Gioielli di famigliaCon il coronavirus le nostre multinazionali tascabili sono a rischio

La fase di debolezza delle aziende in questo momento di crisi offre a gruppi esteri una occasione insperata e probabilmente irripetibile per indebolire e forse eliminare le performanti e agguerrite concorrenti italiane

FILIPPO MONTEFORTE / AFP

La crisi da Covid-19 sta determinando per l’economia del nostro Paese una serie di gravi problemi. Tra questi ce n’è uno particolarmente subdolo, strisciante e inafferrabile, di non immediata percezione e di difficile gestione. Il rischio concreto che il patrimonio tecnologico e conoscitivo delle imprese italiane sia oggetto di un vero e proprio saccheggio da parte di concorrenti esteri. Per comprendere la portata e la pervasività del problema è necessario mettere preliminarmente a fuoco il mondo al quale esso afferisce. Il tessuto imprenditoriale italiano si caratterizza per la radicata e capillare presenza di una peculiare tipologia di aziende, non inquadrabili nella categoria dei Grandi Gruppi e al tempo stesso non definibili come Piccole e medie imprese tout court.
Tali imprese sono state dette, con formulazione intelligente ma datata, multinazionali tascabili. Questa dicitura, senz’altro a suo tempo frutto di una felice intuizione, mi sembra non rispecchiare in modo attuale la realtà delle aziende così denominate. Ci trovo, tra l’altro, una venatura di segno negativo, quasi dispregiativo, come a voler dire: gli altri Paesi hanno le multinazionali vere, mentre noi ci ritroviamo in casa queste simil- multinazionali, una sorta di surrogato di multinazionale.

Le multinazionali tascabili non sono oggetto di alcuna formale definizione, sicchè – per superare la dicitura in esame – ci dobbiamo affidare all’esperienza empirica. Le imprese rientranti in questa categoria, nella loro eterogeneità, sono accomunate da tre caratteristiche: i) hanno dimensioni medie; ii) competono con successo sui mercati internazionali; iii) vantano un peculiare patrimonio in termini di innovazione. Dunque, con espressione non particolarmente elegante e presto mi auguro superata da proposte più appealing, preferisco sostituire la definizione di Multinazionale Tascabile con quella di Impresa Media Internazionale e Innovativa, abbreviabile come Impresa M2I, ovvero – con ardita crasi – Impresa Innovazionale.

Questa tipologia di realtà imprenditoriale è diffusa in modo capillare nel nostro Paese, del quale rappresenta una nota peculiare e altamente caratteristica, poco enfatizzata dai media e scarsamente conosciuta dall’opinione pubblica, ma di fondamentale importanza per la nostra tenuta economica e sociale.
L’Italia, in altri termini, svolge il ruolo di potenza economica a livello mondiale soprattutto grazie all’attività di migliaia di Imprese M2I, quali, solo per fare degli esempi e andare concretamente sul campo: la Foma di Pralboino (BS), la Roncadin di Meduno (PN), la Better silver di Bressanvido (VI), la Cytech di San Vendemiano (TV), la Bios Line di Ponte San Nicolò (PD), la Jaes di Palermo, la Cofren di Avellino; la Lirsa di Ottaviano (NA), la Mcs di Ariano Irpino (AV), la Lem di Levane (AR), la Streparava di Adro (BS); e potremmo continuare per decine e decine di pagine. Si tratta di aziende dinamiche, forti, leader di settore, a volte mono-prodotto, che godono usualmente di un forte radicamento sul territorio e competono con successo sui mercati internazionali, affrontando spesso gruppi esteri più grandi e strutturati.

L’innovazione di queste aziende presenta due peculiarità di fondo. In primo luogo, si tratta solitamente di una innovazione incrementale, finalizzata ad aumenti di performance e di funzionalità mediante affinamenti progressivi nel lavoro quotidiano. In secondo luogo, il patrimonio conoscitivo viene solo marginalmente tutelato mediante formali titoli di proprietà intellettuale (brevetti, design, etc.), mentre risulta nella maggior parte dei casi gestito a livello di know how aziendale. Le nostre Imprese Innovazionali, usualmente, si confrontano nel mondo con competitor di dimensioni maggiori, spesso facenti parte di ingenti conglomerati industriali.

