Il caso FcaSovranisti e populisti di destra e sinistra uniti dal non sapere niente di quello che dicono

Le imposte sul fatturato italiano del gruppo Fiat sono versate in Italia, al contrario di quanto si legge su Twitter. Sarebbe bello convincere le multinazionali a trasferire da noi anche la sede legale, ma servirebbe rivoluzionare il diritto commerciale, la giustizia civile e la classe dirigente. Auguri

Afp

La cosa che unisce sovranisti e populisti di destra e di sinistra è sempre la solita: non sanno niente, non studiano, non hanno idea di quello che dicono. L’ultimo esempio è quello intorno a Fca. Nel chiacchiericcio politico e social, ormai indistinguibile, è passata la notizia che la Fiat degli Agnelli ha chiesto oltre sei miliardi di euro allo Stato pur pagando le tasse in Olanda. Sono seguite vergogna, indignazione e retwitt d’ordinanza. Si è scomodato perfino il vicesegretario del Partito democratico Andrea Orlando, perché al ridicolo non c’è mai fine.

Eppure in quella presunta notizia non c’è nemmeno una parola corretta perché la Fiat non si chiama Fiat ma Fca e non è più un’azienda italiana ma una multinazionale italo-americana e a breve anche francese, ma soprattutto perché non ha chiesto soldi allo Stato, semmai sta trattando con un istituto bancario privato, Banca Intesa San Paolo, un prestito parzialmente garantito dallo Stato, in realtà da Sace-Simest, come previsto dal decreto liquidità a patto che siano rispettate precise condizioni, la principale delle quali è che la sede sia in Italia e che sia garantita l’occupazione pre Covid. Fca, infine, non paga le tasse in Olanda o in Gran Bretagna, ma per tutte le attività italiane che ammontano a 25 miliardi di euro versa le imposte in Italia, 4 miliardi annui.

I soldi che Intesa presterà a Fca, da restituire in tre anni, andranno a coprire l’impatto del virus sul settore e a garantire i pagamenti della filiera automotive di Fca che in Italia impiega direttamente 55 mila persone che diventano 300 mila con l’indotto. Un settore che dai 55 miliardi di euro del decreto rilancio ha ricevuto un gran totale di zero euro, come ha fatto notare il sindacato metalmeccanico della Cisl guidato da Marco Bentivogli dopo un incontro con Fca.

Come altre multinazionali, italiane e no, Fca ha sede legale e fiscale a Londra e ad Amsterdam, che non sono paradisi fiscali se non nelle timeline su Twitter, per il semplice fatto che in quei paesi le regole del diritto commerciale sono di facile interpretazione, perché la giustizia civile per la risoluzione delle controversie è rapida e perché la tassazione sui dividendi globali, quelli distribuiti agli azionisti dopo aver pagato le imposte sul lavoro e sulla vendita delle automobili in Italia, in Germania, negli Stati Uniti e ovunque è stata creata ricchezza, è più bassa che da noi.

Per convincere le aziende multinazionali a spostare in Italia la sede legale e fiscale non serve indignarsi su Twitter né mettere un like su Facebook né fare la faccia feroce nei talk show, azioni che peraltro non si è ancora capito a cosa servono se non a profilare il narcisismo di chi le compie, ma sarebbe necessario impegnare il tempo sprecato sui social per scrivere un codice di diritto commerciale adeguato all’epoca in cui viviamo, per rivoluzionare il sistema giudiziario e per riformare il fisco.

È un’impresa ciclopica, specie nel paese dove il vicesegretario (Orlando) del partito (Pd) il cui ministro (Gualtieri) ha scritto il decreto si lamenta se qualcuno usufruisce del decreto scritto da loro. Come si può pensare che una multinazionale possa trasferire la sede in Italia se la certezza del diritto viene messa in discussione da un tweet dagli stessi autori delle leggi, peraltro quelli considerati bravi. Serve studiare, essere seri, non twittare.

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