Quarantena in RussiaMosca prova a contenere la malattia con il tracciamento totale

Dal 3 aprile, la capitale russa diventerà il set di un film di fantascienza distopica o un «campo di concentramento digitale», come l’ha definito Leonid Volkov. Il Cremlino non pare intenzionato a gestire la crisi in prima linea, e lascia campo libero ai governi locali

(Kirill KUDRYAVTSEV / AFP)

Se sconfini oltre la zona dove abiti, ti arriverà un sms di avvertimento. I movimenti vengono pedinati dal telefonino, dai pagamenti con le carte di credito e dalle telecamere di riconoscimento, e ogni volta che si esce di casa bisogna farsi rilasciare un QR-code personale dal comune: per tracciare i movimenti dei moscoviti in quarantena il sindaco Sergey Sobyanin sta mettendo in piedi un sistema da Grande Fratello, o forse più da Minority Report. 

Ha già tolto i 2 mila rubli (23 euro) di aggiunta alla pensione in cambio della quarantena volontaria ai 30 mila over-65 che si sono infilati nella metropolitana e sono stati intercettati grazie alla smart card del pensionato che fa sia da bancomat che da abbonamento per i trasporti. Uno dei primi contagiati messo in quarantena domiciliare è stato visitato dalla polizia un quarto d’ora dopo essere sceso a buttare l’immondizia: era stato identificato e segnalato dalla telecamera di sicurezza affissa davanti al suo palazzo.

Dal 3 aprile, la capitale russa diventerà il set di un film di fantascienza distopica, o un «campo di concentramento digitale», come l’ha definito Leonid Volkov, uno dei collaboratori del leader dell’opposizione Aleksey Navalny. Il lockdown è stato fatto scattare dal sindaco la sera di domenica 29 marzo, dopo che nel weekend, nonostante la chiusura di negozi, cinema e parchi, migliaia di moscoviti hanno approfittato della settimana di ferie pagate offerte da Putin per passeggiate, grigliate e visite ad amici e parenti. 

Ora i moscoviti vivono secondo più o meno le stesse regole degli italiani: possono uscire per necessità urgenti di salute, per visitare il negozio alimentare più vicino o la farmacia, per portare fuori il cane (in un raggio di 100 metri invece di 200, ma a Mosca praticamente ogni isolato ha almeno un po’ di verde) e buttare i rifiuti. In compenso, possono abbandonare la città per andare in dacia, forse perché in caso di eventuale malattia o ricovero non ricadranno più nelle statistiche cittadine. Niente autocertificazione, nessuno si fida: bisognerà registrarsi sul portale del comune di Mosca, inserendo tutti i dati, la copia del documento d’identità e una fotografia, indicare il motivo dell’uscita di casa e la destinazione, ottenere un QR-code – valido soltanto per un’uscita – e poi avventurarsi fuori, tenendo a portata di mano lo smartfone o una stampata con il codice, da esibire ai controlli. 

Se si usa l’auto, bisogna registrare anche la targa. Se si va a lavorare, la richiesta deve essere inoltrata dal datore di lavoro, con firma digitale, e convalidata dal comune. Se invece si è già in quarantena totale per sospetto contagio si verrà pedinati anche da un’apposita app che segnalerà l’allontanamento dal domicilio.

Uno dei motivi per cui il governo russo aveva rinviato a lungo il lockdown era stata proprio l’enorme difficoltà di farlo rispettare in una megalopoli di quasi 15 milioni di abitanti. Nessuno si fida dell’autodisciplina civica, in un Paese dove la ricca tradizione di giocare al nascondino con uno Stato repressivo si somma a una elevatissima percentuale di smanettoni digitali. E quindi ogni passo dei moscoviti verrà tracciato dalle cellule telefoniche, dai terminal di pagamento con carta, dalle telecamere con riconoscimento facciale, da varie app con geolocalizzazione, oltre che dai posti di blocco “analogici”. Anche le multe per la violazione delle regole della quarantena verranno inviate dal sistema in automatico.

La città attende di cadere nel caos. Perfino nella tecnologica Mosca non tutti hanno lo smartphone, la stampante e il computer in casa, e i giuristi fanno notare che nessun cittadino può vedere i suoi diritti penalizzati per l’assenza dei gadget. Altrettanto scontato è il timore che un apparato di sorveglianza di tali dimensioni non potrà non produrre una quantità di errori e intasamenti online sufficiente da paralizzare il sistema almeno nei primi giorni. 

Ma il vero problema è, ovviamente, la democrazia, che in Russia scarseggiava già prima dell’epidemia. Un tracciamento totale, che coinvolge in un ruolo improprio anche aziende private come operatori telefonici e banche, permetterebbe di bloccare qualsiasi attività sgradita alle autorità, di spiare legalmente gli oppositori e i dissidenti, e anche di utilizzare il pretesto della violazione della quarantena per incarcerare i personaggi scomodi. Molti dissidenti temono anche che, una volta finita l’emergenza, le telecamere non si spegneranno e il Grande Fratello diventerà permanente.

Perfino un politico che non si può certo considerare un paladino dei diritti umani come il senatore Andrey Klishas – famoso per le leggi sul controllo di Internet, gli «agenti stranieri» nei media e il vilipendio dei funzionari statali, finito sotto le sanzioni della Casa Bianca e dell’Unione europea per la sua posizione sull’annessione della Crimea – ha protestato contro le misure proposte dal sindaco di Mosca. 

Le sue obiezioni non riguardano però il merito: contesta che lo faccia il sindaco, mentre la limitazione dei diritti dei cittadini può essere ordinata soltanto dal Cremlino. Ma – un paradosso di questa pandemia che sta colpendo non solo i soggetti biologicamente più deboli, come avviene sempre in natura, ma prende di mira anche i regimi politici più fragili – nell’emergenza del coronavirus il Cremlino ha preferito farsi da parte. 

Nel dibattito degli ultimi giorni sulla presunta efficienza anti-epidemica degli autoritarismi rispetto alle democrazie, la Russia è una buona dimostrazione del contrario. Vladimir Putin ha prima ignorato il coronavirus, poi ne ha sminuito il pericolo, infine ha chiuso negozi e ristoranti e mandato tutti i russi in ferie pagate di una settimana. 

Il lockdown è stato ordinato da Sobyanin dopo un weekend di grigliate e bambini nei parchi giochi, a quanto pare contro il volere del Cremlino, che nei giorni precedenti aveva intimato ad altri governatori di non introdurre misure restrittive per bloccare il contagio. Una fonte anonima del governo russo ha confessato alla BBC che il presidente aveva paura di imporre una quarantena totale che sarebbe risultata sgradita ai suoi elettori: «Aspettavamo che, dopo un bel po’ di morti, sarebbe stata la gente stessa a chiedercela».

Il problema è che quando arrivano un «bel po’ di morti» è già troppo tardi. La TV russa racconta che le vittime moscovite del coronavirus erano afflitte da talmente tante altre malattie croniche da rendere incomprensibile il fatto che fossero rimaste in vita finora, canta la generosità di Putin che telefona a Trump per inviargli aiuti sanitari, come aveva già fatto con Conte, e riferisce di prodigiosi rimedi appena scoperti da scienziati russi. 

Nel frattempo vengono convocati dalla magistratura medici e incriminati per diffusione di fake news per aver denunciato i contagi e i morti non censiti e la mancanza di mascherine e di ventilatori. Il primario dell’ospedale che accoglie i malati di coronavirus a Mosca annuncia di essere Covid-positivo, una settimana dopo aver stretto la mano (senza guanti) al presidente, costretto ora al telelavoro dalla dacia. 

Gli esperti discutono se nella capitale ci saranno 100 mila morti o un po’ meno, ma gli ottimisti sperano di evitare la «catastrofe italiana»: «Da noi ci sono meno anziani con malattie croniche, solo esponenti dell’élite ricevono cure sanitarie della stessa qualità dell’Italia», scrive Yaroslav Ashikhmin sulla Novaya Gazeta. In altre parole, moriranno meno vecchi perché sono già morti di altro. In questo clima, decine di regioni russe stanno introducendo lockdown sul modello moscovita, senza più aspettare il via libero dal Cremlino, in un improvviso federalismo di fatto.

Resta da vedere quanto funzionerà. La quarantena con tracciamento può essere una soluzione efficace in un sistema dove esiste la fiducia reciproca tra governo e cittadini, e istituzioni a guardia dei diritti, ma non in un Paese autoritario dove potere e popolo giocano a guardie e ladri e nessuno si fida di nessuno. Perfino la presidente del Senato Valentina Matvienko, una putiniana di ferro, ha scherzato che «il pass migliore per uscire di casa sarà una banconota da 5 mila rubli» da allungare ai poliziotti. Milioni di russi saranno d’accordo con lei, anche perché vedono già adesso che alcuni sono più uguali degli altri nell’ignorare le regole della quarantena, o di avere accesso ai test. Lo «state a casa» verrà visto da molti soltanto come un’altra misura repressiva del governo, da aggirare con ogni mezzo, in quella resistenza passiva del «si salvi chi può» che in un’emergenza può diventare fatale.

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