La fase di debolezza conseguente per le nostre aziende alla crisi in atto offre a questi gruppi esteri una occasione insperata e probabilmente irripetibile, per indebolire e forse eliminare le performanti e agguerrite concorrenti italiane. Non è neanche necessario, per fiaccare l’Impresa M2I di turno, realizzare altisonanti e costose operazioni di acquisizione, così come non c’è il bisogno di portare evidenti ed aggressivi attacchi frontali. E’ sufficiente assorbire dalle aziende italiane, magari lautamente pagato, il loro consolidato ed invidiato patrimonio innovativo e conoscitivo.

Il tessuto imprenditoriale del Paese, insomma, nell’arco di poche settimane rischia di essere letteralmente smembrato ed irrimediabilmente ridimensionato.
Il tutto in modo silenzioso, senza clamore, in forza di operazioni fuori dal radar dei media: non mediante vistose operazioni di acquisizione, ma tramite uno stillicidio contrattuale di cessioni di know how, licenze di software, trasferimenti di tecnologie, et similia. L’Italia, quasi senza rendersene conto, potrebbe molto a breve dover affrontare un secco impoverimento, un netto indebolimento del proprio apparato produttivo, con gravissime conseguenze di natura economica e sociale.

La minaccia può ancora essere sventata, ma occorre agire in fretta. Bisogna mettere in atto, con carattere di assoluta urgenza, misure finalizzate a mettere le nostre Imprese Innovazionali in condizione di resistere alle insidie, alle minacce e alle lusinghe dei loro competitor internazionali. Si tratta di adottare disposizioni che evitino a queste aziende di versare in una situazione di debolezza economica e quindi di diventare facile preda di iniziative ostili da parte di gruppi avversari.

Il know how, aziendale, tanto diffuso e peculiare nelle imprese italiane, dove rappresenta la parte largamente preponderante del patrimonio intangibile aziendale, deve diventare un nostro autentico punto di forza, la pietra angolare sulla quale fondare la resistenza dell’intero sistema produttivo.
Ipotizziamo, per sommi capi, un piano per sostenere le Imprese M2I del nostro Paese, concretamente realizzabile in tempi brevissimi.
Le misure che qui si propongono, in ogni caso, potranno comunque risultare degli strumenti preziosi per agevolare la fase di ripartenza delle imprese italiane. In primo luogo, dato che il know how, a differenza degli altri diritti di proprietà intellettuale, non è portato da alcun titolo ufficiale, si pone il problema della sua individuazione e perimetrazione.

La soluzione, nell’immediato, consiste nell’adottare un sistema di auto-certificazione da parte delle imprese, che dichiarano in un documento formale la consistenza del proprio know how,: si tratta di un meccanismo che viene già utilizzato, con pieno successo, nell’ambito del Patent Box.
Anzi, dato che molte Imprese Innovazionali hanno attivato tale procedura, in un ampio numero di casi questa oggettivazione del bene intangibile in esame risulta già effettuata e disponibile. Poi, in una fase successiva, si potrebbe disciplinare un sistema di certificazione ad hoc, realizzandone un processo di attuazione standard, con il coinvolgimento di operatori specializzati, come accade – ad esempio – nel campo delle DOP e IGP.

Il know how, unitamente agli altri beni intangibili dell’azienda, viene quindi a costituire il presupposto sostanziale per attivare: nuove misure agevolative e incentivanti l’innovazione, che si aggiungano agli strumenti già a disposizione delle imprese (Patent Box, Incentivo R&S, etc.); inedite forme di sostegno economico, che siano supportate sia dal mondo bancario sia dal settore finanziario nel suo complesso; innovativi strumenti di tutela dell’interesse pubblico, con meccanismi di difesa in caso di cessione all’estero di parti sensibili delle nostre conoscenze. Il patrimonio tecnologico e conoscitivo delle nostre imprese è un bene che riguarda l’intero Paese, che rende l’Italia uno Stato moderno e competitivo, che concorre in modo determinante alla sua tenuta economica e sociale: la Politica se ne occupi, le Aziende ne siano consapevoli, l’Opinione Pubblica se ne interessi, ognuno faccia la sua parte.

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