Effetti collateraliQuesta quarantena ci sta facendo ammalare tutti di appellismo

Dai gruppi Whatsapp dove si lancia un boicottaggio ai prodotti tedeschi, alle raccolte di firme di intellettuali che vogliono riaprire le librerie, passando per le crociate anti Barbara D’Urso. Un panorama di buffe iniziative dettate dalla noia che – altro che innocue – mettono a repentaglio la salute psichica

Martin BUREAU / AFP
Martin BUREAU / AFP

Se l’ozio è il padre dei vizi, la serrata è la madre di tutte le minchiate. In questi giorni di lockdown e di distanziamento coatto, i soli assembramenti consentiti sono quelli sui social: virtuali, ma non per questo meno rischiosi delle partite illegali a calcetto o delle feste in strada a Pozzuoli.

Un po’ per rompere la noia, un po’ per dare sfogo a frustrazioni e angosce del confino domestico, chat, appelli, petizioni e catene di sant’Antonio si moltiplicano in misura esponenziale, creando focolai micidiali per la salute, almeno quella psichica. A me è successo per esempio di essere coinvolto a mia totale insaputa in un gruppo su Whatsapp promosso da tale Fulvia (nome di fantasia), che propone di boicottare i prodotti tedeschi, austriaci e olandesi. «Considerato che la guerra è ECONOMICA, e Tedeschi e Austriaci non hanno intenzione, di aiutare coi soldi di tutti e cioè con Eurobond, i paesi più colpiti dell’area Euro come SPAGNA FRANCIA, ITALIA ecc. Soldi che servirebbero a curare malati, a comprare farmaci, a pagare medici, infermieri, sussidi, cassa integrazione, contributi ad aziende e lavoratori, ed attività commerciali oggi chiuse, e ogni misura di sostegno all’economia del nostro paese. Visto che andiamo tutti a far la spesa, VI IMPLORIAMO di far crollare il fatturato delle aziende tedesche e austriache, i vantaggi saranno enormi…».

Segue una lunga lista di proscrizione: supermercati Lidl e Despar, biscotti Bahlsen, yogurt Müller, birra Paulaner e Heineken, Dixan e Nielsen piatti, perfino il Vape antizanzare (e quest’estate come facciamo?), e poi gli elettrodomestici, Aeg, Bosch, Rowenta, Telefunken. In pratica tutto l’apparato produttivo dei crucchi verrebbe messo in ginocchio. «Vi chiediamo di inoltrarlo a 20 persone, di cui 2 almeno fuori dalla vostra città, se ognuno di voi ci riesce in 5 minuti siamo a 400, in un’ora a 8.000 persone circa, in un giorno raggiungiamo 192.000 contatti, quindi i numeri si fanno importanti». Più di quelli della Protezione civile. Una pandemia commerciale. «Massacriamo la Germania, senza missili, senza armi, ma con l’arma che è caratteristica di noi italiani e cioè l’intelligenza».

In effetti, per concepire un appello di questo tenore, ci vuole del genio. Fulvia, poi, ci aggiunge di suo una pensata anti-olandese (immagino per fatto personale, magari uno spinello avariato in qualche coffee shop): «Smettiamo di comprare tulipani: così imparano, quei maiali zoccoloni».

Il gruppo si anima prontamente. «Che idea carina, Fulvia», commenta una. E un’altra: «Hai proprio ragione, io già di mio sono molto nazionalista e mangio solo italiano. Per gli elettrodomestici è un po’ più complicato, ma ci proverò». Si dimentica di dire che, a rigore, il marito di Fulvia dovrebbe restituire il Bmw al concessionario.

Change.org, invece, mi inoltra una mail firmata da un certo Mattia, che chiede di oscurare Barbara D’Urso. Non di usare il telecomando per cambiare semplicemente canale ed evitare di vederla, ma proprio di licenziarla in tronco, senza neppure la cassa integrazione, ci mancherebbe altro. E pazienza se non lavora per il servizio pubblico, ma per Mediaset, che è azienda privata. «I programmi di Barbara D’Urso sono sempre stati di infimo livello, spesso tendenti allo sciacallaggio mediatico e sentimentale. Recentemente ha toccato il fondo pregando in diretta tv con il Senatore Matteo Salvini, offrendogli un ottimo strumento di propaganda. L’Italia è un paese laico, con i suoi sacerdoti e i propri luoghi di culto, non c’è bisogno di fare sensazionalismo in tv. Matteo chiede di cancellare i programmi di Barbara D’Urso una volta per tutte». La petizione ha già raccolto più di 380 mila firme, e la cifra continua a salire. Pier Silvio stia in campana.

