
L’Istat ha diffuso i dati su occupati e disoccupati a marzo 2020, i primi successivi all’approvazione del lockdown da parte del governo. L’occupazione tiene, con un lieve calo dello 0,1%, anche per effetto della cassa integrazione allargata e il divieto di licenziamenti contenuti nel decreto Cura Italia. Chi è in cassa integrazione, infatti, è considerato occupato. Anche se bisogna tenere conto che le misure più restrittive, con una chiusura allargata delle attività produttive, sono arrivate nella seconda metà del mese.
Più marcate sono le variazioni su chi cerca lavoro e gli inattivi. Di fatto c’è stato un travaso da disoccupazione a inattività. Il tasso di disoccupazione in un solo mese diminuisce di quasi un punto percentuale. Ma non è una notizia positiva, perché contemporaneamente cresce della stessa percentuale il numero di coloro che non hanno un lavoro e non lo cercano, aumentati di 301mila unità in un mese. Sintomo di un mercato del lavoro sostanzialmente bloccato.
L’Istat sottolinea le difficoltà nella raccolta dei dati in un periodo di emergenza sanitaria. Ecco perché, spiegano, «la ridotta numerosità campionaria non ha consentito di diffondere i dati con il consueto livello di disaggregazione». Nel bollettino non si trovano infatti, come di consueto, i dati distinti per tipologia contrattuale. Per cui le stime pubblicate potrebbero subire revisioni in base alla progressiva estensione delle informazioni disponibili.
Dai dati, si vede comunque come il livello di occupazione a marzo abbia sostanzialmente retto, grazie alla cassa integrazione, con una riduzione di 27mila unità in un mese, soprattutto tra le donne (-18mila). Diminuiscono invece di 267mila unità i disoccupati con il tasso di disoccupazione che scende all’8,4 per cento. Ma parallelamente il numero di inattivi cresce del 2,3%, con un +301mila unità. Coloro che cercavano un lavoro, in questo momento – come era prevedibile – hanno smesso di cercarlo. Con una impennata soprattutto tra gli uomini: +191mila in un mese. In un anno si contano 571mila disoccupati in meno e 581mila inattivi in più.
«Questo è segno di un mercato fermo le cui conseguenze si vedranno nelle prossime settimane», commenta su Twitter il presidente della Fondazione Adapt Francesco Seghezzi. Servirà un cambiamento di rotta delle politiche attive. E l’agenzia Anpal dovrà avere un ruolo strategico.
Ma proprio in questo momento di crisi in Anpal è in corso uno scontro tra le regioni da un lato, il ministero del Lavoro e il direttore generale dall’altro, tutti contro il presidente Mimmo Parisi, appena rientrato dal Mississippi. Dopo il duro botta e risposta epistolare con il ministero di Nunzia Catalfo sui rimborsi spese cospicui del professore italoamericano, per la seconda volta il 29 aprile il cda di Anpal, che avrebbe dovuto finalmente approvare il piano industriale triennale, è stato nuovamente rimandato a data da destinarsi. I membri del cda avrebbero dovuto votare contro il piano Parisi, molto povero sul fronte dell’emergenza Covid e che prevede inoltre la mancata stabilizzazione di tutti i precari dell’agenzia con 161 esuberi. E quindi si è quindi preferito rinviare per evitare l’incidente politico.
Ma nonostante il governo abbia ripetuto più volte che «nessuno perderà il lavoro per il coronavirus», nello stesso Def l’esecutivo stima che quest’anno gli occupati caleranno del 2,1%. Il che significa che si perderanno quasi mezzo milione di posti di lavoro.