Guerra freddaPerché lo scontro per l’Artico è già iniziato e definirà gli equilibri globali

Alle tensioni tra Stati Uniti e Russia si aggiunge il crescente ruolo da protagonista della Cina. Non ha né territori né diritti nell’area, ma molte ambizioni. Per questo si serve, con soldi e diplomazia, di quelli degli altri

In mezzo all’allarme per la pandemia, la notizia è passata quasi inosservata. A inizio maggio quattro navi militari americane, accompagnate da una fregata inglese, hanno condotto per una settimana esercitazioni nel mare di Barents, nei pressi dell’Artico.

Una missione che ha coinvolto 1.200 soldati, ha fatto sapere la Royal Navy, ed è stata anche un test per le capacità di collaborazione tra le due potenze Nato in condizioni sottozero.

Non è un fatto marginale. Al contrario. È la prima operazione del genere condotta dagli Stati Uniti in quelle regioni dalla fine della Guerra Fredda, a dimostrazione della crescente preoccupazione dell’Amministrazione americana per quanto accade nell’Artico.

Una Fonop (Freedom of Navigation Operation) in piena regola – operazione che serve a ribadire il carattere internazionale di quelle acque, che va a contrastare le pretese, implicite ed esplicite, di altri soggetti sulla regione. Il primo di questi è la Russia, che ha monitorato con estrema attenzione i movimenti della flotta.

È una prima volta, insomma, se si escludono gli esercizi Nato della Trident Junction del 2018, e, con altre operazioni quasi annunciate, potrebbe essere l’inizio di una nuova stagione. Quella della corsa all’Artico, da molti visto come un nuovo Eldorado, fatto di minerali preziosi, idrocarburi, pesce e possibilità di controllo delle rotte internazionali, divenuto alla fine accessibile a causa del cambiamento globale.

In realtà, come si premura di far notare Marzio Mian, giornalista e autore di “Artico. La battaglia per il grande Nord” (Neri Pozza, 2017), la gara è già cominciata da tempo. «C’è questa abitudine di parlare dell’Artide come di uno scenario di tensioni future, di previsioni, di ipotesi. In realtà è un fatto del tutto presente e, per alcuni aspetti, anche già passato».

Alcune trasformazioni sono già compiute. La Russia, Paese che si considera “artico” molto più di altri protagonisti, da tempo è tornata a puntare a Nord. Ha costruito nuovi porti (almeno 10 in 10 anni), ha potenziato il suo arsenale militare nella zona (si parla di 1.200 testate nucleari), ha effettuato test sottomarini, e ha continuato, a livello diplomatico, ad avanzare pretese geografiche su un territorio che, composto da ghiacci e dai confini instabili, male si presta alla definizione chiara dei confini.

A marzo, mentre venivano annunciati i cambiamenti alla Costituzione russa che avrebbero consentito a Putin di rimanere al potere fino al 2024, è stato presentato anche il piano strategico per l’Artico.

Una notizia trascurata che potrebbe avere anche un impatto maggiore, anche perché il progetto arriva fino al 2035.

Mosca vuole difendere i propri interessi in quelle aree, avanzando possibilità di sviluppo per l’economia della zona. Due gli obiettivi: il primo è il controllo della Northern Sea Route, cioè la via d’acqua che passando per l’Artico, collega il mare di Barents al mare di Bering (l’Atlantico al Pacifico, per capirsi) costeggiando la Russia. Si risparmierebbero, nei traffici, i due terzi del tempo impiegato nelle rotte consuete. Il secondo, come è intuibile, è lo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi nel sottosuolo.

La mossa era stata preceduta da alcune avvisaglie simboliche: il ministero per l’Estremo Oriente Russo ha cambiato nome a febbraio, diventando ministero per l’Estremo Oriente Russo e l’Artico.

Il piano prevede, tra le iniziative, il popolamento della zona, un incoraggiamento al business e misure fiscali molto vantaggiose per le aziende che si occupano di energia. Si pensa a 200mila abitanti in più, insieme a un nuovo gasdotto lungo la costa (nord) della Siberia di cui si occuperà la Rosneft. Una scommessa, una assicurazione sulla vita per il presidente russo.

Il tutto in armonia con quanto annunciato un anno prima al Consiglio Artico, nel quale sono riuniti tutti i Paesi che si affacciano sul cosiddetto “Artic Ocean” (in Italia si continua a chiamarlo, con maggior rispetto delle proporzioni, Mar Glaciale Artico) – più alcuni membri osservatori permanenti, tra cui la Cina, che si è guadagnata questo ruolo in virtù delle missioni scientifiche, a un tempo pretestuose a un tempo reali, condotte nella zona (attenzione: c’è anche l’Italia).

«Il nostro piano, realistico, ben calcolato e molto concreto vuole rendere sicura e adatta al commercio la Northern Sea Route», ha detto il presidente russo.

Espanderà i porti a entrambi i capi del percorso, cioè quello di Murmansk, nella penisola di Kola (sul lato europeo) e quello di Petropavlovsk in Kamchatka e aumenterà la flotta di navi rompighiaccio fino a 13, di cui nove nucleari (la Russia è l’unico Paese ad avere una flotta di questo tipo) e affronterà i pericoli, maggiori, che derivano da una navigabilità più semplice: onde imprevedibili e iceberg.

Parole che non hanno lasciato tranquillo nessuno. Soprattutto la Norvegia, che con la Russia ha siglato un difficile accordo nel 2010 per definire i confini marittimi e da decenni intrattiene una contesa per lo status legale delle Svalbard.

