Secondo CappatoMeno debiti, più risorse: perché all’Unione europea serve una Carbon tax

Se entro il 5 giugno un milione di europei di almeno sette Stati firmeranno online la proposta StopGlobalWarming.eu per aumentare il prezzo minimo del carbonio a 50 euro a tonnellata la Commissione sarà obbligata a prendere una posizione. Il guadagno sarebbe di 180 miliardi l’anno

Oggi bisogna prendere atto di un’ampia convergenza politica sul fatto che l’Unione Europea abbia bisogno di “risorse proprie” per affrontare la crisi del coronavirus. Oggi, bisogna prendere atto di un ampio consenso scientifico per dare un prezzo minimo alle emissioni di CO2. La necessità di connettere questi due i punti è evidente e urgente. Un’opportunità unica per farlo è l’iniziativa dei cittadini europei StopGlobalWarming.eu, che propone un “prezzo del carbonio” europeo.

Dopo la recente sentenza della Corte di Karlsruhe contro l’intervento della Banca Centrale Europea, in uno scenario di scetticismo da parte dei paesi “del nord” verso un debito comune dell’UE, e di contrarietà dei paesi del sud a un peggioramento del debito nazionale, la soluzione delle “risorse proprie” potrebbe imporsi se il pacchetto da 500 miliardi di euro lanciato da Angela Merkel ed Emmanuel Macron riuscisse a diventare realtà.

Per decidere da dove prendere questi soldi, l’Ue dovrebbe guardare alle proprie priorità. In cima alla sua agenda pre-coronavirus c’era il cambiamento climatico e il piano della presidente Von der Leyen per un “Green Deal Europeo”. Il cambiamento climatico è, purtroppo, qui per rimanere, con effetti a lungo termine forse peggiori di quelli del Covid-19. C’è quindi più di una buona ragione per attenersi a questo impegno politico.

Ventisette premi Nobel hanno suggerito di fissare un prezzo minimo per le emissioni di carbonio. Per essere efficace e politicamente sostenibile, l’intervento dovrebbe essere il più globale possibile, e accompagnato da misure di compensazione sociale. I governi nazionali al di fuori dell’Europa sono riluttanti, soprattutto alcuni dei paesi più influenti: Stati Uniti, Cina e Russia.

Per questo motivo l’Europa nel suo insieme dovrebbe prendere l’iniziativa, e la reazione di alcuni governi – si pensi alla Polonia – che pongono resistenze, dovrebbe essere affrontata coinvolgendo i cittadini di tutta l’Unione.

È proprio qui che l’iniziativa popolare può essere decisiva. Se un milione di europei di almeno sette paesi firmeranno online la proposta di StopGlobalWarming.eu sul carbon pricing il 5 giugno, Giornata mondiale dell’ambiente, la Commissione europea sarà formalmente chiamata a decidere se fissare o meno un prezzo minimo del carbonio di 50 euro a tonnellata, da portare a 100 entro il 2025, con un guadagno stimato di 180 miliardi all’anno.

L’Iniziativa dei Cittadini Europei – uno strumento di democrazia partecipativa incluso nei trattati – non può imporre un’azione, ma semplicemente una risposta chiara. In questo caso, c’è la possibilità che la Commissione, ma anche alcuni Stati membri, prendano questa mobilitazione civica come un supporto più che come un problema.

La proposta di StopGlobalWarming.eu include una tassa alle frontiere sulle emissioni di carbonio, per affrontare il problemi della competitività: una misura che consentirebbe la rilocalizzazione delle emissioni di carbonio ed eviterebbe il dumping da parte di paesi che non hanno fissato un prezzo minimo di carbonio.  Del resto è un’idea già sostenuta dalla Commissione, che porterebbe a un aumento dei costi delle emissioni di CO2 in tutto il mondo.

Per raggiungere un prezzo minimo del carbonio all’interno dell’UE sono quindi necessarie due azioni: da un parte il rafforzamento dell’attuale sistema di scambio delle quote di emissione, sia estendendolo ai settori finora esclusi (come gli allevamenti intensivi), sia aumentando i prezzi delle emissioni; dall’altra la creazione di una Carbon Tax europea. Più facile a dirsi che a farsi, ma tecnicamente fattibile. La parte cruciale sta negli obiettivi a cui saranno dedicati i fondi.

Ecco quindi il nesso tra il cambiamento climatico e la ripresa dalla pandemia del coronavirus: 180 miliardi all’anno potrebbero essere utilizzati per promuovere quella “crescita più giusta, verde e digitale” che quasi tutti ora invocano. Nello stesso tempo questo potrebbe essere fatto tagliando le tasse per i redditi più bassi, soprattutto nelle aree e nei settori più colpiti dalla crisi, e investendo nella ricerca scientifica e nelle applicazioni tecnologiche, soprattutto per il risparmio energetico.

Mentre i prezzi del petrolio non sono mai stati così bassi, migliaia di miliardi di euro di denaro pubblico saranno spesi dall’Ue e dai suoi Stati membri. Questo mette il futuro degli europei di fronte a un bivio: da una parte una ripresa a breve termine, basata sui combustibili fossili e finanziata da un mix di debito europeo e nazionale; dall’altra uno sviluppo sostenibile a lungo termine finanziato con risorse proprie dell’Unione europea.

Nel primo caso, gli Stati europei finanziariamente più deboli diventeranno ancora più dipendenti da paesi extra-Ue. Nel secondo, l’Europa potrebbe assumere la guida di una nuova ondata di cooperazione transnazionale e non solo ambientale. Una leadership, tra l’altro, è esattamente ciò di cui il mondo ha bisogno con urgenza, per affrontare “l’altra” crisi, come testimonia lo scontro USA-Cina sull’Organizzazione Mondiale della Sanità e sul futuro del vaccino.

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