Come ripartireIl legno-arredo italiano può resistere al massimo altri tre mesi

Secondo Emanuele Orsini, presidente di FederlegnoArredo, bisogna ricominciare al più presto la produzione con turni e telelavoro. Il rischio è perdere il 10 per cento delle aziende, il 20 per cento del fatturato e ottomila posti di lavoro

da Pixhere

«Noi abbiamo agito come se non fosse successo niente. Abbiamo pagato i fornitori, abbiamo tenuto viva la filiera, abbiamo fatto la nostra parte». Solo che in realtà «intorno a noi è successo tutto. Non produciamo, non fatturiamo» e non si sa nemmeno quando si potrà ricominciare. Per Emanuele Orsini, presidente di FederlegnoArredo, la situazione è «complicata», per non dire di peggio. Il settore è bloccato, sono tutti a casa «tranne gli imballaggi» e ogni giorno che passa sono commesse saltate, aziende sempre più a rischio, dipendenti che temono di perdere il lavoro. Da qui il suo allarme. «La fase uno, per carità, nessuno la mette in discussione: prima la salute, è fondamentale e ci mancherebbe». Resta però molto da chiarire sulla fase due, cioè la ripartenza. Su cui ancora ci sono promesse ma poca chiarezza.

Facciamo il punto, per cominciare.
Noi abbiamo risposto all’appello di responsabilità. Ci siamo impegnati come se il settore fosse ancora in attività. Abbiamo pagato i fornitori, abbiamo tenuto in vita la filiera, che per noi è fondamentale. Dietro di noi ci sono centinaia di piccole aziende, o anche artigiani, che fanno un lavoro prezioso e avevamo il dovere, oltre che la necessità, di tenerli in vita.

Però non basta.
Mancano certezze. Ci serve liquidità, ci vogliono garanzie. E più che dal governo italiano le vorrei – e lo dico da europeista incallito – dalla Banca centrale europea. Perché non si può aspettare ancora. Occorre una misura rapida e veloce, che renda anche facile l’accesso al credito – e, aggiungo, con tempi di restituzione più lunghi di 18 mesi, che è impossibile. Non dico che siamo di fronte a uno scenario di debiti di guerra da restituire in 30 anni, ma di sicuro in 15. Se no, tra un mese la storia che racconteremo sarà diverse: ci saranno aziende che potranno accedere e altre che invece andranno per concordati. Mettendo milioni di posti di lavoro a rischio.

Potrebbe quantificare il danno sul settore?
Noi contiamo 80mila imprese, per un fatturato totale di 42 miliardi di euro. Il 5 per cento del Pl industriale. E oltre 380mila persone che ci lavorano. Dopo tre mesi di stop rischiamo di perdere il 10 per cento delle aziende, cioè il 20 per cento del fatturato (cioè 8 miliardi) e almeno 8mila persone che restano a casa. Sarebbe un danno gigantesco.

E voi cosa chiedete?
Vogliamo due cose. La prima è: garanzie per la liquidità. Senza, non possiamo pagare i fornitori. E le vogliamo presto, perché pochi di noi hanno soldi in cassa. La maggior parte li abbiamo investiti, come era giusto fare, nelle nuove tecnologie come l’innovazione 4.0. La seconda, invece, è ripartire. Dobbiamo riattivare il motore. Certo, in modo controllato.

Ecco. Ripartire potrebbe essere rischioso per gli effetti sull’epidemia. Avete già in mente un modo per tenere insieme sicurezza e produzione?
Le misure da prendere sarebbero diverse. Iniziare in modo graduale, prima di tutto. Non serve essere attivi al 100 percento, basta anche al 20 percento, o al 30 percento. Si potrebbe pensare, insieme ai sindacati, a turnazioni specifiche per procedere a step. Magari proteggendo la fascia più a rischio, quella degli over-60, e facendo cominciare i più giovani. In generale, si può partire anche mettendo meno persone sulla catena produttiva. Non serve essere subito a pieno regime.

Con tutte le protezioni necessarie?
Certo. Garantite. Altrimenti no, non si parte.

E telelavoro per gli uffici?
Dove si può, si deve. Ad esempio nel settore della progettazione si è visto che funziona, senza problemi. Anzi, direi che si tratta di una modalità che può continuare anche post-emergenza. Sul versante amministrativo forse sarà necessario qualche aggiustamento diverso, soprattutto per le piccole imprese e per gli artigiani. Ma anche qui ci si può regolare a seconda della disponibilità. Serve partire, anche a 30 all’ora, ma partire. Sarebbe un segnale importante per l’estero.

Appunto, l’export. Il virus ha imposto chiusure sfasate nel tempo e nelle modalità nei vari Paesi. Che contraccolpi ci possono essere per la produzione?
A dire il vero, in una situazione come questa, resta comunque meno faticoso far girare le merci rispetto alle persone. I negozi ci sono, e anche nei posti più “delicati”, come Wuhan, riaprono. E ci chiamano chiedendo «Ma siete aperti?» Per questo dico che occorre essere e mostrarsi vivi, non si può rispondere con «ci siamo, ma non sappiamo quando riapriremo».

Che tempi vi date?
Siamo al limite. Entro una settimana ci sono aziende che saltano. Alcune possono resistere, andare avanti fino a giugno, ma è il massimo: tre mesi senza produrre e senza fatturato, pagando tutto, sono insostenibili. Le faccio un esempio.

Dica.
Poco fa ho parlato con i proprietari di un’azienda che fattura un miliardo (il nome non lo dico, non sta bene). Di cui, diciamo, di 100 fatture 95 sono fornitori. Per due mesi di chiusura, ci sono 200 milioni in meno. Che significa 190 milioni di pagamenti per i fornitori in meno. E la conclusione è: non ce la faccio. E stiamo parlando di un’azienda sanissima, senza nessun debito. Per questo lo dico, lo ripeto: ci servono più certezze. Altrimenti si chiude.

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