Cabine di provaIl coronavirus ha messo in ginocchio la moda (che ora pensa a come ripartire)

Nel 2020 si prevede un calo dei consumi di 15 miliardi e una riduzione dei ricavi del 50 per cento. In Italia 17mila negozi rischiano di non riaprire, compresi i fast fashion e i grandi magazzini

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MIGUEL MEDINA / AFP

«Il mondo della moda non è la camicia, il paio di pantaloni o la giacca. I grandi brand vengono alimentati da una rete di aziende anche molto piccole ma specializzate. I filati, gli accessori, la tintoria, le lavorazioni speciali. Con questa pandemia rischiamo di perdere pezzi di una filiera di industrie e artigiani con competenze complesse e straordinarie, che oggi ci sono solo in Italia. Molte di queste aziende rischiano di non ripartire o di non arrivare al 31 dicembre».

Manager e imprenditore, Matteo Marzotto viene da una storica famiglia della moda italiana. Oggi è il presidente di Dondup, marchio famoso per i jeans di alta gamma. Tra i prodotti più venduti, ci sono i pantaloni denim “consumati”. «Prima – racconta a Linkiesta – si ottenevano mettendoli nelle lavatrici con una pietra. Oggi fa tutto il laser, una tecnologia precisa, che non genera polveri sottili. Mi terrorizza pensare che, con questa crisi, potremmo perdere la capacità di innovazione e di fare investimenti. Se non collaboriamo, rischiamo che tutto questo vada all’estero».

La moda, fiore all’occhiello del Made in Italy, è al centro di una crisi globale. Con la pandemia il sistema produttivo si è fermato in tutto il mondo, ma l’Italia rischia di pagare un prezzo altissimo. Il presidente della Camera della Moda Carlo Capasa aveva fatto i conti qualche giorno fa: «Siamo il primo Paese in Europa per la produzione del tessile, abbigliamento e accessori. Il 41 per cento della produzione europea di moda è fatto in Italia».

E aveva dato come deadline il 20 aprile: «Altrimenti non avremo i tempi tecnici per consegnare le produzioni autunno/inverno». Alla fine le industrie hanno riaperto il 4 maggio. Con magazzini pieni, intere collezioni invendute e quelle future da preparare in fretta, magari più piccole e flessibili. Dai giganti del lusso in giù, dalle grandi sfilate annullate ai piccoli negozi di abbigliamento chiusi, la fase due si annuncia pesante.

I punti vendita dovranno tenere le saracinesche abbassate fino al 17 maggio. «Circa 17 mila negozi in Italia rischiano di non riaprire lasciando a casa 35 mila persone». La stima è di Renato Borghi, presidente di Federazione Moda Confcommercio. Nel 2020 si prevede un calo di consumi di 15 miliardi di euro e una riduzione dei ricavi del 50 per cento rispetto all’anno precedente. Racconta a Linkiesta: «Abbiamo la merce incelofanata in negozio, la stagione è cambiata e andiamo direttamente all’estate, ma dobbiamo onorare i pagamenti coi fornitori. I miei colleghi sono disperati. Pensi alle valigerie, nei prossimi mesi gli italiani non potranno andare all’estero e qui non vedremo turisti stranieri. Questi negozianti come faranno?».

Come cambierà lo shopping nella fase due? I negozi si trasformeranno, almeno in parte, con ingressi contingentati, orari di apertura dilatati fino a tarda sera, ma anche abiti da igienizzare. «Il distanziamento sociale significa far entrare un cliente alla volta in un negozio di 40 metri quadri», spiega Borghi.

Poche persone, flussi ridotti al minimo. OVS, gigante dell’abbigliamento con 1200 negozi in 34 Paesi, ha store mediamente di mille metri quadri. «Potremo far entrare 60 o 70 persone – spiegano dall’azienda – tutte con obbligo di guanti e mascherine, che saranno indossati anche dai nostri dipendenti».

