Back to workCosì il linguaggio del corpo influenza un colloquio di lavoro

Secondo la psicologa Amy Cuddy, basta un esercizio di due minuti per attivare gli ormoni che servono per trasmettere le giuste impressioni sui selezionatori. Perché anche il fisico può condizionare la mente, e non solo viceversa

Photo by Marten Newhall on Unsplash

Tutti sanno quanto il nostro linguaggio del corpo dica agli altri qualcosa di noi. I nostri pensieri si riflettono nei nostri atteggiamenti fisici, perciò a seconda della postura che si assume, è possibile trasmettere autorevolezza e fiducia in se stessi, oppure insicurezza e imbarazzo. Ma ciò che non tutti sanno è che il linguaggio cosiddetto “non verbale” può a sua volta influenzare la nostra mente e il nostro modo di vedere noi stessi. A spiegare perché e come è Amy Cuddy, psicologa sociale e docente alla Business School di Harvard.

Partiamo da un assunto: il linguaggio del corpo è qualcosa di istintivo e primordiale. In natura, i soggetti forti (come il capo di un branco) tendono a manifestare in maniera molto chiara il proprio potere: petto all’infuori, testa alta e atteggiamento minaccioso. Alla stessa maniera, le persone che si sentono più forti tendono ad “allargarsi”: tengono le mani sui fianchi quando stanno in piedi, aprono le braccia, si siedono in maniera rilassata, allungano i piedi sul tavolo, mettono le mani dietro la testa. «Chi si sente potente di solito è più assertivo e ha maggiore fiducia in sé», dice Cuddy.

Chi invece si sente più fragile, tende a “farsi piccolo”, accavallando le gambe e incrociando le braccia, per esempio, oppure chinandosi in avanti. «Toccarsi il collo è una delle forme di protezione più accentuata», spiega l’esperta.

In un colloquio di lavoro, Cuddy spiega come queste forme di linguaggio non verbale – quelle forti, associate all’entusiasmo, alla passione, all’intraprendenza – possono fare la differenza agli occhi di un selezionatore, potenzialmente anche più di ciò che si comunica attraverso la voce. Ma non significa che si debbano mettere i piedi sul tavolo quando si va a un colloquio di lavoro. Piuttosto, ciò che si può fare è agire prima di entrare a incontrare il selezionatore, facendo un piccolo esercizio che, seppure possa sembrare banale, può essere molto efficace.

Assumere una postura “forte” anche solo per qualche minuto, infatti, può aumentare il livello di testosterone, l’ormone dominante, e ridurre il cortisolo, l’ormone dello stress. Una reazione chimica istantanea, che ha il potere di rendere più ottimisti e disposti a esporsi. «Se fare esercizi con il corpo può influire sulla mente, questo può tornare molto utile in momenti di particolare nervosismo come un colloquio», dice Cuddy. «Invece che stare seduti chini sullo smartphone o a consultare gli appunti, sforzarsi di assumere una posa “forte” per un paio di minuti può essere di grande aiuto nell’affrontare con successo l’incontro».

Se normalmente pensate di avere degli atteggiamenti poco forti, è però probabile che la sensazione di potere che avete assunto attraverso la posa possa essere scalzata poco dopo da una sensazione di disagio, come se foste una sorta di impostore.

Per spiegare perché si debba cercare di scacciare questo pensiero, Cuddy utilizza un aneddoto personale, spiegando di essere rimasta coinvolta, quando aveva 19 anni, in un brutto incidente stradale, che le aveva causato un grave trauma cranico e la perdita di diversi punti di quoziente intellettivo. All’epoca, i medici le dissero che doveva lasciare l’università, perché non sarebbe mai riuscita a finirla. Lei non si diede per vinta e riuscì a laurearsi, fino ad arrivare a Princeton. Fu lì che la sensazione di essere un’impostora scattò: «Dentro la mia testa pensavo: non merito di essere qui», racconta. La sensazione era talmente paralizzante che, in occasione di un discorso in pubblico, avrebbe voluto mollare. Invece, la sua tutor le disse di fingere di possedere tutta la sicurezza che non si sentiva. Avrebbe dovuto farlo tutte le volte che fosse stato necessario, anche se era terrorizzata. «L’ho fatto ancora e ancora, e all’improvviso è arrivato il momento in cui mi sono detta “accidenti, ce la sto facendo davvero. Sono diventata questo”», dice Cuddy.

Questo, in fondo, è l’obiettivo. In inglese il detto fa “fake it ’till you make it”, letteralmente “fingi fino a quando non lo ottieni”. Ma qui, dice Cuddy, è questione di fare un passo oltre. «Io non voglio dire “fingi fino a quando non lo ottieni”. Io dico “fingi fino a quando non lo diventi”», dice l’esperta. «Si tratta di farlo abbastanza a lungo da interiorizzarlo».

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