AiutiSolo un terzo degli europei è soddisfatto della solidarietà tra Paesi membri nella pandemia

In un nuovo sondaggio commissionato dal Parlamento europeo, la maggioranza (58%) degli intervistati dichiara di aver incontrato difficoltà finanziarie dall'inizio della crisi, mentre sette su dieci vogliono un ruolo più forte dell’Unione nell’emergenza sanitaria

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Più poveri, insoddisfatti della mancanza di solidarietà degli Stati e desiderosi di dare più poteri all’Unione europea nell’emergenza sanitaria. La pensano così gli europei secondo il sondaggio condotto a fine aprile dal Parlamento europeo. Il 74% degli intervistati ha sentito parlare degli aiuti europei ma solo il 42% ne è soddisfatto.

 

Questo perché secondo il 69% l’Unione dovrebbe avere più competenze per affrontare una crisi come quella del coronavirus. Un potere che Bruxelles non ha visto che in materia sanitaria la sovranità appartiene ancora agli Stati. L’Unione può solo coordinare e supportare l’azione degli Stati membri.

 

Perché gli europei chiedono più competenze all’Unione? Forse perché non sono soddisfatti della solidarietà mostrata nelle prime fasi da alcuni Stati. Per esempio quando Francia e Germania bloccarono le esportazioni di mascherine verso l’Italia, dovette intervenire il commissario europeo al mercato interno Thierry Breton a sbloccare la situazione.

Ma la prima impressione è quella che conta. Almeno per il 57% dei cittadini europei che si dice insoddisfatto della solidarietà tra i 27 Paesi membri. I più scontenti sono i cittadini di Italia, Spagna e Grecia. I primi due sono proprio i Paesi più colpiti dalla pandemia nelle prime fasi. Un terzo degli intervistati invece apprezza gli aiuti europei, soprattutto in Irlanda, Danimarca e Paesi Bassi.

C’è una buona notizia per chi comunica l’Europa: gli aiuti di Bruxelles non sono finiti nel dimenticatoio. Il 74% degli intervistati ha sentito parlare di misure o azioni avviate dall’Unione per rispondere alla pandemia, ,ma solo il 42% di loro è soddisfatto.

Perché? I cittadini europei avrebbero voluto vedere le istituzioni europee garantire le forniture mediche sufficienti per tutti gli Stati membri, assegnare i fondi per la ricerca per lo sviluppo di un vaccino e dare un sostegno finanziario diretto agli Stati membri, migliorando la cooperazione scientifica tra i paesi.

In realtà l’Unione ha fatto gran parte di queste azioni. Per esempio il 20 aprile la Commissione ha lanciato una piattaforma europea per raccogliere i dati sul covid-19. Il portale permette quindi da più di un mese ai ricercatori del Continente di archiviare e condividere sequenze di Dna, strutture proteiche, dati provenienti da ricerche pre cliniche, studi e dati epidemiologici.

Non solo, pochi giorno dopo il sondaggio, a inizio maggio, la Commissione ha raccolto in un giorno 7,4 miliardi di euro per finanziare la ricerca sul vaccino anti covid-19 (Qui per dare il proprio contributo).

Nei primi giorni della crisi la Commissione ha aiutato a raccogliere tra finanziamenti pubblici e privati 47,5 milioni di euro per sostenere 17 progetti di ricerca sui vaccini anti coronavirus, svolti da 136 gruppi di ricerca in tutta Europa. A cui si aggiungono i 90 milioni di euro per l’iniziativa di innovazione medica (Imi) con l’industria farmaceutica e i 164 milioni di euro per start-up e imprese tecnologiche per realizzare progetti innovativi in risposta alla pandemia.

La Commissione ha offerto anche un prestito di 80 milioni di euro a CureVac, la società biofarmaceutica tedesca con sede a Tubinga che sviluppa terapie basate sull’Rna messaggero. Un’azione rilevante visto che l’amministrazione Trump aveva offerto all’azienda di trasferire la ricerca del vaccino anti coronavirus negli Stati Uniti per far avere agli americani l’accesso esclusivo agli eventuali risultati.

Forse sarà una coincidenza, ma il giorno stesso della pubblicazione del sondaggio, la Commissione europea ha pubblicato un documenti con numeri e dati su come alcune simprese europee hanno mostrato una straordinaria solidarietà, riorganizzando e rinnovando la loro produzione per soddisfare la domanda di dispositivi di protezione individuale, disinfettanti e dispositivi medici.

Almeno mille aziende di moda e fashion si sono convertite per produrre mascherine, compresa la spagnola Zara.

 

Infine almeno sei cittadini su dieci hanno dichiarato nel sondaggio di aver avuto difficoltà finanziare dall’inizio della pandemia. Come perdita del reddito (30%), disoccupazione totale o parziale (32%) o l’aver dovuto usare i propri risparmi personali prima di quanto previsto (21%). Tra i problemi riscontrati ci sono anche le difficoltà a pagare l’affitto, le bollette o i prestiti bancari (14%), e a avere pasti inadeguati e di bassa qualità (9%). Un intervistato su dieci ha dichiarato di dover chiedere aiuto finanziario a famiglia o amici, mentre il 3% degli intervistati ha dovuto affrontare un fallimento.

Ungheria, Bulgaria, Grecia, Italia e Spagna sono i Paesi dove più intervistati hanno detto di aver avuto problemi finanziari. Mentre il 66% dei danesi dichiara di non aver avuto problemi finanziari. Conferma lo stesso il 57% degli intervistati nei Paesi Bassi, il 54% in Finlandia e il 53% in Svezia. Ancora una volta l’Europa si dimostra divisa almeno in due.

 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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