Papa robot?La fase 2 ci impedirà di vedere la Chiesa adattarsi alle messe su internet

Il 18 maggio i fedeli torneranno a inginocchiarsi nei banchi legno e noi ci perderemo le evoluzioni dottrinarie e liturgiche che l’involontario esperimento del coronavirus avrebbe potuto rendere necessarie

Afp

Quando il Vaticano lo destituì da vescovo di Évreux, in Normandia, e lo assegnò all’inesistente diocesi di Partenia, sepolta dalle sabbie del deserto algerino da millecinquecento anni circa, monsignor Jacques Gaillot non si perse d’animo. Un anno dopo, nel gennaio del 1996, lasciò tutti con un palmo di naso annunciando: «Oggi, tramite i nuovi mezzi di comunicazione e di informazione, Partenia esiste di nuovo, e diventa la prima diocesi virtuale, dandomi così gli strumenti per proseguire la mia azione». Era nata Partenia 2000. Non tanto diversamente, agli albori dell’era di Gutenberg, c’erano editori che indicavano Atlantide come luogo di stampa per far perdere le tracce al censore ecclesiastico.

Non so che ne sia stato, da allora, di monsignor Gaillot e della sua diocesi elettronica, che nei ruggenti anni Novanta degli internet café aveva acceso curiosità ed entusiasmi anche extra muros ecclesiae. Apprendo oggi che Bergoglio ha incontrato il cybercuré nel 2015, anche se non si sa bene cosa i due si siano detti.

Nel frattempo, il tema della liturgia elettronica ha continuato ad appassionare i sociologi, gli studiosi di comunicazione, gli scienziati della religione e i cultori di stravaganze come il sottoscritto – ai miei simili segnalo, di passaggio, almeno due libri: La religione ai tempi del web di Fabrizio Vecoli (Laterza, 2013) e Creating Church Online di Tim Hutchings (Routledge, 2017).

Per quanto vertiginoso e avveniristico possa essere stato il dibattito, il Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, nel documento del 2002 La Chiesa e internet, ha fissato un limite invalicabile: «La realtà virtuale non può sostituire la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia, la realtà sacramentale degli altri Sacramenti e il culto partecipato in seno a una comunità umana in carne e ossa. Su Internet non ci sono Sacramenti». Se il Verbo si è fatto carne, par di capire, la via di ritorno è sbarrata.

Il 18 maggio i fedeli tornano a messa, e noi ci perderemo le evoluzioni dottrinarie e liturgiche che l’involontario esperimento del coronavirus avrebbe potuto rendere necessarie. Che cosa sarebbe accaduto, se il lockdown fosse durato un po’ di più? Quali novità si sarebbero intrufolate nella Chiesa, col rischio di mettere il nido e di far schiudere, un giorno, uova fatali?

Ci resta, come sempre, la fantascienza. Ho qui sotto gli occhi un racconto di Robert Silverberg del 1971, Buone notizie dal Vaticano. Immagina l’elezione al soglio pontificio del primo cardinale robot. «Questa elezione conquisterà alla Chiesa un considerevole numero di anime di provenienza sintetica», dice uno dei vescovi, persuaso che con il papa robotico i giovani dalla mentalità tecnologica si sentiranno spinti a entrare nella Chiesa. «Facendone uscire un bel po’ di gente in carne e ossa», gli obiettano subito: «Ve li immaginate 250 robot che entrano sferragliando in San Pietro?».

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta