Carceri sovraffollateDopo la crisi tornerà tutto come prima?

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è distratto dallo scontro con Nino Di Matteo e annuncia di voler «rimandare dentro tutti i boss». Ma deve occuparsi anche dei detenuti “normali”, che non meritano meno attenzione degli altri

ALBERTO PIZZOLI / AFP

Il carcere è diventato il terreno da gioco di uno scontro interno alle diverse anime del giacobinismo italiano. Nino Di Matteo, membro togato del Consiglio superiore della magistratura, accusa Alfonso Bonafede, ministro della Giustizia, di non averlo nominato a capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria nel 2018 per presunte pressioni da parte della mafia; un’accusa molto grave, tardiva e peraltro non supportata da fatti.

Lo scontro segnala certamente il cortocircuito dell’impianto ideologico del Movimento 5 Stelle, costruito intorno a figure come quella di Nino Di Matteo, ora ferocemente critiche con Alfonso Bonafede, ministro tuttavia molto efficace nel mettere in pratica le riforme da sempre chieste dalla sua base: pene più dure per i corrotti, intercettazioni invasive senza garanzie come i trojan, blocco della prescrizione.

Ma lascia passare anche il messaggio che il carcere sia un luogo dove rileva soltanto la sorte dei mafiosi. E quindi tutta l’attenzione del ministro verte sul «rimandare dentro tutti i boss» che avevano usufruito delle disposizioni eccezionali di scarcerazione, 376 secondo quanto rivelato da Repubblica.

È in parte dovuto: si tratta di detenuti pericolosi non soltanto per un’eventuale fuga, ma anche e soprattutto per la loro capacità di comunicare con l’esterno e riprendere il controllo degli affari criminali. Il regime del 41 bis serve proprio a impedirlo. E tuttavia nel dibattito di questi giorni questa fetta importante ma esigua della popolazione carceraria ha distratto l’opinione pubblica dal problema più generale.

Intorno al carcere ruotano decine di migliaia di persone, i 60mila detenuti, i 40mila agenti di polizia penitenziaria, più gli avvocati, gli educatori, i medici e i volontari. Un ecosistema complesso che negli anni si è dimostrato incapace di garantire i diritti basilari di chi deve scontare la propria pena e di chi si trova in carcere per l’applicazione di una custodia cautelare. Le condanne della Corte europea dei diritti dell’uomo lo confermano, così come la ritrosia nell’ammettere che durante il picco più alto dell’epidemia le carceri avrebbero potuto essere focolai di contagio incontrollabili.

Secondo i dati comunicati dal garante nazionale delle persone detenute o private della libertà personale la popolazione in carcere è, al primo maggio 2020, di 53.187 persone rispetto a una capienza di 50.754. Quasi 7mila detenuti hanno abbandonato la loro cella per scontare la pena fuori dagli istituti e alleggerire la pressione sugli altri carcerati e sul personale di polizia. Un risultato impensabile rispetto all’inizio della crisi, quando i detenuti erano circa 60mila, e tuttavia ancora insufficiente, soprattutto alla luce dell’orientamento del ministro Bonafede: finita la crisi, tutto tornerà come prima.

E invece sarebbe il caso che al cambiamento ai vertici del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) seguisse anche una diversa politica in materia di carceri. Francesco Basentini, ex capo del Dap costretto a dimettersi la settimana scorsa, riteneva «quello del sovraffollamento negli istituti penitenziari italiani un falso problema, sia dal punto di vista giuridico che dal punto di vista dimensionale-logistico».

Il magistrato che lo ha sostituito, Dino Petralia, non si è mai occupato specificamente di carceri nella sua carriera (come il suo predecessore), ma è considerato un profilo garantista. Membro di Area, l’alleanza delle correnti di centrosinistra, è sicuramente in discontinuità rispetto a Basentini. Repubblica scrive che la sua nomina, oltre a quella di Roberto Tartaglia, nuovo vice capo del Dap, è garanzia di «nessuna concessione ai mafiosi e ai detenuti al 41 bis, ma un carcere comunque giusto, senza soprusi, né violenza».

Se è vero lo si capirà a breve, ed è di questo che si dovrebbe tornare a discutere. Il ministro Bonafede non ha mai mostrato particolare interesse per la materia, come dimostra la sua dichiarazione durante la puntata di Otto e mezzo dello scorso 23 gennaio: «Gli innocenti non finiscono in carcere». Forse la crisi che ha appena attraversato gli farà cambiare idea.

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