Un mare di affariEcco come l’Europa sta cercando di salvare la nostra estate

Il turismo dà lavoro a 23 milioni di persone e rischia un crollo del 30 per cento. Alcuni Stati hanno la tentazione di creare dei corridoi sanitari per escludere l’Italia. La Commissione vigila ma dipenderà tutto dalla diffusione del virus

Afp

L’Europa ha una missione impossibile: salvare l’estate. Non è solo il desiderio dei cittadini in quarantena ma l’allarme lanciato da un settore che nei 27 Paesi Ue dà lavoro a quasi 23 milioni di persone, l’11 per cento del totale. Una stagione cancellata aprirebbe voragini nel Prodotto interno lordo di molti Stati, Italia inclusa, dove vale il 13 per cento del Prodotto interno lordo e conta 4,2 milioni di occupati (dato 2019). Su queste cifre si misura la risposta dell’Unione. Serve un protocollo condiviso per contrastare gli accordi bilaterali, già in corso, fra le nazioni meno colpite che penalizzerebbero le destinazioni del nostro Paese.  

Lunedì 27 aprile si sono riuniti in videoconferenza i ministri del Turismo dei 27 Paesi Ue per sentire le previsioni sui danni che la pandemia infliggerà al comparto e capire come reagire. I numeri li ha dati il commissario europeo al Mercato interno, Thierry Breton: nel 2002 ai empi della Sars i flussi si erano contratti dello 0,4, dopo la crisi economica del 2009 del 4 per cento. Ora il coronavirus causerà un crollo fra il 20 e il 30 per cento. 

Le imprese che rischiano il fallimento aspettano con ansia che almeno sia operativo il pacchetto Mes, Bei, Sure. Ma non basterà «Per superare la crisi avremo bisogno di fondi senza precedenti — ha detto Breton —. Serviranno misure rapide, pragmatismo e creatività per ricostruire un’industria turistica resiliente e sostenibile. Questa crisi ci richiama alla solidarietà. Nessuno Stato può uscirne da solo».

Non è retorica. Nelle parole del commissario c’è un richiamo all’ordine. Si teme che i Paesi dove l’emergenza sanitaria è stata meno grave costruiscano fra di loro dei «corridoi turistici» preferenziali, a discapito delle spiagge altrui. Su tutte quelle italiane. Repubblica Ceca, Slovacchia e Croazia, per esempio, stanno già trattando per facilitare i viaggi all’interno delle proprie frontiere, con destinazione le coste adriatiche. Sarebbe concorrenza sleale. 

Sono patti bilaterali quelli che vorrebbe chiudere entro maggio Gari Cappelli, il ministro croato che lunedì ha presieduto la riunione. Almeno in una prima fase, da accordi di questo tipo resterebbero escluse le nazioni dove il virus ha imperversato: Francia e Spagna, oltre all’Italia.

Uno scenario da disinnescare anche al contrario: no a restrizioni, o divieti, in base alla regione d’origine dei turisti, se e quando le vacanze torneranno realtà. In un paradosso estremo, l’accesso a certe mete potrebbe dipendere dalla nazionalità.

In questa cornice va letta la dichiarazione sottoscritta da nove ministri dell’Europa meridionale dopo il vertice. Una posizione condivisa dall’Italia assieme a Grecia, Cipro, Francia, Spagna, Portogallo, Bulgaria, Romania e Malta. «Nei nostri Paesi il turismo rappresenta un’industria strategica — scrivono nella lettera congiunta —. Concordiamo sulla necessità di stabilire regole omogenee per la mobilità via aria, mare o terra, per garantire nell’eurozona viaggi sicuri e senza interruzioni. Queste misure dovranno essere adottate in modo uniforme sul territorio europeo».   

Finora le uscite erano arrivate in ordine sparso, come ha registrato Florian Elder nella newsletter Brussels Playbook. Per primo si era mosso il ministro greco, Charis Theocharis: «Non sto dicendo che la commissione dovrebbe suggerire “prenotate le ferie”, ma abbiamo davvero bisogno di coordinarci, sono imprescindibili delle regole comuni». Su una linea aperturista c’è anche Malta. «Ci sono rischi, ma dobbiamo gestirli», ha detto lunedì Julia Farrugia Portelli, la ministra del turismo maltese. 

Il turismo pesa fino al 12 per cento del Pil della Spagna che però al momento rimane cauta su questo dossier. Il governo socialista di Pedro Sánchez sta resistendo alle pressioni locali, ribadendo la sua prerogativa di dettare le tempistiche del ritorno agli ombrelloni.

«Una corsa europea per vedere chi permetterà per primo il turismo porterebbe a rischi inaccettabili — ha ammonito il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas —. Non possiamo permetterci di vanificare i miglioramenti ottenuti con i sacrifici delle ultime settimane». Berlino soccorrerà il settore con buoni anziché rimborsi per le vacanze annullate, ma così facendo potrebbe violare la direttiva Ue sui pacchetti turistici. 

In Italia, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha promesso di non lasciare soli gli operatori, con un «robusto sostegno economico». Sono discorsi prematuri quando il primo assaggio della «fase 2» ancora non permette di spostarsi da una regione all’altra. Oltralpe propongono di «dare la priorità ai clienti domestici», copyright del ministro per il turismo francese Jean-Baptiste Lemoyne. 

Ecco, l’autarchia turistica non regge. Sulle perdite, infatti, incideranno i mancati arrivi dell’estero: non una voce secondaria dei bilanci, se si considera che l’Unione europea è la prima meta turistica al mondo. Con Schengen sospesa sino a data da definirsi, chissà quando potranno riaprirsi le frontiere esterne, quelle varcate ogni anno da milioni di americani e cinesi. Per dare le dimensioni dell’afflusso, nel 2018 erano quasi 90 milioni gli ingressi «internazionali» in Francia, 82 milioni in Spagna e 62 milioni in Italia. 

«Oltre alla liquidità monetaria, il turismo ha bisogno della mobilità — conclude Breton —. Dobbiamo lavorare subito insieme, per ristorare la fiducia di viaggiare e prepararci per quando ciò diventerà gradualmente di nuovo possibile. Dobbiamo essere consapevoli che nel futuro imminente andranno adottate tutte le precauzioni contro il virus. Perciò coordineremo i criteri per riaprire hotel, ristoranti e mezzi di trasporto». 

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