Donne, giovani, del SudChi sono le vittime italiane della crisi coronavirus

Secondo l’Ocse, l’Italia avrà un calo del Pil del 25 per cento, contando solo il periodo di quarantena. Dieci anni dopo la Grande recessione a pagare saranno ancora i meno tutelati

Miguel MEDINA / AFP

Che sia una guerra o una pandemia, alla fine di ogni sciagura non ci sono mai vincitori.  E c’è chi perde più degli altri. Sarà così anche questa volta. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico ha cominciato a fare il conto dei danni che le inevitabili misure di lockdown stanno provocando all’economia. Per l’Italia parliamo, per il periodo delle restrizioni, di un calo del PIL di più del 25 per cento, in linea con quello di altri Paesi avanzati. L’impatto per tutto il 2020 dipenderà invece dalla durata delle chiusure delle attività.

La Germania potrebbe essere colpita più duramente a causa del maggior peso nel Paese della produzione di mezzi di trasporto, principalmente auto, ma non solo. Ma più che un confronto tra Paesi, ancora prematuro, quello che appare più interessante è il differente impatto della crisi sui diversi settori economici, colpiti in modo differente.

La guerra o una crisi finanziaria colpiscono in modo omogeneo un po’ tutto il tessuto economico. Mentre in questo caso ci sono alcuni settori devastati per primi in maniera diretta e senza precedenti. Si tratta del commercio, al dettaglio e all’ingrosso, del settore dell’alloggio, della ristorazione, del turismo, dei servizi professionali e personali che richiedono la presenza del cliente. Secondo l’Ocse il crollo del fatturato di questi segmenti dell’economia supera ampiamente quello dell’industria. Sono coinvolti milioni di lavoratori, in settori tra l’altro labour intensive, come dicono gli economisti, ossia con una concentrazione di manodopera per valore aggiunto superiore alla media.

A farne le spese sono stati un determinato tipo di lavoratori, perché ci sono enormi differenze tra settore e settore a livello demografico e di tipologia di contratto. Il commercio e la ristorazione, occupano più giovani di quanto facciano altri segmenti del mercato. Vi lavora 28,8% dei dipendenti 15-34enni contro il 14,1 per cento di quelli tra i 35 e i 65 anni. E in generale tra i lavoratori autonomi, di ogni età il peso relativo di questo settore come fonte di reddito è superiore che tra i subordinati.

Non solo, le differenze, enormi, sono anche tra i sessi riguardo all’occupazione nei diversi settore produttivi. Quello dei servizi, che include commercio e turismo, occupa l’84,7 per cento delle donne più giovani e l’83,4 per cento di quelle dai 35 anni in su. Tra gli uomini tale percentuale scende rispettivamente al 60 per cento e al 59,3 per cento.

Nonostante tutti i cambiamenti sociali, nonostante i progressi nell’occupazione femminile c’è ancora una parziale segregazione, con interi ambiti professionali appannaggio quasi solo di uomini o di donne.  Questo, alle soglie della peggiore crisi economica degli ultimi 75 anni, vuol dire che saranno i soliti nioti a essere colpiti molto di più, i giovani e le donne.

Per quanto riguarda le donne è una novità rispetto alla crisi del 2009-2013, quando gli uomini, più impiegati nelle costruzioni e nell’industria, furono i più danneggiati. Mentre dieci anni dopo accade di nuovo per i giovani, ancora più vulnerabili di allora perché sono sempre più interessati dal fenomeno crescente del lavoro a tempo determinato. Sono tra i pochi non tutelati dalle misure anti-crisi del governo, a differenza dei dipendenti o delle partite Iva, che tra cassa integrazione e bonus striminziti qualcosa hanno avuto.

Centinaia di migliaia di persone vedranno scadere quest’anno il loro contratto e saranno i primi a essere sacrificati. Si tratterà in gran parte di giovani, visto che nel 2019 il 36,8 per cento di loro, se dipendente, aveva un contratto di questo tipo, contro una media italiana del 17,1 per cento. Nel 2009 erano solo il 23 per cento.  In nessun altra fascia di età si è assistito a una crescita simile di questa modalità di assunzione.

In particolare nel Mezzogiorno il lavoro a tempo determinato coinvolge più dipendenti, il 22,5 per cento, contro il 16,6 per cento al Centro e il 14,7 per cento al Nord. Al Nord tra l’altro tra 2019 e 2018 si è assistito a maggiori stabilizzazioni e addirittura vi è stato un calo di tale percentuale, ma rispetto al 2009 ovviamente il ricorso al lavoro a termine è cresciuto ovunque, ma un po’ di più nelle aree già economicamente più fragili.

Le enormi differenze tra il ricorso al tempo determinato in Italia, dove si va dal 41,6 per cento tra le donne più giovani al Sud, e il 4,7-4,8 per cento tra quelle più anziane al Centro-Nord, rendono già l’idea della grande disuguaglianza che ritroveremo nell’impatto della recessione post-coronavirus.

L’identikit di chi la subirà di più lo possiamo già immaginare: donna, del Sud, sotto i 35 anni, lavoratrice autonoma o a tempo determinato, magari straniera.  Non è una grande notizia, pioverà ancora sul bagnato.

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