I runner e la pandemiaCome il coronavirus ci fa capire le origini dell’odio

In una condizione di ansia e paura, chiunque rappresenti un pericolo (anche senza una giustificazione solida) diventa un bersaglio per le nostre antipatie. Fino a diventare oggetto di odio. Con il virus questo ruolo è toccato a chi fa jogging

Johannes EISELE / AFP

All’improvviso capisco quella vecchia barzelletta sull’antisemitismo e i ciclisti. C’è un tizio che dice: «La Prima Guerra Mondiale è stata causata dai ciclisti e dagli ebrei». Un altro gli chiede: «Perché i ciclisti?». E un terzo ancora risponde: «Perché gli ebrei?».

La barzelletta fa ridere perché il primo che parla è chiaramente un pazzoide, ma il secondo, che si ritene un pensatore razionale, è chiaramente un antisemita – cosa resa evidente dal terzo. Hannah Arendt la racconta in “Le origini del totalitarismo” per mostrare l’irrazionalità dell’antisemitismo.

Ma solo oggi capisco la parte sui ciclisti. Sono in coda sul marciapiede, come tutti con la mascherina, in attesa di essere ammesso nel supermercato. Accanto a noi passano correndo dei runner, con il torace che ondeggia, senza protezioni.

Il primo runner mi dà fastidio. E quando ne arriva un terzo, a grandi passi, ho raggiunto la chiarezza emotiva. Odio i runner. Sono del tutto noncuranti dei pericoli ansimanti che presentano a tutti gli altri. Dovrebbero essere arrestati, repressi, disprezzati!

Ecco allora che la barzelletta sui ciclisti assume un significato più profondo. All’improvviso capisco che i ciclisti potrebbero, in realtà, essere odiosi. Ed è perché assolutamente tutti potrebbero diventare detestabili. Quando ti trovi sotto pressione ansiosa, come siamo tutti nelle nostre mascherine, odiare è naturale. E qualsiasi oggetto può andare bene, fintantoché si possa inventare una pur debole giustificazione. E più è debole e più è facile inventarla.

 

(Articolo pubblicato in inglese su Tablet)

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