Una petizione che per fortuna non mi riguarda, avendo solo figli grandi e nessun nipote, è quella dei genitori esasperati in favore dell’ora d’aria dei bambini: «L’Organizzazione Mondiale della Sanità in tempi di Coronavirus consiglia: almeno mezz’ora d’attività fisica al giorno per gli adulti e un’ora per i bambini, passeggiate e giri in bicicletta a distanza di sicurezza…Chiediamo a chi ci governa che ai bambini venga concessa una breve uscita al giorno, a piedi, di corsa, in bicicletta o sul monopattino, accompagnati da un genitore che garantisca il rispetto delle distanze di sicurezza, senza nessun assembramento o stazionamento in parchi-gioco o giardini».

«I bambini si sono ritrovati con meno diritti dei cani», commenta la blogger Linda Maggiori sul Fatto quotidiano. Non mi risulta, peraltro, che i bambini, anche se è di moda chiamarli “cuccioli”, per defecare debbano andare nelle aiole. Purtroppo la ministra Lamorgese si è fatta commuovere da questo grido di dolore, e mi dicono che a Roma, a Milano e in altre città le mamme e i papà ormai si portino dietro i frugoletti al supermercato, con inevitabili scorribande e assembramenti tra gli scaffali. A stare in casa, dicono, i piccoli si stressano troppo. Ma forse è meglio dover ricorrere domani allo psicologo che oggi alla terapia intensiva. Col rischio, magari, di mandare la nonna direttamente al crematorio.

Non potevano poi mancare gli intellettuali, malati cronici di appellismo, il “firmamento” della cultura sempre pronto a mettere la firma sotto ogni appello purché promosso da “quelli giusti”. Ginevra Bompiani, cui tutti siamo grati per aver fondato una raffinata casa editrice, Nottetempo, mi ha chiesto di sottoscrivere una petizione per la riapertura delle librerie, promossa da lei, Piero Bevilacqua, Tomaso Montanari, Gianrico Carofiglio e molti altri. «Siamo consapevoli della gravità del momento – recita il testo – e accettiamo la severa disciplina di isolamento sociale imposta (notare la sottolineatura sull’imposizione, NdR). Questa condizione di lunga cattività domestica avrà bisogno di conforto culturale e spirituale per essere sostenuta senza crepe e scoraggiamento. Chiediamo perciò alle autorità competenti, consapevoli dello sgomento in cui viviamo, di riaprire le librerie per sostenerci in questa innaturale forma di esilio fra le proprie mura».

I frequentatori delle librerie, si fa notare, non sono cittadini qualunque, come quegli zoticoni che vanno all’Esselunga: sono persone «lente e assorte, che hanno bisogno di scegliere ciascuno per conto proprio, curiosi delle novità e dell’assortimento». Ma quando tossiscono o starnutiscono sulle copertine, non spruzzano droplet anche loro? E perché dovrei mettermi in fila con mascherina davanti a una Feltrinelli, se posso comodamente ordinare un libro da casa con Amazon o scaricarmelo sul Kindle? Mi dispiace, con tutto il rispetto, non avrete la mia firma.

Così come non avrà il mio selfie Oliviero Toscani che ci invita a postare le nostre foto su Instagram ogni giorno chissà perché alle 17,30, definendola una “responsabilità storica”: «Facciamoci tutti l’autoritratto da reclusi, da carcerieri di noi stessi». Ha ragione Caterina Soffici che su Facebook commenta: «1) L’unica responsabilità storica in questo momento è quella di stare a casa. 2) Non siamo carcerieri di noi stessi, siamo persone responsabili. 3) Quello che conta non è farsi un selfie, ma avere rispetto per chi a casa in questo momento di eccezione non può starci». Come medici e infermieri in prima linea, che non hanno tempo di stare su Instagram né di andare in libreria a confortare gli intellettuali lenti e assorti.

P.S. Giro questo piccolo stupidario a Michela Murgia e Edoardo Buffoni, per la loro imperdibile rubrica “Cojonavirus” sul TgZero di Radio Capital.

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