidi medici e sanitari. E che è già iniziata, per ragioni tutt’altro che nobili, la corsa per ottenere il monopolio del vaccino contro il coronavirus.

Insomma, ora che inizia a profilarsi la fase due in Italia, così come nel resto del mondo, la capacità della Comunità internazionale di superare con successo l’emergenza sanitaria passa necessariamente attraverso la disponibilità dei suoi attori principali, ossia gli Stati, a coordinarsi tra loro. Ma a quanto pare la strada è ancora lunga. 

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