IsolamentoA Favignana la scuola digitale si fa da vent’anni

Per superare l’isolamento e la povertà di organico, le piccole isole si sono unite in un consorzio avviando progetti di apprendimento a distanza già all’inizio degli anni Duemila. La testimonianza di Linda Guarino, educatrice tech: «La tecnologia non sostituisce niente, ma sa far superare confini fisici e mentali»

Favignana
Photo by Filippo Andolfatto on Unsplash

Favignana è un’isola dell’arcipelago delle Egadi, affacciata sul pezzo di costa che va da Trapani a Marsala, in Sicilia. Conta 4mila abitanti e soffre di un problema molto diffuso tra le isole minori e i piccoli borghi: lo spopolamento. Se d’estate l’isola si anima, attraendo migliaia di turisti nei suoi 20 chilometri quadrati di superficie e riattivando il commercio, si tratta però di un fuoco fatuo. In inverno diventa un luogo sempre più solitario.

Nemmeno l’azzurro del mare è abbastanza per trattenere gli abitanti. In mancanza di lavoro, negli anni moltissimi si sono spostati verso la terraferma e nei centri urbani più grandi in cerca di migliori opportunità. Al contempo, anche i servizi si sono ridotti, spingendo ancora di più la gente ad andarsene.

Gli stessi problemi si riflettono sulla scuola. «Qui le insegnanti non ci vogliono venire. Nelle sedi più scomode a fatica riusciamo a trovare qualcuno che accetti di venire a insegnare, la discontinuità del personale è un punto debolissimo», racconta Linda Guarino, docente che vive e insegna sull’isola da vent’anni. Eppure, «qui l’istituzione scolastica ha una funzione centrale, è l’avamposto della comunità», dice. L’occasione per ascoltarla è un webinar di Legambiente sul digital divide.

A Linkiesta, Guarino racconta di essere arrivata a Favignana all’inizio degli anni 2000, dopo una serie di supplenze nel nord Italia e a Trapani. Sull’isola ha assistito con i suoi occhi allo sgretolamento della vita sociale, culturale e scolastica: «quando sono arrivata c’erano molte sezioni, ora una soltanto. A Marettimo (l’altra isola dell’arcipelago, più piccola, ndr) ormai sono rimaste una piccola classe della scuola dell’infanzia, tre alunni alle elementari e due ragazzi alle medie».

«Nel 2003-2004 Marettimo stava davvero scomparendo», dice Guarino. Consapevoli dei rischi che l’annullamento della realtà scolastica avrebbe portato per se stesse, per gli studenti e per le comunità isolane, in quegli anni le scuole decidono dunque di unirsi per cercare soluzioni che “salvino” l’isola. «In luoghi così piccoli, scuola e isola sono una cosa sola», dice Guarino.

Così «ci siamo riuniti in un consorzio per discutere dei problemi. Sapevamo che una soluzione poteva venire dalle tecnologie. Le università iniziavano a diventare telematiche e anche la formazione degli impiegati avveniva ormai a distanza. Decidiamo di sviluppare per la realtà di Marettimo qualcosa di mai fatto prima in Italia, un progetto rivolto ai preadolescenti».

Nel 2004-2005 le scuole partecipano dunque ad un bando per acquisire fondi europei coadiuvati da Indire, l’Istituto nazionale di documentazione innovazione e ricerca educativa. Acquistano attrezzature all’avanguardia, con l’obiettivo di creare un ambiente virtuale in grado di collegare i ragazzi di Marettimo con il resto del Paese. Il progetto prende il nome di “Marinando”.

Avviano una collaborazione con alcune classi toscane, non solo per fare lezione in videoconferenza, ma lavorando con lavagne interattive condivise. «In tempo reale i ragazzi potevano risolvere un’equazione o fare analisi del testo insieme, come se fossero un’unica classe, pur stando a migliaia di chilometri di distanza fra loro. Un’esperienza davvero avanzata in quel momento», racconta la docente.

