“I can’t breathe”Che cosa dicono le statistiche sugli afroamericani uccisi dai poliziotti

L’assassinio di George Floyd, soffocato a Minneapolis da un poliziotto che gli ha premuto il ginocchio sul collo, ha riacceso l’attenzione sulla sesta causa di morte per i giovani negli Stati Uniti. Gli uomini di colore sono 2,5 volte più a rischio degli altri. Ma per il 99% degli agenti non ci sono conseguenze penali

george floyd
Agustin PAULLIER / AFP

«I can’t breathe», «non riesco a respirare». Le ultime parole pronunciate da George Floyd, l’uomo di colore ucciso lunedì da un poliziotto bianco a Minneapolis (Minnesota) con un ginocchio premuto sul collo, accomunano la sua storia a quella di tanti afroamericani negli Stati Uniti: primo fra tutti, Eric Garner, che proprio così si lamentò ripetutamente quando il 17 luglio 2014, a Staten Island, l’agente Daniel Pantaleo lo afferrò per il collo fino a soffocarlo. Quelle parole sono diventate un simbolo, tanto che, proprio nel 2014, l’editore del The Yale Book of Quotations, Fred Shapiro, decise di inserirle in cima alla lista delle citazioni di quell’anno.

La drammatica morte di Floyd ha così riacceso i riflettori su un fenomeno che rappresenta una delle “principali cause di morte” per gli americani di giovane età, soprattutto tra quelli di colore. Secondo uno studio del Proceedings of the National Academy of Science of the United States of America, periodico ufficiale della National Academy of Sciences (NAS), essere uccisi durante un arresto da parte di un agente di polizia rappresenta in Nord America la sesta causa di morte per gli uomini di età compresa tra i 25 e i 29 anni appartenenti a qualsiasi gruppo etnico: il rischio annuale calcolato dallo studio è di 1,8 decessi per 100mila persone.

Ma rispetto ai bianchi, gli uomini afroamericani sono 2,5 volte più a rischio, le donne 1,4 volte. Per i nativi uomini, il rischio è di 1,2-1,7 volte maggiore, mentre per le donne tale fattore è compreso tra 1,1 e 2,1. Per gli uomini latini, infine, la probabilità cresce di 1,3-1,4 volte rispetto ai bianchi.

I dati dello studio, in realtà, non differenziano tra le uccisioni che, a seguito delle indagini, vengono poi ritenute “giustificate” e quelle che, invece, non lo sono. Secondo i dati dell’FBI, che pure vengono ampiamente ritenuti incompleti, tra le 400 e le 500 morti delle circa 1000 provocate ogni anno da agenti di polizia ricadono nella prima categoria. Ma secondo il sito mappingpoliceviolence.org, gli agenti che vengono accusati o condannati per questi eventi sono una nettissima minoranza: il 99%, infatti, non riporta accuse di tipo penale.

In base alle statistiche raccolte, in pratica, un uomo o un ragazzo di colore ogni mille verrà ucciso da un agente di polizia negli USA nel corso della propria vita. Tali episodi sono la causa dell’1,6% di tutti i decessi di afroamericani tra i 20 e i 24 anni. Eppure, una delle difficoltà maggiori per comprendere le reali dimensioni del fenomeno è rappresentata dalla mancanza di dati affidabili e completi a livello federale.

A occuparsi di tenere traccia di tali vicende sono il Supplementary Homicide Reports (SHR) dell’FBI e il programma Arrest-Related Deaths (ARD) del Bureau of Justice Statistics. Ma secondo uno studio condotto nel 2015 dal gruppo RTI International, tra il 2003 e il 2009 e nel 2011, sia il database dell’FBI che il programma del Bureau of Justice Statistics hanno lasciato fuori dal computo quasi un quarto delle morti causate da agenti di polizia, registrandone solo, rispettivamente, il 49% e il 46%.

Proprio per rispondere a tale mancanza di dati, alcune testate internazionali come il Washington Post e il Guardian hanno cominciato negli anni a compilare dei database, tenendo traccia di tutti gli eventi di questo genere. Non è un caso che, tra le fonti dello studio citato in precedenza, vi sia il lavoro certosino effettuato da Fatal Encounters, progetto che si basa sulle notizie riportate dai media, oltre che su rapporti pubblici, su ricerche commissionate e su dati di crowdsourcing.

Eppure, la preponderanza di dati di questo genere implica che ogni vicenda che non sia stata riportata dalla stampa o non sia presente negli atti pubblici sia destinata a non essere registrata e a non comparire nelle statistiche.

Una cosa è certa: casi come quello accaduto lunedì a Minneapolis sono molto più comuni negli Stati Uniti che in altre democrazie sviluppate. Il fenomeno sarebbe legato, tra le altre cose, all’alto tasso di omicidi che caratterizza il Paese – secondo alcuni dati 25,2 volte più alto rispetto ad altri Stati economicamente sviluppati –, e al diffuso possesso di armi da fuoco: gli americani, infatti, che rappresentano il 4% della popolazione mondiale, possiedono circa la metà delle armi da fuoco globalmente disponibili.

Alcuni studi evidenziano come, dalla fine del ’700 al 2018, quasi 22mila ufficiali delle forze dell’ordine siano caduti in servizio, poco meno di 6000 dal 1983 (tra i 100 e i 200 all’anno circa). L’ampia disponibilità di armi nel Paese, insomma, farebbe sì che gli agenti di polizia siano costantemente in allerta. È pur vero, d’altra parte, che sono numerosi i casi in cui le persone rimaste uccise – come George Floyd – non portavano con sé armi.

Su questo quadro incide però pesantemente quello che viene chiamato dagli esperti racial bias, il “pregiudizio razziale”, che non riguarda solamente le morti degli afroamericani per mano di agenti, ma che si riflette anche nei differenti tassi di arresto e fermo tra gruppi etnici e, più in generale, nelle disparità razziali che percorrono l’intero sistema della giustizia penale americana. Questioni che sono, naturalmente, intimamente intrecciate alla storia di discriminazioni razziali del Paese. Secondo il Sentencing Project, gli afroamericani vengono detenuti nelle prigioni statunitensi a un tasso di cinque volte superiore rispetto ai bianchi, tasso che sale a dieci volte in più in cinque stati americani.

A questo proposito, l’organizzazione Human Rights Watch a metà maggio ha lanciato l’allarme in merito a presunte discriminazioni registratesi anche negli arresti per la violazione delle misure di distanziamento sociale o di contenimento del contagio da Covid-19. Come riporta l’organizzazione, il problema è stato sollevato dal Procuratore Generale dello Stato di New York, Letitia James, che ha invitato il Dipartimento di Polizia ad evitare “pregiudizi razziali” nel supervisionare il rispetto delle regole di distanziamento sociale da parte della popolazione.

«È intrinsecamente sbagliato sorvegliare in modo aggressivo un gruppo di persone, ma ignorare un altro gruppo che commette la stessa infrazione. Il NYPD deve assicurarsi che la razza, il colore della pelle e il quartiere di un newyorkese non determinino il modo in cui vengono sorvegliati», ha dichiarato James. Del fenomeno si è occupata anche ProPublica, che ha analizzato gli atti giudiziari della città di Toledo e di altre contee in Ohio. Dall’inchiesta, è emerso che le persone di colore sono state 4 volte più a rischio di essere incriminate per aver violato il lockdown o gli ordini di restare in casa rispetto ai bianchi.

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