Molti imprenditori si stanno organizzando per sanificare camicie e pantaloni dopo ogni prova. Chi con le macchine a vapore, chi con l’ozono. Ma da Confcommercio chiariscono: «Non esiste nessuna prescrizione del governo. Non ci sono evidenze scientifiche sulla resistenza del virus sui tessuti. E sostanze come vapore e ozono possono danneggiare alcuni capi». Intanto ci si attrezza per cambiare i filtri dell’aria condizionata e pulire a fondo i locali, diverse volte al giorno.

Alcuni marchi, come Elena Mirò, facilitano l’ingresso in negozio attraverso appuntamento telefonico. Altri mettono a disposizione numeri whatsapp per scegliere i vestiti e poi riceverli a casa. «Sul digitale – racconta Borghi – il commercio è indietro, questa crisi può essere un’opportunità magari per presentare i vestiti, far scegliere il tessuto al cliente e rafforzare le promozioni online».

Nella fase due, lo shopping come lo conoscevamo sarà ridimensionato dalle misure di sicurezza e dalle paure dei clienti. Matteo Marzotto spiega: «L’esperienza dell’acquisto è un momento fisico emozionale ed emotivo, non una costrizione. Si entra nel negozio di moda, si provano i vestiti e ci si guarda allo specchio, magari per un’ora di svago il sabato pomeriggio. Tutto questo sarà inevitabilmente mitigato dalla necessità di non rischiare».

Meno tempo nei negozi, ma anche meno potere d’acquisto per i clienti in un periodo di crisi economica globale. «Probabilmente – riflette Marzotto – invece di tre camicie, tre magliette e tre paia di pantaloni, i clienti compreranno un capo per ogni articolo, ma di qualità». In Ovs hanno attivato una linea di credito per i clienti, che potranno comprare i vestiti a rate. Intanto nei negozi per bambini del marchio veneto, aperti da metà aprile, notano: «Chi entra fa acquisti mirati, compra capi più duraturi e lo scontrino medio è più alto».

In questa situazione il fast fashion, quello dei colossi che vendono vestiti modaioli a prezzi bassi, rischia il crollo. Un modello di business che potrebbe essere stravolto dopo la pandemia. Addio grandi magazzini affollati, passeggiate a tempo perso e accaparramento di decine di abiti, da provare in camerini affollati.

La catena H&M ha già annunciato la chiusura di otto negozi in Italia, di cui due a Milano. «Serve una slow fashion – chiosa Borghi, presidente della Federazione Moda – bisogna lasciare maturare le stagioni e il prodotto senza far uscire linee ogni due mesi e senza drogare la domanda». E qui si torna all’appello di Giorgio Armani: «La moda deve rallentare il suo ritmo insostenibile».

Intanto il settore soffre. «Il bisogno di liquidità spingerà molti imprenditori a fare svendite», riflette il presidente di FederModa Confcommercio. «I famosi 400 miliardi del governo sono un prestito, cioè un debito che metti sull’azienda, che ha già conti economici esausti. Chiediamo contributi a fondo perduto, soprattutto per le piccole imprese, oltre a una moratoria fiscale e contributiva fino al 30 settembre».

I negozi rischiano di non riaprire, ma anche le aziende della filiera della moda potrebbero decimarsi. Matteo Marzotto non ha dubbi: «Serve un whatever it takes, bisogna stampare moneta e farla circolare immediatamente per il tempo che serve. E chi usa male i denari, ne risponderà. Invece di chiedere indietro i soldi agli imprenditori, lo Stato chiedesse loro di assumere personale dopo l’emergenza. C’è in ballo la tenuta sociale e democratica del Paese. Dobbiamo capire che non siamo davanti a una recessione, ma a una vera e propria depressione. Non è una crisi congiunturale, è un cataclisma mondiale. E noi non possiamo curare il cancro con l’aspirina».

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