RipartireL’azienda italiana che riapre in sicurezza, imparando dalla Cina

Pochi giorni prima di Pasqua, Venchi ha scelto di riaprire alcuni dei suoi negozi: un segno di positività e di fiducia, con un’attenzione alla salute e alle regole dettata dall’esperienza maturata dove è partita l’epidemia

Foto dell'azienda

Una storia italiana che inizia in salita. Come tanti, Venchi ha bruscamente dovuto chiudere tutte le attività. «Abbiamo donato il gelato prodotto da tutti i negozi alle principali strutture ospedaliere vicine ai nostri punti vendita». A parlare è Giovanni Battista Mantelli, co-fondatore dell’azienda piemontese specializzata nella produzione e nella vendita del cioccolato, che continua: «La produzione pasquale in sede è continuata nella speranza che si riaprisse il 4 aprile, a una settimana dalla Pasqua. Volevamo offrire al comparto dei bar pasticceria chiusi per Ateco (codice che classifica le attività commerciali, ndr) non conforme, la possibilità di vendere le nostre specialità solo nella filiera del mercato di nicchia. Purtroppo con lo slittamento a maggio, la maggior parte dei clienti Venchi non ha potuto riaprire l’attività. Pochi giorni prima di Pasqua tuttavia Venchi ha scelto di riaprire, in piena sicurezza, nove dei suoi cinquanta negozi, per dare un segnale di positività, di speranza e di fiducia; nell’assoluto rispetto delle misure di precauzione a salvaguardia della salute di dipendenti e clienti, anche sulla base dell’esperienza maturata in Cina».

Così in molte città i negozi Venchi in possesso del codice Ateco hanno riaperto i battenti, seguendo l’esempio della Cina, dove i punti vendita del marchio italiano hanno già ricominciato a funzionare. Del resto «in Cina viviamo questa situazione fin da dicembre – spiega ancora Mantelli – lì abbiamo in tutto 300 dipendenti, che abbiamo per un lungo tempo cercato di sostenere in tutti i modi, anche dal punto di vista psicologico con dei video dall’Italia, e anche grazie ad un gruppo di giovani manager italiani che sono rimasti in Cina, operativi più che mai. Ora sono loro che sostengono noi, che ci mandano messaggi e ci incoraggiano. Ma non è tutto. Dai nostri negozi in Cina abbiamo imparato a conoscere la forma asiatica di assoluto rigore. Senza considerare che per loro è normale avere dispositivi di protezione: la mascherina è un comune presidio contro lo smog e di rispetto verso il prossimo, non mette in allarme come da noi. E poi c’è una predisposizione all’ordine, alle regole, che abbiamo tentato di assorbire e ci ha aiutato a riorganizzare la nostra produzione e a sostenere con consigli e indicazioni i nostri agenti e clienti rivenditori. Ugualmente dalla Cina abbiamo portato il rigore dei guanti, delle mascherine e dell’igiene, e li abbiamo trasmessi ai nostri clienti, per informarli e aiutarli a capire se avessero la certificazione Ateco idonea».

Perché oltre a riaprire i propri punti vendita, Venchi ha messo in condizione di riaprire molti dei suoi clienti. Ma restano chiusi, ovviamente, i punti vendita negli outlet e negli aeroporti. A compensare, si sfruttano le piattaforme di consegna e l’e-commerce. E il gelato appena fatto, che non può essere venduto nei negozi, viene consegnato direttamente a casa su prenotazione on line. Certo, non è semplice, e gli ostacoli sono stati e sono tanti, «perché il cioccolato non è ritenuto un bene di prima necessità».

È sempre la sicurezza alla base delle riaperture delle cioccogelaterie Venchi: «Effettuiamo la sanificazione con prodotti specifici disinfettanti previsti nella nostra haccp che permettono di mantenere le superfici sicure, grazie anche all’impiego dei guanti. Abbiamo bloccato il self service: il “pick and mix”, la scelta libera dei cioccolatini, non è più un’opzione, è il commesso a fare la selezione di quello che il consumatore desidera. E il cliente se è dotato di guanti e mascherina può entrare, rimanendo a distanza di sicurezza; diversamente viene invitato a dotarsi del kit ed invitato ad entrare. L’età media dei nostri dipendenti è 29 anni, e questo ci ha aiutato: sono stati loro i primi a chiederci di ripartire. E dove non si può ripartire facciamo formazione: webinar che portano a una migliore conoscenza del prodotto, perché crediamo che la nostra qualità debba essere raccontata da chi vende, non solo rappresentata da un marchio. E anche formazione informatica. Sono 400 ragazzi, parte dei quali è in cassa integrazione». Anche per loro è importante guardare al futuro. E saper leggere i segnali positivi: «dalla Cina stanno arrivando numeri che tornano ad essere positivi – racconta Mantelli – i negozi, ora tutti aperti, tornano in attivo. Questo ci fa sperare in una ripartenza anche in Europa. E anche qui in Italia nei giorni di Pasqua ci sono state delle composte code fuori dai nostri negozi e tanti servizi di consegna a domicilio».

E guardando ancora più avanti: «Abbiamo presentato on line la collezione autunno inverno, secondo una filosofia che ci porta a proporre in anticipo di mesi, in modo da realizzare solo quanto richiesto, nel rispetto del pregio dei prodotti che usiamo. Abbiamo in programma un’apertura a Parigi, e altre aperture in Cina, tra cui una proprio a Wuhan, un’area densamente popolata e centro direzionale di molte importanti aziende estere. Perché non bisogna mai smettere di guardare avanti, non siamo i pessimisti che si lamentano del vento, ma nemmeno gli ottimisti che aspettano che cambi. Siamo realisti ed intanto aggiustiamo le vele».

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