Guarino, che di origine è lucana, ha una laurea in lingue e si è avvicinata al tema del digitale durante un periodo di malattia che l’aveva tenuta a casa dal lavoro. Era il 1998. «Ho scoperto un mondo», dice. Ha iniziato con un master sull’e-learning a Firenze, e da lì ogni anno ha completato un corso diverso sulle tecnologie digitali. «Solo così potevo capire come funzionavano le piattaforme, quale pedagogia poteva essere applicata. Non mi sono inventata niente, piuttosto ho imparato a padroneggiare una cosa che mi era sembrata bellissima, perché mi dava la possibilità di sfruttare risorse immense e di fare infiniti collegamenti fra loro».

La sperimentazione di “Marinando” contribuisce a far sentire i ragazzi meno soli, ma anche a riempire un vuoto di organico non indifferente: «a Marettimo alle classi viene garantito l’insegnante di italiano e matematica, ma su tutto il resto, musica, arte e così via, se non sono quegli stessi docenti ad interessarsi e a fare bene lezione, o si ignorano completamente quei contenuti o ci si limita a farli studiare sul libro», spiega Guarino. Seguendo le lezioni di docenti in altre parti d’Italia, invece, gli studenti avevano la possibilità di fruire di contenuti cui altrimenti non avrebbero avuto alcun accesso.

La povertà del contesto però rende tutto più difficile, e negli anni successivi ci si mette anche la riforma Gelmini, che accorpa le classi in gruppi di 30 e depaupera ulteriormente le risorse umane della scuola. «Nel 2010 per fronteggiare la situazione abbiamo iniziato a cercare nuovi partner per adottare tecnologie più leggere, meno costose e più agili, continuando il lavoro collaborativo con altre realtà.

Ci siamo messi in collegamento con altre classi, in Val d’Aosta, a Sassello e a Pantelleria». Attraverso i progetti gli studenti riescono a raggiungere anche istituzioni culturali, come il museo delle scienze Galileo Galilei di Firenze, con cui l’”Antonino Rallo” (l’istituto comprensivo dove insegna Guarino) avvia una collaborazione di un anno.

Con il tempo, la scuola si riempie di tecnologie innovative, sistemi di videoconferenza, tablet, stampanti 3D. «Le risorse che il web e la tecnologia offrono sono infinite, soprattutto se si sa usarle con creatività. Possono stimolare moltissimo la fantasia degli studenti, anche gli ultimi, quelli più demotivati», spiega Guarino. «Noi abbiamo sfruttato tutti i bandi possibili, chi dice che i fondi PON (i fondi strutturali per la scuola, ndr) in Sicilia sono stati usati male di certo non parla di noi». Con il tempo, anche la biblioteca scolastica si rinnova e si digitalizza, compensando la chiusura della biblioteca comunale, avvenuta ormai qualche anno fa.

Questo è il vero passo successivo: con il trascorrere degli anni, la scuola diventa il cuore pulsante della vita culturale sull’isola. «Abbiamo aperto la biblioteca al pubblico e iniziato ad avviare servizi culturali per la comunità, facendo collegamenti con giornalisti come Domenico Quirico ed esperti in diversi campi. Facciamo anche jazz a distanza, quest’anno abbiamo creato degli eventi e concerti per le famiglie che sono stati apprezzatissimi. Abbiamo anche messo in agenda alcuni incontri virtuali con esperti per affrontare il tema della genitorialità, un argomento molto rilevante per tutti», spiega la docente.

Ora, da Favignana mirano a diventare un punto di riferimento per tutto il Paese. Posto che l’emergenza coronavirus ha ormai accertato che la tecnologia dovrà entrare sempre di più a scuola, per Guarino fondamentale è far fruttare l’impegno che i docenti italiani hanno profuso nel cercare di aggiornarsi, attuando la didattica a distanza. In vista della riapertura a settembre, essenziale in questo senso sarà però dare vita ad una programmazione che non sia semplicemente sostitutiva della didattica tradizionale, ma la integri in modi innovativi e stimolanti.

