RicostruireAlcune proposte per far ripartire la scuole, assieme al resto del paese

Attività educative all’aperto, niente più voti e superamento dei concetti di classi e sezioni. Gli esperti di Stefano Parisi suggeriscono al governo e alle task force un programma che potrebbe iniziare da subito attraverso una “scholé” estiva

bambini
Photo by La-Rel Easter on Unsplash

«Non si può immaginare che le famiglie tornino da maggio a lavorare, e che fino a settembre non ci sia nessuno che pensa ai figli. Se vorremo far ricominciare le scuole a settembre, anche ipotizzando di aver vinto la pandemia, comunque non si potrà partire così come siamo abituati». Così commenta sul tema dell’istruzione Giuseppe Bertagna, professore di Pedagogia all’università di Bergamo e firmatario, insieme ad altri 40 esperti, del piano “Ricostruire” lanciato da Stefano Parisi per affrontare e risolvere le problematiche legate al coronavirus.

La chiusura delle scuole fino all’inizio del prossimo anno scolastico, infatti, è questione non da poco per le famiglie in termini organizzativi, ma al contempo offre la possibilità al comparto scolastico di ripensarsi interamente, coprendo quei problemi strutturali che l’hanno fatto arrancare negli anni, e potenziando invece i talenti di bambini e ragazzi per dare nuova linfa al Paese.

«È possibile pensare a un vero piano nazionale per riaprire la scuola, dove i ragazzi possano trovare occasioni per andare all’aria aperta, garantendo il distanziamento sociale, e iniziare a fare le mille cose che ad oggi non si fanno a scuola. Il compito non può essere delegato soltanto alle famiglie, né soltanto all’istruzione. Il ministero, i comuni, le province e le regioni hanno tutte una responsabilità in questo senso», spiega Bertagna in occasione del webinar di lancio della proposta, sostanziata anche in un paper dedicato.

In maniera simile a quanto già proposto da Beppe Sala, per Bertagna è fondamentale andare in aiuto delle famiglie fin da subito è proseguire l’attività scolastica anche d’estate: una “scholé” estiva che si sostanzi, da un lato, nell’istituzione di laboratori per l’Approfondimento, il Recupero e lo Sviluppo degli Apprendimenti (LARSA) per la parte più “scolastica”, e dall’altro in corsi sportivi, tornei, laboratori (di pittura, teatro e così via) ed immersioni nella natura fra esplorazioni botaniche e campeggio.

Attività che si dovrebbero intraprendere da subito, mettendo a fattor comune le risorse e le competenze di ministeri (Istruzione e Famiglia), politiche sociali, amministrazioni a tutti i livelli (dai comuni alle Regioni), il terzo settore, le parrocchie, il mondo del volontariato e le famiglie. Facendo una «razionalizzazione» dei costi e mettendosi in rete per «coordinare, integrare, sistematizzare, unificare le “catene di comando”».

Ma l’idea di una scuola estiva per Bertagna non si limita all’emergenza coronavirus: per l’esperto, bisognerebbe farla tutti gli anni, limitando il periodo di ferie solo alla fine di luglio e al mese di agosto. «Il servizio di istruzione, se vuole davvero raggiungere il risultato di promuovere l’apprendimento degli studenti, deve anche farsi carico di servizi e stimoli educativi e relazionali che non coincidono con il tradizionale orario delle lezioni nei 200 giorni di scuola», scrive il pedagogista.

L’emergenza coronavirus offre inoltre l’occasione di rompere finalmente «il marchingegno buro-amministrativo-sindacale-organizzativo delle “classi” e delle “sezioni”», così come quello del valore legale titoli di studio e dei voti, che altro non sono se non una «razionalizzazione ancora più iniqua delle già inaccettabili disuguaglianze formative tollerate nel paese».

I docenti, in questo senso, dovrebbero diventare da un lato tutor personali di gruppi contenuti di studenti (fino a un massimo di 9) per «accompagnarli e orientarli in maniera personalizzata nel percorso formativo in presenza e soprattutto a distanza», e dall’altro titolari «di insegnamenti e attività in presenza basati didatticamente su flessibili gruppi di livello, di compito, di progetto, oltre che elettivi».

Naturalmente, questi insegnanti andrebbero pagati di più, dice Bertagna, poiché il loro ruolo andrebbe ripensato completamente per diventare delle figure educanti a tutto tondo. In particolare, i loro insegnamenti dovrebbero seguire tre direttrici fondamentali di rivoluzione scolastica: «orale, scritto e digitale», ovvero la combinazione di attività in presenza, posta la necessità del dialogo e del contatto umano fra docente e studente, la produzione e fruizione di testi scritti, altrettanto fondamentali per la formazione, e le nuove tecnologie, che consentiranno non tanto – o almeno non solo – l’insegnamento a distanza, ma l’efficace integrazione di nuovi strumenti in una nuova didattica.

Su questo, Bertagna ammette che il ministero di Lucia Azzolina è ancora molto indietro e troppo timido nell’affrontare questi cambiamenti epocali. La didattica a distanza, per l’esperto, non può essere una mera replicazione attraverso lo schermo di ciò che avviene in classe, come è avvenuto finora. Allo stesso modo, l’idea di instaurare doppi turni a scuola è un vicolo cieco: la scuola va portata fuori dall’edificio scolastico e dentro al mondo.

Una simile rivoluzione, spiega l’esperto, consentirebbe di risolvere anche il drammatico problema della dispersione scolastica: «i nati dagli anni trenta fino alla fine degli anni sessanta del secolo scorso hanno oscillato tra gli 800 mila e il milione, mentre oggi sono scesi al numero da collasso demografico di 435.000.

I giovani sono la risorsa più importante di un paese. In questo contesto, perdere, o non coltivare al meglio, anche il talento di un solo nato è autolesionista sul piano economico, non rispettoso della dignità delle persone sul piano etico e quasi criminoso su quello pedagogico», scrive Bertagna.

Posto che i talenti non sono tutti scolastici, ma «la maggior parte, almeno statisticamente, sono extrascolastici ed extrauniversitari», dice il pedagogista, occorre superare la concezione di «setacciatura» scolastica, che porta gli studenti considerati “bravi” a studiare al liceo, quelli meno bravi a intraprendere studi tecnici o professionali, e quelli ancora più svantaggiati a semplicemente abbandonare gli studi e iniziare a lavorare.

Per attuare questa rivoluzione educativa, nel suo saggio Bertagna propone una generale divisione delle competenze tra lo Stato (cui spetterebbe di fissare i criteri ideali in termini di istruzione), un ente autonomo per la valutazione della funzionalità del sistema, e istituzioni scolastiche, università, accademie ed altri enti riuniti in accordi di rete per la formazione del personale docente e non solo.

Queste proposte si trovano sul sito di Ricostruire.

Così, dice Bertagna, si darebbe vita non solo ad una nuova generazione di studenti, ma anche di insegnanti, i quali sarebbero «continuamente formati, aperti a svolgere la funzione educativa con diverse modalità (in presenza e da remoto), capaci di guidare l’apprendimento pratico attraverso esperienze lavorative, disponibili a collaborare con il dirigente per i molti profili organizzativi, disponibili a ricevere obiettivi e a farsi giudicare in base ai risultati».

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