Il senso del ridicoloOgni nicchia è corretta a modo suo, ma in ognuna le lagne rivendicative sono uguali

Se pensate che esista un codice per scampare alla furia della società moralista vi state sbagliando: in ogni situazione potreste dire o fare qualcosa che vi garantirà la gogna perpetua, la segnalazione di un post innocuo al vostro social network preferito, o la requisizione del vostro cane

CINDY ORD / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / GETTY IMAGES VIA AFP

Non esiste il politicamente corretto: esistono le nicchie. 

I codici condivisi sono pochissimi – riassumibili in: se c’è un modo neutro di dire una cosa, è bene usarlo al posto di quello sgradevole (come d’altra parte v’avranno insegnato le vostre nonne) – per il resto tutto dipende, come diceva quella canzonetta, da dove guardi il mondo. 

Tre casi di questi giorni. 

Inghilterra. Viene svelato che un politico – Dominic Cummings, definizione breve: il Rasputin di Boris Johnson – ha ben pensato, in piena quarantena, d’andarsene a quattrocento chilometri da Londra con la moglie (già infetta), che già aveva portato il figlio quattrenne (febbricitante) al pronto soccorso e poi l’era andato a riprendere, e già aveva mandato il marito al lavoro perché sì vabbè sei stato a casa con me infetta ma hai tanto da fare. 

Non sapevano a chi lasciare il quattrenne in caso si fosse ammalata pure la moglie, quindi hanno fatto la cosa che era ovvia nel mondo di prima: sono andati a trovare i nonni. Solo che l’hanno fatto nel mondo di dopo. 

La notizia ha avuto esiti abbastanza prevedibili – le nazioni i cui cittadini sono chiusi a casa non gradiscono venire a sapere che i loro governanti fanno ciò che a loro è proibito di fare – ma la parte interessante è la divisione delle reazioni nell’epoca postfattuale. 

I conservatori l’hanno tutti difeso, e tutti col ricatto «young child»: cos’avreste fatto, voi, se aveste temuto per il benessere del vostro bambino piccolo («bambino piccolo» è la frase in codice che ti permette qualunque abiezione, nella società contemporanea); lui, la Edith Piaf che ci meritiamo, ha concluso la propria confessione con «Non rimpiango nulla». 

I laburisti sono tutti furibondi e hanno tutti un bambino piccolo con cui ricambiare il ricatto. Perfino Alison Moyet, che non sentivo nominare da quando nel 1987 cantava Is this love?, è intervenuta per dire che suo figlio e sua nuora, entrambi contagiati, sono rimasti a casa come da linee guida pur avendo un figlio di tre anni e mezzo. Se la traversata del virus l’avesse fatta una qualche presentabile figura di sinistra, «L’ha fatto per la famiglia» avrebbe commosso di più l’opinione pubblica di sinistra e di meno quella di destra? 

Secondo caso, New York. Una tizia è al parco col cane. Il cane non è al guinzaglio, lo tiene per il collare. Lo sappiamo perché della tizia c’è un filmato, mentre chiede di smettere di riprenderla e poi chiama la polizia. Il tizio che la sta riprendendo la filma perché i cani lì vanno tenuti al guinzaglio. Un paio d’anni fa, su Instagram, persi alcune migliaia di follower per aver postato la foto d’un cane in un bar, notando che nei posti civili (avevo giusto citato New York) i cani non possono entrare dove gli umani mangiano. C’è gente che ancora manda mail indignate ai giornali su cui scrivo, stigmatizzando la mia inumanità nel volere i cani al guinzaglio e fuori dai ristoranti, e il post è stato segnalato così tante volte che Instagram l’ha rimosso. 

Poiché ogni nicchia è corretta a modo suo, però, nel caso newyorkese di ieri il dettaglio importante non era il cane (o almeno: non subito). Il dettaglio importante era che la tizia descrivesse, al telefono con la polizia, quello che la filmava come «un afroamericano». Lui nero, lei bianca.

La giornata non era neanche finita e, accusata di razzismo, la tizia veniva licenziata e, dettaglio che spero i Coen mettano presto in un film, come massima indicazione di riprovevolezza sociale le veniva tolto il cane, che il canile da cui l’aveva adottato si faceva riconsegnare (ci devono essere della clausole, i cani devono essere cresciuti in case politicamente presentabili: il cane che finisce per votare Trump è roba per l’associazione psichiatri veterinari). In serata, l’Associazione Civica Central Park ha chiesto al sindaco di bandire la signora dal parco; inspiegabilmente, l’Associazione Baristi Non Razzisti (ne esisterà pur una) non ha ancora promesso di sputarle civicamente in ogni cappuccino che dovesse ordinare finché dura la memoria dei social.

Il dettaglio davvero locale, però, quello che rende la nicchia americana diversa dalla nostra, è che tutti quelli che hanno postato qualcosa contro la signora hanno riassunto in «Ha cercato di farlo uccidere dalla polizia». Un intero paese (oddio, non esageriamo: la parte del paese che s’incomoda a twittare) ritiene che chiamare la polizia, se chi t’infastidisce è nero, equivalga a una condanna a morte. E quella stessa parte non ritiene sensato pretendere che sia la polizia a evitare di sparare: si limita a considerare complice d’omicidio chi la chiami. 

Terzo caso, di nuovo Inghilterra, quarantena di J.K. Rowling (autrice di Harry Potter, fantastiliardaria, miracolo di garbo sui social e di basso profilo nella vita). 

Ieri Rowling annuncia un libro gratuito, The Ickabog. È un libro per bambini, non l’aveva mai pubblicato, l’ha un po’ sistemato in quarantena e ora lo metterà su apposito sito, un paio di capitoli al giorno. Poi a novembre uscirà in libreria, illustrato da disegni selezionati tra quelli che i bambini, leggendolo giorno per giorno, manderanno al suo editore. 

Se conoscete i social, sapete già qual è il pretesto polemico: «E quanto pensi di pagare il lavoro minorile?», «Sei una milionaria, paga degli illustratori, santiddio», «Stai sull’internet a cercare bambini che lavorino per renderti ancora più ricca» – eccetera (vi risparmio le maiuscole). 

Ogni nicchia è corretta a modo suo, ma in ognuna le lagne rivendicative sono uguali. E quindi dire a un bambino che, chissà, forse il disegno con cui s’intrattiene dopo aver letto gratis la scrittrice più venduta del mondo potrebbe persino venire pubblicato diventa, nelle rivendicazioni di quelli che hanno uno stage di gioventù non abbastanza (secondo loro) retribuito con cui misurare il mondo, uno sfruttamento del lavoro minorile assai diseducativo. «Così insegni ai bambini che il loro lavoro non vale niente», ha scritto uno, e io ho pensato che nessuna nicchia ha il senso del ridicolo, ma quella che crede ci sia qualcuno che compra un libro della Rowling non per quel che c’è scritto ma per il disegno d’un moccioso ne ha persino meno degli altri.

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