«Io ho un’idea di scuola militante, ma non sono una talebana della tecnologia», precisa Guerino. «Il digitale ha un potenziale enorme ma non può sopperire alla presenza fisica dello studente e del docente. Chi pensa di sostituire l’insegnante con un video, piazzando i ragazzi davanti ad uno schermo per ore, non ha capito niente. E nemmeno i docenti devono aspettarsi l’effetto wow.

La tecnologia velocizza i processi, ma non l’apprendimento, che quando è reale è verticale e scende in profondità. Ma tutto ciò che è profondo richiede tempo e ha bisogno di trovare strade personali. Nella didattica le tecnologie devono servire per restituire creatività ai ragazzi, per utilizzarle in modo inaspettato».

A scuola, Guarino ama sperimentare soprattutto con il podcasting – «ai ragazzi, che vivono in un mondo di immagini e tendono a dare molto peso al proprio aspetto, con la registrazione diamo la possibilità di concepirsi come una voce, piuttosto che un volto», dice. Anche il digital storytelling e le gestorie – «un’unione di geografia e percorsi d’arte, storici e letterari in forma digitale», racconta, sono un ottimo modo per fare lezione in modo più fantasioso e coinvolgente.

Durante il periodo della quarantena, agli studenti della sua scuola Guarino ha fatto sperimentare challenge artistica che sta circolando sui social – replicare con ciò che si ha in casa i quadri più famosi del passato. «Ne sono arrivati a valanghe, ci siamo divertiti molto. Con la realtà virtuale ho riprodotto tutti questi quadri nel salotto di casa mia, li potevo attraversare», dice l’esperta.

Pur avendo trattenuto in casa migliaia di studenti, a Favignana il coronavirus non ha colto la scuola completamente impreparata. «Ai colleghi ho fatto formazione personalmente. Nonostante alcuni non avessero nemmeno mai usato la posta elettronica, hanno messo da parte il proprio orgoglio nel recuperare un gap immenso e si sono messi tutti al lavoro», dice Guarino.

Sebbene fortunatamente sull’isola il virus non si sia abbattuto (fortunatamente non ha fatto morti e ha contagiato solo un medico) per gestire le conseguenze della quarantena è servito che la scuola fosse in prima linea. «Quando sono arrivati i tablet da distribuire agli studenti, io ho chiesto ai vigili urbani di darmi una mano a portarli nelle case.

Alla fine ho provveduto da sola, portando fin nelle campagne anche i libri che i ragazzi avevano dimenticato», racconta l’insegnante. «Sull’isola, su 40 docenti, ormai viviamo solo in tre. Gli altri appena finiscono le lezioni scappano a prendere l’aliscafo che li porta a Trapani, dove poi tornano nell’entroterra», dice Guarino.

Servirà molto più della scuola e delle tecnologie per ridare vita a isole e borghi sempre più abbandonati. Ma se Favignana è l’esempio perfetto di come, negli anni, si sia potuto fare di necessità virtù, la partita sul futuro della scuola è ancora evidentemente tutta da giocare. E tutti – docenti, famiglie, istituzioni – hanno un ruolo.

«In questi mesi ho visto mamme capaci di chiudersi negli armadi perché capivano che la voce per un podcast si registra meglio in un luogo chiuso», rivela Guarino. «Molti genitori si sono improvvisati fotoreporter e documentaristi, raccontando cosa succedeva nelle loro vite durante la quarantena. Si sono emozionati loro e l’abbiamo fatto anche noi. Certo che ci sono dei limiti, ma bisogna anche rendersi conto che è necessario drizzare la schiena. Se ci diamo tutti una mano si possono attivare energie straordinarie».

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