I fattiI Paesi che hanno fatto ricorso al Mes se la sono cavata meglio dell’Italia

Portogallo, Spagna, Irlanda, Cipro e Grecia hanno aumentato consumi e Pil pro capite con tassi superiori al nostro Paese. Da Stato col deficit minore, siamo quasi diventati quelli più in rosso in questo gruppo. Un ragionamento con numeri e grafici, oltre gli slogan

Afp

Secondo Giuseppe Conte, il Meccanismo europeo di stabilità ha «una brutta fama». Già, fama, è interessante capire perché il presidente del Consiglio ha scelto proprio questa parola. Segno che anche nell’economia è la narrazione a dominare. L’immagine e la lettura emozionale che il momento politico impone. Eppure i fatti hanno un pregio: rimangono, non si possono negare. E nel caso del famigerato Mes i numeri ci dicono che i Paesi che l’hanno utilizzato non hanno subito l’apocalisse, anzi.  Non solo non ha provocato danni irreparabili, ma addirittura i risultati economici raggiunti da Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro, sono stati negli ultimi anni in media migliori di quelli di quell’Italia che ha preferito sovranamente fare da sé. Tra l’altro in un’epoca in cui le condizioni imposte erano realmente stringenti.

Il Mes ha due predecessori con acronimi antipatici: il Fesf (Fondo Europeo di Stabilità Finanziaria) e Mesf (Meccanismo Europeo di Stabilità Finanziaria) i quali hanno prestato alla Grecia circa 217 miliardi tra il 2011 e 2015, 50 miliardi al Portogallo, 41,3 alla Spagna che li ha usati in parte solo per la ricapitalizzazione delle banche), 17,7  all’Irlanda e alla piccola Cipro 6,3.

Si è trattato di un modo per evitare che questi Paesi si indebitassero con il mercato a tassi decisamente più alti, ammesso che ci sarebbero riusciti, e il dubbio per la Grecia rimane. Basta un dato per capire di cosa stiamo parlando:  la durata media del debito ellenico verso il Mes è di più di 32 anni, una periodo così lungo per restituire un prestio la Grecia non avrebbe mai potuto ottenerlo in altro modo.

L’accesso al Mes ha fatto sì che i disavanzi di questi Paesi migliorassero molto di più che in Italia. Nel 2011 il nostro Paese aveva un avanzo primario (la differenza tra entrate e uscite senza gli interessi) dell’1 per cento del Pil. Un dato di gran lunga il più alto tra i PIGS. (L’acronimo che riunisce Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna). Dopo essere cresciuto al 2,3 per cento nel 2012 con la cura del governo Mario Monti è man mano peggiorato fino all’1,5 per cento del 2018, assestandosi allo stesso livello di quello irlandese, che nel momento più buio era negativo di 10 punti.

La Spagna è passata invece da un -7,2 per cento a un -0,1 per cento. La Grecia ci supera di molto dal 2016, così come il Portogallo. Questo anche grazie a un più veloce calo degli interessi da pagare in servizio al debito. Il risultato è che da Paese con deficit minore siamo diventati quasi quelli più in rosso in questo gruppo.

 

Le conseguenze sul debito sono evidenti. Il nostro rapporto tra debito e Pil non è migliorato. Non ridete. E ha mantenuto una traiettoria uguale a quella greca, anzi pure leggermente peggiore. Sicuramente peggiore di quella portoghese e irlandese. Mentre la Spagna non ha mai raggiunto quota 100 per cento. Da un paio d’anno a questa parte però i governi italiani si vantano di questi risultati, sfoggiano il nostro maggior deficit come una conquista di cui andare fieri, facendo pesare ogni decimale “concesso” da Bruxelles. La ratio è che più deficit vuol dire più benessere, e che un maggior aggiustamento vorrebbe dire pagare un prezzo eccessivo in termini di austerità. Non è così, purtroppo.

Dal 2013 il Pil pro capite italiano è inferiore alla media europea e nonostante la ripresa là è rimasto. L’ironia della faccenda è che gli Stati che sono ricorsi al Mes dopo il prestito sono andati mediamente meglio dell’Italia. Tra 2013 e 2015 è progredito di 4,8 punti in Spagna, anche più della media Ue, del 2,9 in Portogallo, solo del 0,4 in Italia. L’Irlanda non è presente nel grafico, sarebbe fuori scala per gli enormi progressi fatti. Solo la Grecia ha fatto peggio di noi, ma solo fino al 2016. Tra quell’anno e il 2018 e il 2019 in realtà è cresciuta più dell’Italia.

Ma la crescita del Pil, si sa, è spesso accusata di non rispecchiare fedelmente il tenore di vita della popolazione. Una critica che guarda caso fanno i Paesi dove il Pil arranca. Allora prendiamo altre statistiche. Per esempio i consumi pro-capite, rimasti per anni in Italia al di sotto di quelli dell’ultimo anno di recessione, il 2013. Altrove, tranne in Grecia, risalivano. Soprattutto in Spagna.

Oppure parliamo di un altro numero: il reddito disponibile, ovvero l’insieme degli stipendi, delle pensioni, dei sussidi, delle rendite, meno le tasse. In Italia è aumentato del 4,3 per cento nel periodo della ripresa. Un dato positivo, certo, peccato che il recupero italiano sia ancora una volta molto più basso di quello dei Paesi che hanno dovuto subire la cosiddetta “austerità del Mes”. In Portogallo nello stesso lasso di tempo il reddito disponibile reale è cresciuto dell’8 per cento, in Spagna del 10 per cento, in Irlanda del 19,5 per cento. In Grecia meno che da noi, ma se il calcolo partisse dal 2016 invece che dal 2013, ecco che verremmo superati anche dal Paese che più di tutti ha sofferto la crisi. E allora il conto facciamolo partire dal 2016, visto che i prestiti del Mes ci sono dall’estate del 2015. Prima il Mes si chiamava Fondo Salva Stati e aveva un altro meccanismo.

Eppure l’Italia è tra i Paesi che hanno diminuito meno il rapporto tra spesa pubblica e PIL. Evidentemente il rifiuto di aggiustare i conti, non ha mantenuto il benessere del Paese. Siamo diventati infatti lo Stato con la spesa più alta in proporzione al Pil. Quindi abbiamo aumentato la spesa sociale? No. Purtroppo è cresciuto troppo poco il prodotto interno lordo. Se misurassimo la spesa pubblica in euro vedremmo che l’aumento è stato superiore in Irlanda e Spagna. Mentre in Portogallo è stato analogo al nostro, nonostante i conti siano migliori.

Tra il 2013 e il 2018 in Spagna, Irlanda, Portogallo nonostante (o dovremmo ora dire, grazie a) il ricorso al Mes la spesa sanitaria è cresciuta più che nel nostro Paese, e di molto. Rispettivamente del 13,8 per cento (Spa), del 26,7 per cento (Ire), del 16 per cento (Por). In Italia? Solo il 4,8 per cento. In sostanza come l’inflazione. Se il confronto fosse con il 2014 anche in Grecia, dopo i tagli, risulterebbe un incremento maggiore del nostro.

Dai numeri si vede che il calo della spesa sanitaria come “imposizione” dell’Europa è una narrazione. Sono proprio i Paesi “commissariati” ad aver speso più per la salute. La domanda è legittima: se avessimo aderito anche noi al Mes saremmo stati obbligati a spendere in sanità invece che per quota 100 e reddito di cittadinanza?  Forse è proprio questo che i nostri politici, di maggioranza e di opposizione, temevano e temono veramente.

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