Vescovi contro il PapaIl decreto e la retromarcia di Conte sulle messe aprono un nuovo scontro interno alla Chiesa

Le parole della Conferenza episcopale italiana, in aperto contrasto con quelle del Pontefice, mostrano come in Vaticano sia ancora influente lo zoccolo duro wojtyłiano e ratzingeriano, pronto a esprimere, appena possibile, una visione lontana da quella di Bergoglio 

ERIC CABANIS / AFP

Il malcontento verso il decreto del presidente del Consiglio dei ministri unisce i due opposti e va, al di là della rima, dalla Cei ad Arcigay. Se a essere inaccettabile per la storica associazione Lgbt e larga parte del movimento arcobaleno italiano è la questione dei congiunti (rientrata nel primo pomeriggio del 27 aprile), per i vescovi italiani il vero vulnus del piano di Palazzo Chigi è nell’aver escluso «arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo».

Un comunicato durissimo quello giunto, domenica, dalla sede della Conferenza Episcopale Italiana a stretto giro di posta dalla conferenza stampa del presidente del Consiglio, che aveva unicamente dato il via libera ai funerali – che, fra l’altro, non sono celebrazioni esclusivamente cattoliche o religiose – con la partecipazione dei parenti più stretti fino a un massimo di 15 persone.

La Segreteria generale della Cei aveva avviato «un’interlocuzione continua e disponibile» con il ministero dell’Interno e la presidenza del Consiglio accettandone «con sofferenza e senso di responsabilità, le limitazioni governative assunte per far fronte all’emergenza sanitaria», ma ora sostiene che la libertà di culto sia compromessa dal nuovo decreto. 

Ricordando poi come nel corso di una tale interlocuzione si fosse «sottolineato in maniera esplicita che – nel momento in cui vengano ridotte le limitazioni assunte per far fronte alla pandemia – la Chiesa esige di poter riprendere la sua azione pastorale», la Cei ha richiamato Conte e il Comitato tecnico-scientifico al dovere di «distinguere tra la loro responsabilità – dare indicazioni precise di carattere sanitario – e quella della Chiesa, chiamata a organizzare la vita della comunità cristiana, nel rispetto delle misure disposte, ma nella pienezza della propria autonomia».

Richiamo non caduto nel vuoto dal momento che, poco dopo, Palazzo Chigi ha diramato una nota in cui si rassicurava la Cei dello studio, già nei prossimi giorni, di «un protocollo che consenta quanto prima la partecipazione dei fedeli alle celebrazioni liturgiche in condizioni di massima sicurezza».

Parole che, in ogni caso, non hanno placato gli animi se, all’indomani, alcune Conferenze episcopali regionali, come quella siciliana e toscana, hanno comunicato «piena adesione alla nota della Cei». 

Se sulla stesura della prima ha inciso il vescovo di Acireale, il colto Antonino Raspanti, che è tra i tre vicepresidenti della Cei, la seconda risente tutta della linea di pensiero del cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze. Il beniamino di Camillo Ruini ha voluto anzi commentare in video il comunicato della Conferenza episcopale toscana, in cui con si dice che «le ragioni economiche, culturali e sociali, in base alle quali vengono o verranno presto riaperti fabbriche, negozi e musei, parchi, ville e giardini pubblici, non possono avere una prevalenza rispetto all’esercizio della libertà religiosa, che è tra i principi fondamentali della Costituzione (come sanciscono gli artt. 2, 7 e 19) e definita dal Concordato tra Stato e Chiesa (si vedano gli artt. 1 e 2 dell’Accordo di revisione del Concordato tra la Repubblica Italiana e la Santa Sede del 18 febbraio 1984)».

Lo stesso Ruini, che già il 3 novembre aveva fatto risentire la sua voce di ultranovantenne invitando la Chiesa a «dialogare con Matteo Salvini», in un’intervista a Il Giornale ha criticato il governo che si è arrogato «competenze non sue riguardo alla vita della comunità cristiana» e ha plaudito alla decisione della Cei di «protestare con forza. Ora il governo ha il dovere di rivedere le sue posizioni». 

Toni duri anche dall’arcivescovo di Genova ed ex presidente della Cei, Angelo Bagnasco, che ha scelto, invece, La Stampa per sparare a zero contro il governo autore di un «atto grave contro la Chiesa».

E, se lunedì l’arcivescovo televisivo Giovanni D’Ercole, che è stato capoufficio della Sezione italiana della Segreteria di Stato sotto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, è arrivato ad affermare che «è una dittatura quella di impedire il culto perché è un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione», ieri un altro ruiniano, il vescovo di Livorno, Simone Giusti, ha dichiarato che Conte «ha preso in giro la Chiesa e adesso se ne deve assumere la responsabilità».

Parole, insomma, che pesano come macigni ma mostrano anche come, all’interno dell’episcopato italiano, sia ancora influente lo zoccolo duro wojtyłiano e ratzingeriano, pronto a esprimere, appena possibile, la propria visione altra rispetto a quella di Bergoglio. 

Parole, quelle, soprattutto, di Ruini, Bagnasco e Giusti, la cui controtendenza alle posizioni di Francesco è di chiara evidenza in quanto pronunciate ieri. Nello stesso giorno, cioè, in cui il Papa, all’inizio della celebrazione mattutina a Santa Marta, ha sconfessato il duro comunicato della Cei: «In questo tempo, nel quale si incomincia ad avere disposizioni per uscire dalla quarantena, preghiamo il Signore perché dia a tutti noi la grazia della prudenza e della obbedienza alle disposizioni, perché la pandemia non torni».

Il senso del monito di Francesco – che, come noto, non nasconde la sua fiducia a Giuseppe Conte tanto da averlo ricevuto, il 30 marzo, in piena fase emergenziale – è stato subito compreso dalla Cei. Il sottosegretario della Cei, don Ivan Maffeis, ha infatti dichiarato: «Il richiamo del Papa è un servizio alla Chiesa e al Paese, siamo nel tunnel e la prudenza e l’obbedienza sono la condizione per uscirne. Sarebbe sbagliato interpretare il 4 maggio come un libera tutti. Siamo davanti ad un percorso che per forza di cose andrà avanti per piccoli passi».

Il tutto, intanto, si va ricomponendo con le notizie, trapelate da Palazzo Chigi, di un via libera alle messe all’aperto a partire dall’11 maggio. Suona perciò quale ennesima mascherata e goffa mossa antibergogliana l’invito di Salvini a una manifestazione di piazza per protestare contro il divieto di celebrare messa e reclamare la tutela della libertà di culto.

Il segretario della Lega – tutto rosario, Radio Maria e Međugorje da due anni a questa parte – vorrebbe capitanare una rivolta dei cattolici. Dimenticando forse che, in certe questioni, l’expedit o il non expedit ai cattolici può stabilirlo solo il Papa. E che a un presidente del Consiglio il non expedit può credere di intimarlo sempre il Papa, come si vede nella sesta puntata di The Young Pope, certamente non una parte nostalgica della Conferenza episcopale.

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