George FloydLe proteste negli Stati Uniti dopo la morte del cittadino ucciso dalla polizia

A Minneapolis migliaia di persone sono scese per le strade per manifestare, numerose reazioni anche tra gli atleti della Nba e nel mondo politico. Mentre i quattro agenti coinvolti nell’arresto sono stati licenziati

A Minneapolis, nello stato americano del Minnesota, migliaia di persone sono scese per le strade per protestare proprio nel luogo in cui alcuni giorni fa è morto George Floyd, un afroamericano di 46 anni, durante una procedura di fermo operata da agenti di polizia.

A scatenare le manifestazioni è stato un video, diventato virale, nel quale si vede un uomo – identificato in seguito come George Floyd – che viene ammanettato dalla polizia locale, messo faccia a terra e poi immobilizzato da un agente con un ginocchio all’altezza del collo.

Contiene immagini molto forti

Prima di perdere i sensi e morire, Floyd ha ripetuto più volte la frase «I can’t breathe» (non riesco a respirare). Le stesse parole usate nel 2014 da Eric Garner, un afroamericano di New York che morì soffocato mentre veniva arrestato.

Il video mostra anche alcune persone intervenire dopo che l’uomo ha smesso di muoversi. La scena è durata 10 minuti circa e, fino all’arrivo dei soccorsi, nessuno degli agenti che ha arrestato Floyd è intervenuto per accertarsi delle sue condizioni di salute. L’Fbi e le autorità del Minnesota stanno indagando sull’accaduto per accertare le responsabilità.

Nonostante i quattro agenti di polizia coinvolti siano stati licenziati, la versione fornita dal Minneapolis Police Department è quella per cui l’uomo è stato arrestato la sera del 25 maggio, dopo una segnalazione, poiché sotto «effetto di alcol e droga».

Secondo la polizia Floyd si sarebbe opposto all’arresto. Ma da un video diffuso dalla Cbs, ripreso da una telecamera di sorveglianza di un ristorante, e le testimonianze del proprietario del locale, non sembra esserci stata nessuna resistenza da parte dell’uomo, per giunta disarmato.

 

Inoltre, la polizia avrebbe spiegato che gli agenti si sarebbero accorti che Floyd, durante l’arresto, stava avendo «un problema di salute» e che quindi avrebbero chiamato i soccorsi.

A differenza di quello che è successo in altri casi simili, le autorità hanno ha preso subito le distanze dagli agenti coinvolti nel caso. Alla notizia della morte di George Floyd, migliaia di persone sono scese in piazza a protestare chiedendo giustizia.

 


Molti cartelli con la scritta I can’t breathe, con KKKops o con lo slogan Black lives matter, simbolo del movimento contro le violenze della polizia sulle persone nere. Il caso ha scosso anche la Nba: con le protesta di LeBron James, Stephen Jackson e Steve Kerr.

 

Numerose le reazioni anche dal mondo politico, con il sindaco di Minneapolis Jacob Frey che sui suoi profili social ha scritto che «essere nero negli Stati Uniti non dovrebbe equivalere a una sentenza di morte». 

La morte di George Floyd riaccende il dibattito sul razzismo negli Stati Uniti. Nonostante il movimento Black Lives Matter, con l’amministrazione Trump, abbia trovato sempre meno spazio stato, gli attivisti hanno subito riportato alla memoria i numerosi episodi di violenza simili.

Da Micheal Brown, un diciottenne afroamericano ucciso nel 2014 da alcuni colpi di pistola sparati da un agente della polizia di Ferguson in Missouri, a Eric Garner, ucciso per soffocamento nel 2014 durante un tentativo di arresto.