La scuola dopo il virusIl problema non sono prof e infrastrutture, ma un metodo non più adatto ai tempi

Ormai è evidente la discrepanza tra il modo intuitivo in cui facciamo esperienza del mondo presente e quello polveroso in cui i nostri figli sono chiamati a studiarne il passato e la teoria

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Che la scuola non fosse fisiologicamente pronta a entrare in questo futuro distopico, si è già detto. Si è detto che nei paesi civili le scuole riapriranno assieme alle altre attività, che nelle periferie difficili la didattica a distanza sta portando dispersione scolastica, e anche – invece – che la bistrattata scuola italiana è diventata protagonista di una rivoluzione di costumi stupefacente e totale, dimostrandosi molto più veloce del previsto ad adeguarsi all’emergenza.  Sono soprattutto di quest’ultimo partito, considerato che fino a marzo molti istituti non avevano neanche il registro elettronico, e oggi perfino la maestra pensionabile del nido potrebbe aprire il suo canale Youtube.

Tuttavia, se ho trovato encomiabili ed efficaci gli sforzi di tutti gli insegnanti in cui mi sono imbattuta – da quelli che hanno accantonato gessetti e regoli, a quelli che si sono fatti portavoce del cambiamento attraverso post e articoli – mi è parso invece che il nuovo medium abbia evidenziato l’inadeguatezza non del personale, di cui si parlava già prima del covid, e che è stata brillantemente smentita, quanto di metodi e di materiali. Almeno, è successo a me. 

In quei giorni, interrompevo le mie attività lavorative e domestiche per aiutare mia figlia coi compiti (ma sarebbe più corretto dire l’inverso). Era sempre alle prese con una fiaba di Esopo della quale doveva riuscire a isolare la morale, e non ci riusciva. 

Subito dopo aver litigato sulla volpe e l’uva, con lacrime, scenate, minacce e sospetti di disturbo dell’attenzione, la scolara scendeva in salotto dove si sbellicava guardando Rebibbia Quarantine di Zerocalcare, pur non parlando romanesco; e riusciva a capire che un video-clip animato di Tha Supreme rappresentava una visione onirica da cannabis, pur non conoscendo la cannabis. 

Quindi, mi tranquillizzavo, non aveva seri problemi di comprensione del testo. Si stava divertendo su Youtube, ma purtroppo l’ho dovuta a mandare ad apporre su una mappa i nomi dei fiumi Sele, Crati e Bradano. Voi ci sareste riusciti, senza usare Google Maps?

Mi sono chiesta come il nuovo medium abbia reso più evidente la discrepanza tra il modo intuitivo in cui facciamo esperienza del mondo presente, e quello polveroso in cui siamo chiamati a studiarne il passato e la teoria, la sua grammatica, l’onomastica, la flora.

Forse è successo perché siamo stati testimoni diretti, origlianti dietro porte, del modo in cui, anche su Weschool, gli insegnanti continuano a fare scuola. E il mezzo strideva maggiormente col contenuto, perché si parlava in modo molto vecchio attraverso uno strumento molto nuovo. Ontani frassini, lecci, e poi lucci trote e saraghi. I lecci diventano facilmente lucci, e nessun maestro pensava a googlare queste bestie, nonostante l’intera classe fosse dentro a un computer. 

È inevitabile, gli insegnanti sono creature novecentesche, loro, le opzioni di Zoom le studiano come scienziati, smontando il senso delle parole; i bambini invece cliccano su tutto e in pochi minuti riescono a capire come buttare fuori amici dalle chat, silenziarli, o applicarsi lo sfondo di un paesaggio. 

Così, maestri anche piuttosto anziani, che avevano rinnegato i loro solidi principi analogici, e, pur di rivedere gli alunni e strapparli dai danni morali e didattici di famiglie recluse, si erano messi a studiare qualsiasi piattaforma nota all’uomo, allo stesso tempo, continuavano a mandare anacronistiche schede rigorosamente da stampare, in cui si chiedevano cose come la data esatta della fine del Medio Regno egizio, o la massima profondità del Mar Tirreno. 

Cose che non sembravano per niente adeguate o importanti non solo in mezzo a una pandemia, ma che per di più suonavano quanto meno obsolete rispetto al nuovo modo che i bambini avevano adottato per apprendere: guardare video su Youtube, documentari su Netflix e Rai Scuola, inviare una domanda via mail all’insegnante, ticchettare sulla tastiera per scrivere un tema, uploadare un disegno, ultimare un lavoro di gruppo su Skype ascoltando i compagni attraverso cuffione, e commentando ogni cosa con una gif.

Mentre mia figlia lottava coi flutti del Tirso, mi sono imbattuta in un archivio di quaderni di scuola del Novecento, e ho trovato i temi assegnati nel ventennio fascista.  Uno titolava così: «Un vostro condiscepolo, entrato in acqua contro la volontà dei genitori, perì tra i flutti». Mi ha fatto ridere, e poi mi ha fatto pensare che stessimo ancora chiedendo ai ragazzi un tipo di sforzo che – se molto distante da quello di un giovane balilla – non era nemmeno abbastanza vicino al modo di imparare di un nativo digitale.  

Ho letto che i bambini della cosiddetta generazione alpha, nati negli anni del lancio dell’IPad e di Instagram, si annoiano in fretta non perché sono scazzati, ma perché scansionano in modo rapido le informazioni, consultano serenamente i video senza audio, e tutto ciò non è dettato da un deficit dell’attenzione, ma da un tipo di attenzione diversa. Il fenomeno è molto studiato dalle aziende della Silicon Valley che sviluppano giocattoli digitali, ma non certo da chi si occupa di scuola.

Non ho la soluzione per le mani, perché – sebbene negli anni abbia preso il vizio di consultare un secondo piccolo schermo anche durante la visione di ogni film – somiglio ovviamente di più agli insegnanti: penso che sia preferibile studiare il greco e leggere l’episodio del Cane Argo prima di guardare Star Wars e perdersi in Fortnite. 

Mi sono chiesta, tuttavia, se fosse possibile rinunciare alla tediosa compilazione manuale di centinaia di tabelle di dati, in un momento in cui il mondo, filtrato totalmente attraverso gli schermi, rende questo tipo di sforzo così antiquato rispetto al balzo in avanti subito dalla scuola, e così tedioso rispetto alle tante narrazioni multimediali di qualità oggi disponibili a supporto dell’insegnamento. 

O forse, quella fatica, sempre più enorme, che i ragazzi fanno per capire che cosa chiede un sussidiario è l’unico percorso possibile per portarli a un’elevazione di cui i nuovi media possono solo farsi veicolo, e non sostituire, dettando ai modi antichi e lenti dello studio le leggi barbare della loro velocità.