Fase saturaIl rischio del Covid overload

Se è vero che col virus dovremo imparare a convivere, per quanto tempo potremo continuare a parlare solo di questo? Servirebbero pagine «Corona free» non per nascondere la realtà, ma per mantenere quel minimo di equilibrio per poterla affrontare

gabbiano
Photo by Holger Link on Unsplash

Non penso di essere il solo a provare un moto di lieve fastidio, al mattino, di fronte alle consuete venti pagine di schede informative, infografica e vademecum pubblicate dai giornali, che tocca leggere dopo essersi già sorbiti ore e ore di inutili conferenze stampa, frequently asked questions e obsessively repeated answers, telegiornali e talk show, tutti interamente dedicati al Covid: a cosa si potrà fare e non fare da oggi, da domani o dalla settimana prossima; ai parrucchieri che potranno riaprire pure in Lombardia mentre le palestre dovranno aspettare un altro po’ anche in Molise; a come si dovranno prendere gli autobus e a come ci dovremo sedere al cinema.

Non penso sia un problema solo italiano, anche se confesso di non avere avuto la forza di immergermi altrettanto a lungo, dopo la quotidiana dieta informativa a base di coronavirus sulla stampa italiana, pure nella stampa straniera. Ma a un’occhiata superficiale direi che il rischio del Covid overload è ormai un problema globale.

In Italia, semmai, il problema è aggravato dal fatto che persino il virus, con il relativo dibattito, sembra essersi uniformato a quella che da alcuni decenni è diventata la nostra principale specialità: la stagnazione. Non avendo il governo fatto un accidente di niente su nessuno dei fronti aperti, e di cui discutiamo da tre mesi, per forza di cose non ha potuto fare molti passi avanti nemmeno la discussione in proposito.

E così siamo ancora qui, come ogni santo giorno da tre mesi a questa parte, a parlare del modello a tre T – di cui ne avessimo vista una, in questi tre mesi – e della necessità di fare i tamponi, come a Vo’ Euganeo e non come a Bergamo, e dell’app che tuttavia presenta dei problemi di privacy, e comunque non è ancora pronta, ma anche se fosse pronta non ci servirebbe a un tubo, visto che non facciamo i tamponi, che però non servono, e che cionondimeno noi facciamo più di tutti ma non è mica vero, o forse sì, dipende dai punti di vista: un po’ come le mascherine che prima servivano solo ai medici, poi servivano a tutti ma solo per tutelare gli altri, poi anche per tutelare se stessi ma comunque non si trovavano e poi sono diventate obbligatorie anche se non si trovano lo stesso.

E il dilemma tra morire di Covid e morire di fame. E i runner, i congiunti, gli affetti stabili e gli adulteri alla macchia, i vicini canterini e quelli spioni. E i tedeschi che ti credo che si contagiano meno, perché sono più freddi, mentre noi mediterranei siamo più espansivi, ci abbracciamo e baciamo pure tra sconosciuti e abbiamo il droplet nel sangue. E in discoteca come si fa? E in chiesa? E al mare?

Il guaio del Covid overload è che può suscitare due reazioni apparentemente opposte, ma ugualmente pericolose. In chi non ne è stato toccato direttamente, in quei fortunati per i quali l’epidemia ha comportato solo un gran numero di problemi pratici, ma nessuna tragedia personale, il rischio è il rifiuto, la rimozione, la negazione. La reazione di chi, non potendone più, si rifiuta semplicemente di fare i conti con la realtà e si comporta di conseguenza. È l’effetto al lupo-al lupo. E adesso non mi ricordo come finiva la storia di Pierino (suppongo bene, quando è mai morto Pierino?), ma nel nostro caso temo finirebbe comunque peggio.

L’altra reazione è quella di chi l’impatto del virus lo ha subito nel modo più diretto e traumatico, sulla propria pelle o su quella dei propri cari, o magari anche solo psicologicamente, per una particolare predisposizione (pensate ai tanti ipocondriaci e maniaci dell’igiene: a quelli che erano tali anche prima, intendo). Ebbene, non c’è bisogno di aver letto le mille interviste a psicologi e psicanalisti che lo ripetevano, ci arrivavamo anche da soli, ma comunque è generalmente accertato che il non sentire letteralmente parlare d’altro, ventiquattro ore su ventiquattro, per mesi, non è proprio la migliore delle terapie possibili, per cercare di relativizzare il fenomeno, rimanere lucidi e non farsi prendere dal panico.

Senza dimenticare che in fondo, stando almeno a quello che dicono epidemiologi e scienziati assortiti, siamo ancora all’inizio. Come abbiamo ormai imparato a memoria – dai che la sapete: ripetete con me – per il vaccino dovremo aspettare almeno un anno, forse un anno e mezzo (e forse chissà). E insomma, ci piaccia o no – dai che sapete anche questa – con il virus dovremo imparare a convivere, anche per un bel po’.

Ebbene, quanto pensate che possiamo andare avanti a un ritmo simile, su giornali e tv? Per quanto tempo potremo continuare a parlare solo di questo, intendo, prima di impazzire tutti quanti? Che poi la reazione sia la negazione o l’ossessione, in fondo, fa poca differenza.

Forse bisognerebbe cominciare a pensare a rubriche «Corona free», a spazi garantiti dove il lettore, lo spettatore o l’ascoltatore abbiano la rassicurante certezza di non incontrare mai la parola «virus», nemmeno una volta. Non per nascondere o negare la realtà. Al contrario: per mantenere quel minimo di equilibrio e lucidità essenziali per poterla affrontare nel medio periodo.

Non perché una corretta e approfondita informazione non sia essenziale. Ma perché, per poter discutere, valutare e decidere responsabilmente sulle gravi scelte che il coronavirus sempre più ci imporrà, come singoli e come collettività, nei prossimi mesi avremo almeno altrettanto bisogno di leggere, discutere e riflettere su qualcosa che non sia il coronavirus, almeno per dieci minuti della nostra giornata.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta