Esercito di riservall primo maggio ricordiamoci delle donne costrette a scegliere tra famiglia e lavoro

Storicamente considerate personale intermittente, si chiamano quando serve, si rimandano a casa quando la necessità svanisce. E ora con il covid-19 la politica si è scordata di loro

Wikimedia commons

Rieccolo qui il Primo Maggio, con l’obbligo canonico di ricordare il lavoro. Qui lo vorremmo celebrare da donne lavoratrici, che a qualcuno sembrerà un punto di vista minoritario ma riguarda la metà del Paese (anzi un po’ di più). Sappiamo tutte che le italiane hanno un accesso paritario al lavoro da pochissimo tempo: fino ai ’60 erano escluse per legge da settori importanti come la magistratura, fino al 2003 non esisteva una donna prefetto.

Quel che spesso sfugge è che pure nei lavori manuali, dove da un secolo sono presenti in massa, le donne sono state storicamente considerate personale intermittente, in termini marxisti si direbbe «l’esercito industriale di riserva». Si chiamano quando serve, si rimandano a casa quando la necessità svanisce.

Servivano durante le guerre mondiali, con gli uomini al fronte, e quindi furono fatte saldatrici, meccaniche, camioniste, operaie di ogni specializzazione. Finite le guerre, stop: nel ’47 cattolici e Cgil rivendicavano addirittura un salario famigliare (da corrispondere agli uomini, ovviamente), per «permettere alla donna sposa e madre la tranquilla dedizione alla cura della famiglia».

Perché ne parliamo? Perché siamo di nuovo lì. Magari il Covid non è stata una guerra, ma la politica l’ha interpretata così fin dall’inizio e alla fine le dinamiche belliche sono scattate a dispetto di qualsiasi ragionamento avverso.

La più interessante riguarda il nostro esercito industriale di riserva, che fra tre giorni si troverà in larga parte costretto a scegliere tra l’abbandono dei figli (legarli in casa? Stordirli col sonnifero?) e il ritorno sul posto di lavoro. Sappiamo già cosa sceglierà, ovviamente. L’esercito di riserva resterà a casa usando le aspettative se ne ha diritto e le preghiere a Santa Rita, la Santa dei casi impossibili, in mancanza di meglio.

La differenza col ’47 è che adesso non è previsto né richiesto neanche il mitico salario famigliare: la donna “sposa e madre”, ma anche non-sposa e madre, si attacca e basta. Speriamo per lei che abbia un capo comprensivo, o due lire messe da parte: nei ragionamenti sull’emergenza le sue difficoltà e problemi sono semplicemente spariti, come se si trattasse di un trascurabile sotto-gruppo del mondo dell’occupazione, i toelettatori canini o i pescatori a mosca.

Persino la protesta se le è dimenticate. I cartelli contro la Fase 2 portati da Fratelli d’Italia sotto Palazzo Chigi citavano parrucchieri, gestori di agriturismi, fioristi, tassisti, ballerini, agenti immobiliari, ma “madri lavoratrici” no, di quelle non si è fatto parola né nelle stanze del governo né nelle piazze della contestazione.

La questione dei figli, peraltro, è stata a lungo giudicata dalla cultura italiana come un difetto genetico delle lavoratrici. Un tempo, quando la maternità coincideva con le nozze, veniva debitamente sanzionata da specifiche norme. Fino al ’55 nei contratti d’assunzione era legale la “clausola di nubilato” che consentiva il licenziamento delle donne che si sposavano. Una circolare ministeriale la dichiarò illegittima, ma continuò a essere applicata fino al ’63, quando per iniziativa della senatrice socialista Lina Merlin (sì, quella dell’abolizione delle case chiuse) fu approvata una norma che la vietava in modo esplicito.

Ora la clausola torna ad agire in modo più sottile perché ad attivarla non sarà il datore di lavoro – siamo pur sempre nel 2020, la cosa susciterebbe disagio – ma le madri stesse, con una semplice telefonata: «Mi spiace, ma non posso tornare. Ho i bambini a casa e nessuno che li guardi».

È un Primo Maggio complicato, insomma, per molte ragazze e signore del nostro esercito di riserva. Anche per questo gli auguri sono più sinceri del solito e l’invito a non rassegnarsi è più caloroso. Il lavoro, lo stipendio, l’indipendenza economica, sono la prima e più autentica forma di libertà: non rinunciateci.

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