Ripartenza lentaI consumi italiani erano tra i peggiori d’Europa già prima del coronavirus

Non spendono perché preferiscono risparmiare, anzi. Sono i redditi che non consentono di comprare di più. Negli ultimi tre anni la crescita del potere d’acquisto è stata sempre minore

Il commercio al dettaglio sarà il settore più colpito dalle restrizioni dovute alla pandemia di Covid-19. I negozi, bar e ristoranti saranno gli ultimi a riaprire e le piccole attività sono quelle con margini più ridotti. Ben poche possono sopravvivere a mesi di crisi senza indebitarsi o addirittura chiudere. Ma c’è anche un’altra ragione. Da anni il nostro “piccolo commercio” è quello che se la cava peggio tra i principali Paesi europei. L’Italia non si è mai veramente ripresa dalla crisi del 2011-13, e i bar, ristoranti e negozi che prima dell’emergenza già arrancavano rispetto agli altri Stati Ue, dopo ripartiranno in una situazione di maggiore svantaggio.

I consumi al dettaglio complessivi in Italia si sono man mano sempre più distaccati dal trend sia europeo che tedesco, con incrementi quasi impercettibili, sia nei periodi di punta, ovvero il Natale, sia in quelli di bassa stagione. Ormai in Europa e in Germania in tutti i mesi dell’anno, o quasi, l’anno scorso i consumi superavano il valore medio del 2015, mentre in Italia rimanevano a un livello inferiore in otto casi su dodici. E se a dicembre nella UE si è arrivati a una spesa del 33,1 per cento maggiore di quella di 5 anni fa, in Italia ci si è fermati a un +24,7 per cento.

Non è una sorpresa. Da molti anni l’Italia è l’ultimo paese Ue per crescita del Prodotto interno lordo. Ma a quanto pare abbiamo avuto una ripresa dei consumi peggiore e più limitata degli Stati europei che hanno sofferto peggio di noi la crisi economica Spagna, Portogallo e persino Grecia, Parliamo dei Pigs che hanno dovuto accedere al Meccanismo europeo di stabilità che a quanto pare non ha creato poi così tanti danni, almeno non tanti quanto la recessione affrontata sovranamente senza aiuti in Italia.

Il Portogallo in particolare ha aumentato la spesa al dettaglio con un picco nel dicembre 2019 del 47,1 per cento  in più rispetto sempre al valore medio dell’anno 2015. Anche i consumi greci hanno dimostrato di avere recuperato di più rispetto a quelli italiani in nove mesi su dodici dello scorso anno.

I prodotti medicali e cosmetici e quelli legati all’ICT, come PC e software, sono i consumi che hanno vissuto un gap maggiore rispetto a quelli europei nei negozi specializzati. Probabilmente sostituiti dagli acquisti via internet, che guarda caso hanno beneficiato negli ultimi anni di un aumento rispetto al 2015 anche superiore a quello europeo, in particolare a Natale.

Se escludiamo l’abbigliamento e le calzature, anche gli altri settori, incluso quello alimentare, hanno vissuto in modo piuttosto omogeneo un trend di crescita dei consumi sempre più ridotto rispetto a quello di altri Paesi Ue.

Basti vedere i dati degli ultimi due mesi senza il tornado coronavirus. L’Italia a dicembre, il mese con i maggiori consumi nell’anno è stato tra gli ultimi cinque Paesi per livello di spesa (a confronto del 2015), davanti a Croazia, Grecia, Austria, Belgio, ma dietro ad altri 23. In testa naturalmente gli Stati con la crescita maggiore, Romania, Irlanda, Ungheria. Ma anche a gennaio, in una situazione di minore eccezionalità, in bassa stagione, risultiamo tra i peggiori quattro.

Ed è un brutto segnale il fatto che nonostante i consumi ridotti non sia ripresa la storica propensione al risparmio degli italiani, che a differenza di un tempo è rimasta al di sotto della media UE, al 10,4 per cento, e rispetto all’inizio della ripresa economica è addirittura diminuita, mentre cresceva altrove, sia in Germania, dove è sempre maggiore, sia in Spagna dove storicamente è sempre stata piuttosto bassa.

Gli italiani spendono di meno non perché preferiscono risparmiare, anzi. Il problema è che i redditi non lo consentono. Lo conferma l’Istat: negli ultimi tre anni la crescita del potere d’acquisto degli italiani è stata sempre minore. L’anno migliore è stato il 2016, che ha segnato un +1,3 per cento, un valore che non si riscontrava dal 2007. Ma dopo, seguendo anche il rallentamento generale del Prodotto interno lordo, gli aumenti si sono ridotti al +1 per cento del 2017, il 0,8 per cento del 2018 e il 0,6 per cento dello scorso anno.

Per un beffardo scherzo del destino, il Paese più colpito dall’emergenza coronavirus è quello che già aveva le performance economiche peggiori.

Forse poche occasioni come questa insegnano che l’esigenza di una crescita, e di conseguenza di un bilancio equilibrato, non è un capriccio “sviluppista”, né un inchino alla supremazia dell’economia sul resto. Anzi è una assicurazione contro i tempi di carestia e di emergenza, come era chiarissimo secoli fa, quando si mettevano scorte nei granai gli anni buoni prevedendo quelli cattivi.  Una garanzia per dover evitare di essere costretti a scegliere tra la malattia e la miseria, quando l’emergenza arriva

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