Fuori di testaIl coronavirus è un trauma psicologico e dovremmo cominciare a occuparcene

Se è vero che «la salute mentale è un problema politico», come scriveva Mark Fisher, allora prima o poi qualcuno dovrà affrontare le conseguenze psichiche del lockdown e di tutte le limitazioni alle nostre libertà che ha portato la malattia

VALERY HACHE / AFP

L’unico modo per uscire, quando si è chiusi in casa, è andare fuori di testa. Basterebbe osservarsi un attimo per avvertire che siamo già tutti abbastanza stremati dalla reclusione da essere fuori di noi. Per chi non avverte niente di strano, c’è uno studio della rivista di medicina Lancet sull’impatto psicologico della quarantena, basato sull’analisi di cosa è successo nella mente delle persone le altre volte che sono state chiuse in casa per prevenire la diffusione di un contagio. C’è gente che ha avuto sintomi post traumatici da stress, insonnia, ansia, irritabilità, certe volte depressione. In generale, i sentimenti dominanti sono la rabbia e la confusione.

Mai come in questo momento è chiaro quello che scriveva Mark Fisher: «La salute mentale è un problema politico». Fisher è – anzi, era: perché si è suicidato nel 2017 – un intellettuale e un attivista della sinistra radicale, di nazionalità britannica. 

È uno di quei pensatori venuti fuori da quella strana corrente che si chiama accelerazionismo. La sua tesi – che oggi si può leggere in italiano nel volume che raccoglie i suoi scritti politici,“Il nostro desiderio è senza nome”(Minimum Fax) – è che l’idea di Margareth Thatcher secondo la quale non esiste la società, ma esistono solo gli individui, ha vinto indiscutibilmente nel campo della concezione dei disturbi mentali.

I quali vengono trattati sempre come se fossero solo e soltanto un problema della singola persona e non anche un prodotto del modo in cui una società è organizzata e vive.

«Sostenere che ogni singolo caso di depressione possa essere ricondotto a cause economiche o politiche sarebbe semplicistico – scrive – ma è altrettanto semplicistico affermare, così come sostengono gli approcci dominanti, che occorre sempre cercare le radici della depressione nella chimica individuale del singolo cervello o nelle esperienze vissute durante la prima infanzia».

Fino a qualche mese fa, il discorso di Fisher poteva essere liquidato come il ragionamento di un autore della sinistra radicale, che in qualsiasi manifestazione della realtà vede insinuarsi la coda diabolica del capitalismo, un po’ come quell’uomo che ha in mano un martello e crede che ogni cosa sia un chiodo. In realtà la grande letteratura di un autore conservatore, se non reazionario, come Michel Houellebecq racconta esattamente la stessa cosa nel suo ultimo romanzo, “Serotonina” (La Nave di Teseo). Il protagonista si imbottisce di psicofarmaci per funzionare bene in un mondo in cui la maggior parte delle cose che gli servirebbero per stare meglio sono state sfasciate. 

Oggi il governo ci ha chiusi in casa. Ci siamo dapprima affacciati ai balconi per cantare, presi dall’euforia di qualcosa di nuovo ed eccitante che stava succedendo. Poi, ci siamo sempre più ritirati nei nostri appartamenti senza alcuna voglia di far festa. I nostri up and down sono stati incredibilmente sincronizzati, come in preda a un disturbo bipolare di massa. In effetti, «il rischio degli arresti domiciliari collettivi, un’esperienza mai vissuta prima  – ha scritto la filosofa Donatella Di Cesare sul Manifesto – è un’enorme implosione psichica». Le cui conseguenze non svaniranno da un giorno all’altro, quando ci diranno che possiamo tornare in giro (anche questo è un dato che riporta lo studio di Lancet sopra citato). Di qui, il pericolo che corriamo.

Quando Mark Fisher scriveva il suo saggio sulla salute mentale e la politica era il 2012 e il sovran-populismo non si era ancora affermato nelle proporzioni che conosciamo. Fisher lamentava la «de-politicizzazione dei disturbi mentali». Sosteneva, cioè, che il sistema liberale era riuscito nell’impresa di rendere esclusivamente individuali dei disagi che hanno delle cause anche collettive, di sistema. Poco dopo, però – almeno in Italia -, la malattia mentale è stata politicizzata eccome. 

«I suicidi per disperazione – disse Beppe Grillo nel 2012 –  sono omicidi sociali». La crisi economica faceva male e, nei suoi comizi dell’origine, quando stava ancora costruendo il consenso intorno ai 5 stelle, Grillo faceva continuamente riferimento alla depressione, all’ansia, all’angoscia. Matteo Salvini l’ha fatto anche più di recente. «Non è possibile che il 20% degli italiani usi psicofarmaci – ha detto il segretario della Lega nel maggio del 2018 – spesso per mancanza di speranza, fiducia, prospettive». 

Oggi può accadere qualcosa di simile. Sigmund Freud – ha ricordato Massimo Recalcati su Repubblica – definiva traumatico un evento che non può essere «in nessun modo prevedibile» e che rende «impossibile qualunque forma di difesa». È un evento che «spezza violentemente la nostra rappresentazione ordinaria del mondo introducendo la dimensione angosciante dell’inatteso, dell’imprevedibile, dell’ingovernabile». 

Ieri, il trauma collettivo è stato la lunga crisi economica. Oggi, è il soqquadro che il coronavirus ha messo nelle nostre vite. Accanto all’emergenza sanitaria, economica e sociale, c’è anche un problema psichico. Fisher avrebbe detto che si tratta di una questione politica a tutti gli effetti, della quale la politica si dovrebbe occupare. Possibilmente, prima che i disturbi siano organizzati in un partito di fuori di testa.

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