Ai suoi allarmi, caduti più volte inascoltati, sulle attività militari russe nel Nord, si aggiunge anche la preoccupazione per lo sfruttamento delle risorse ittiche.

Anche qui, il cambiamento climatico sta costringendo numerose specie a spostarsi più a nord, suscitando numerosi interrogativi («Riusciranno a sopravvivere?», si chiedono i pescatori e gli scienziati). Per i norvegesi, il cui motto, come ricorda Mian, «è “In Cod We Trust”, a dimostrazione dell’importanza della pesca nella loro economia, si tratta di un problema enorme», possibile fonte di nuove tensioni.

Da notare, in tutto questo, la posizione della Finlandia, che al contrario spera di trarre il massimo giovamento dal nuovo equilibrio internazionale proponendosi come Paese mediatore.

Un vantaggio diplomatico garantito dalla posizione centrale – a metà tra Russia e Norvegia – e dall’expertise tecnica e scientifica nella costruzione delle navi. Russia e Cina si servono «di tecnologie finlandesi», ricorda Mian.

Gli Stati Uniti, però, non stanno più a guardare. Almeno da quando Mike Pompeo, ex direttore della Cia, è stato nominato Segretario di Stato, nel 2018.

Da potenza artica “controvoglia”, come la definiva Limes ancora nel 2019, l’America è passata all’attacco: Pompeo, nel suo discorso del 2019, ha cambiato le carte in tavola, ha battuto i pugni e, soprattutto, ha trasformato il Consiglio Artico, «da organismo equiparabile a un club degli scacchi per diplomati in pensione» (Mian) a fulcro della nuova strategia americana per il Nord.

Da qui deriva la Fonop di maggio, dimostrazione di forza e di interesse per la questione, e, prima ancora, la buffa richiesta di Donald Trump di comprare la Groenlandia del 2019. Perché – e questo è un altro aspetto della questione – per gli americani la Russia è un avversario importante, ma il nemico vero – come del resto Pompeo dice con chiarezza – è la Cina.

Pechino da almeno un decennio ha cominciato un’opera di rebranding, a livello politico, diplomatico e perfino universitario, per giustificare le proprie pretese sulle regioni del Nord. Si autodefinisce, in barba a qualsiasi nozione geografica, “Stato quasi artico” – anche se il punto più a nord del suo territorio, la città di Mohe, dista 1.400 chilometri dal Circolo Polare.

“Quasi”, appunto, perché i territori non ci sono, ma sono numerosi gli interessi commerciali ed economici. Addirittura, per spegnere le polemiche, Pechino si è giocata anche la carta scientifica, finanziando missioni esplorative e di studio nelle regioni artiche, anche sulla base del legame (riconosciuto!) tra l’inquinamento prodotto in Cina e l’impatto ecologico sui ghiacci.

Il vero obiettivo è la creazione di una Via della Seta del Nord, e come spiega bene Mark Lanteigne, professore di Scienza Politica dell’Arctic University di Tromso, la costruisce attraverso una fitta rete diplomatica. Oltre alle navi rompighiaccio, ça va sans dire.

Gli accordi più importanti li ha raggiunti con i russi. Insieme hanno fondato una compagnia marittma (la Mart) per il trasporto di gas naturale liquefatto lungo la Northern Sea Route. Il quartier generale è nel porto di Sabetta, nella penisola di Yamal, in Siberia. Che per la Russa è l’Arabia Saudita del Nord.

L’altro fronte è quello della Groenlandia, ed è quello che provoca le maggiori tensioni con gli Stati Uniti. Qui la Cina è intervenuta con i soldi.

Ha deciso di investire nella creazione di tre nuovi aeroporti (anche se un progetto è stato bloccato dalla Danimarca, preoccupata dalle mosse cinesi), si è proposta, come in Africa, per strade e infrastrutture di altro genere. In più, seguendo l’antico sistema del divide et impera, ha cominciato a differenziare la popolazione sulla base dell’etnia, rivolgendosi in modo privilegiato agli inuit.

Ma gli obiettivi sono altri: i depositi di idrocarburi al largo delle sue coste e, soprattutto la ricchezza del sottosuolo: ferro, zinco, uranio e le famose terre rare. Qui la Cina è in prima fila, forse con idee differenti a seconda delle materie da estrarre.

Secondo questa indagine, le terre rare sono da associare a una strategia legata al controllo della materia prima, cioè al mantenimento del suo quasi monopolio.

Le altre attività invece, aprirebbero a una politica di espansione nell’area artica, con altre e nuove joint venture per investimenti e produzioni.

Attenzione, però. Perché la presenza cinese, oltre a irritare la Danimarca, sempre meno considerata nelle trattative di Pechino, allarma anche gli Stati Uniti, da sempre interessati alla regione (e la sparata di Trump del 2019 era solo la parte folkloristica di una strategia più profonda).

Il legame tra Stati Uniti e Groenlandia è di vecchia data. Mire sul territorio risalgono al XIX secolo, prima ancora dell’acquisto dell’Alaska. Poi, nel corso della Guerra Fredda, era stata utilizzata per posizionare numerose basi militari.

Oggi ne è rimasta una sola, ma molto importante: quella di Thule, strategica per la difesa dello spazio aereo della regione. Sulla base di questa presenza anche gli americani vogliono mantenere il controllo della regione, sia a fini geopolitici che di sfruttamento delle risorse. Per questo, di fronte all’avanzata cinese, i dubbi aumentano. E le tensioni militari – sì, usiamo anche noi il futuro – sono destinate a crescere.

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