Il cittadino di buone lettureI volenterosi difensori di Conte dimenticano che è più facile trattenere le lacrime che le risate

È questo che rende arduo, almeno a chi disponga ancora di un minimo senso dell’umorismo, unirsi al coro degli audaci, anticonformisti, ardimentosi difensori del governo

Afp

Il problema del patriottismo contiano, al quale sarei ben felice di accodarmi, è che è più facile trattenere le lacrime che le risate. Per realismo politico, calcolo personale o semplice cinismo, si può decidere a freddo di marciare senza discutere dietro il più spietato dei condottieri, ma non dietro il più ridicolo. È questo che rende arduo, almeno a chi disponga ancora di un minimo senso dell’umorismo, unirsi al coro degli audaci, anticonformisti, ardimentosi difensori del governo (regola numero uno: in Italia gli anticonformisti sono sempre una maggioranza schiacciante), tra appelli di «intellettuali e personaggi di spicco della cultura» come quello pubblicato sul Manifesto, che invita a finirla con «gli agguati» al capo del governo.

Ma anche pensosi editoriali in cui Eugenio Scalfari, su Repubblica, si domanda senza un filo d’ironia se «il nostro Giuseppe Conte ci ricorda Cavour e Garibaldi»; dolenti memorie professionali e politiche di Antonio Padellaro, che scandisce: «Ho fatto il cronista politico per una vita, mai mi era capitato di assistere al linciaggio mediatico di un premier come quello a cui viene sottoposto Giuseppe Conte». Il problema di questa nouvelle vague contiana – questa mistica dell’Eroe dei due Governi che unisce ormai il 90 per cento dei commentatori italiani – è che non ha il senso del limite.

Difficile dire che cosa, negli ultimi giorni, li abbia tanto allarmati. Forse il fatto che per il Partito democratico, a quanto pare, Conte non è più un punto di riferimento così forte. Probabilmente anche a causa della sua intenzione di farsi un proprio partito, trapelata ieri anche dalla sua intervista alla Stampa, in cui si è ben guardato dall’escludere l’ipotesi.

Per il Partito democratico si compirebbe così, ancora una volta, la maledizione del governo Monti (e non si dica che qui non li si era avvertiti per tempo): svenarsi oltre un anno nel sostenere un presidente del Consiglio estraneo, senza chiedere nulla in cambio al di là di una generica promessa di futura alleanza, rimangiarsi praticamente ognuna delle proprie parole d’ordine per raggiungere quest’unico obiettivo, e vederlo sfumare giusto alla vigilia del voto, quando il promesso alleato si trasforma di colpo in concorrente implacabile. 

Ma le incertezze del Pd non bastano a spiegare tante e così autorevoli preoccupazioni. È evidente che qualcosa si è incrinato. 

Il breve intervallo di tempo che intercorre tra la scrittura di un articolo e la sua pubblicazione online – intervallo che in caso di necessità può ridursi anche ad alcune frazioni di secondo – non è più una garanzia sufficiente del fatto che si riusciranno a seguire le impetuose evoluzioni filosofiche e lessicali delle disposizioni governative in materia di affetti stabili, amici veri e presunti, congiunti che è possibile incontrare, sia pure a certe condizioni ancora non molto chiare, e amanti che forse è meglio di no – o forse sì, dipende: quanto je vòi bene? – ma certo allora non potete incontrarvi in un motel, al massimo in libreria.

Dettagli che certamente si chiariranno col tempo e che comunque non rappresenterebbero un grosso problema, per la tanto sospirata ripartenza del 4 maggio, se non fosse che il 4 maggio è oggi. È oggi, capite? Ci siamo, dovrebbe essere già cominciata, e in tre mesi di lockdown tra presidente del Consiglio, ministri, sottosegretari, consulenti, comitati tecnico-scientifici e task force non sono riusciti a trovare il tempo di mettersi d’accordo su cosa si debba intendere con il concetto di «amico».  

Per non parlare di quella nuova fonte del diritto che va ormai sotto il nome di Faq (Frequently Asked Questions) di Palazzo Chigi, letteralmente imparodiabile, come quasi tutto ciò che riguarda questo governo, guidato da un presidente del Consiglio che ieri, nella già citata intervista alla Stampa, si è autodefinito «un cittadino di buone letture». Giuro. 

Ebbene, una delle più irresistibili Faq di Palazzo Chigi recita testualmente: «L’ambito cui può riferirsi la dizione “congiunti” può indirettamente ricavarsi, sistematicamente, dalle norme sulla parentela e affinità, nonché dalla giurisprudenza in tema di responsabilità civile.

Alla luce di questi riferimenti, deve ritenersi che i “congiunti” cui fa riferimento il DPCM ricomprendano: i coniugi, i partner conviventi, i partner delle unioni civili, le persone che sono legate da uno stabile legame affettivo, nonché i parenti fino al sesto grado (come, per esempio, i figli dei cugini tra loro) e gli affini fino al quarto grado (come, per esempio, i cugini del coniuge)». 

Ho lasciato DPCM in maiuscoletto perché, senza con questo voler insinuare alcun parallelismo, mi ha ricordato quella circolare di Achille Starace – datata 11 febbraio 1933 – che imponeva di scrivere «DUCE» sempre in caratteri maiuscoli, in tutti gli atti e le comunicazioni ufficiali. Persino uno storico attento come Luciano Canfora, in una nota della sua recente e bellissima biografia di Concetto Marchesi («Il sovversivo», Laterza), attribuisce tale uso al semplice «servilismo» dei burocrati. Mi pare invece significativo che anche quell’orrenda «grafia urlata» fosse stabilita da una precisa, minuziosa, ridicola disposizione ufficiale. 

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