La rabbia e l’orgoglioOltre gli attacchi a Trump, il libro di Bolton è un appello (in ritardo) alla destra perché ritrovi se stessa

La cronaca dei 15 mesi passati dal Consigliere per la sicurezza nazionale alla Casa Bianca svela ulteriori episodi di incapacità del presidente americano. Ma costringe anche a prendere posizione (soprattutto per i conservatori) sul futuro del partito

SAUL LOEB / AFP

Avrebbe dovuto essere pubblicato il 17 marzo. Poi è stato rimandato al 12 maggio. Alla fine, è uscito il 23 giugno, ma solo perché l’ex consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton ha deciso di andare in stampa comunque, ignorando le minacce della Casa Bianca, gli avvertimenti di un giudice e il rischio di pubblicare materiale confidenziale (in materia di sicurezza pubblica, l’Amministrazione può rivedere il testo pre-pubblicazione).

Ecco allora “The Room Where It Happened”, il tanto atteso memoir con cui Bolton racconta i suoi 15 mesi alla Casa Bianca, (più il lungo corteggiamento iniziale da parte dell’amministrazione).

Con ogni probabilità nel volume ci saranno passaggi coperti dal segreto ma – come spiega questo articolo dell’Atlantic –  non sarà niente di esplosivo. La pratica di secretare relazioni, comunicazioni e informazioni (anche quelle che appaiono di poca o nessuna importanza) è spesso abusata a Washington, con estensioni inspiegabili (anche prima di Trump).

Il libro però contiene una testimonianza preziosa – Bolton è noto per la meticolosità dei suoi appunti – di quello che succede nella Casa Bianca. E come tutti possono immaginare, non è niente di buono.

Chi cercasse aneddoti sull’incapacità del presidente, ne troverebbe a decine. C’è Trump che si stupisce che la Gran Bretagna possieda armi nucleari. O Trump che non comprende i riferimenti storici di Xi JinPing a Versailles. O, ancora, Trump che fa elogi ai campi di concentramento in Cina.

Ma c’è di peggio. Si vede Trump che utilizza il caso Khashoggi per distogliere l’attenzione dal fatto che Ivanka, la figlia, aveva utilizzato la posta ufficiale per alcune comunicazioni personali («Ma perché non ha cambiato telefono?», si irrita). È solo un esempio, tra i mille, della sua gestione del potere: opaca, spesso casuale, affidata all’istinto e al tornaconto personale. Non è una scoperta.

Lo è invece leggere, sempre in queste pagine, come il presidente americano abbia chiesto alla Cina di aiutarlo per la rielezione (ma lo fa anche con la Turchia e con l’Ucraina). Ed è sempre qui che si vede come la trattativa con la Corea del Nord fosse cercata più per ragioni di consenso che per reale conoscenza della questione.

Un aneddoto è illuminante. A un certo punto, al secondo appuntamento tra il leader americano e Kim Jong-un, ci si ritrova a un morto. La Corea del Nord propone di chiudere il sito nucleare di Yongbyon in cambio della fine delle sanzioni. Bolton si oppone. Trump non sa che pesci pigliare. Nella confusione, si trova a dover chiedere a Mike Pompeo: «Ma perché abbiamo delle sanzioni su un Paese a settemila miglia da noi?».

All’inizio del volume Bolton non si limita a criticare gli errori e il disordine che riscontra ogni giorno in ogni ufficio (lo dà per scontato). Ma si spinge anche a dare una spiegazione: è colpa di Trump, certo. Ma anche del cosiddetto «asse degli adulti» che avrebbe dovuto sorvegliarlo, e si riferisce ai consiglieri e agli amministratori della prima tornata, che anziché svolgere il loro lavoro hanno preferito guardare all’interesse personale.

La loro colpa, spiega, «è aver reso sospettoso il Presidente», lui, paranoico per natura, con la sua raffica di licenziamenti è rimasto privo di personale preparato. Ha preferito impostare una politica basata sull’istinto, sulle relazioni personali e sulla sua abilità da showman.

«Tutte cose che fanno parte del repertorio di ogni presidente», sottolinea Bolton. «Ma che devono essere accompagnate dall’analisi, dalla pianificazione, dalla disciplina intellettuale e dal rigore», cosa che invece non avviene.

Alcuni, soprattutto dal versante democratico, hanno rimproverato Bolton di avere tenuto per sé diverse rivelazioni, poi finite nel libro, e non aver contribuito al processo per l’impeachment. Sarebbe stata una scelta calcolata, fatta per ragioni di guadagno.

Lui lo nega. La sua testimonianza, sostiene, non avrebbe avuto alcun effetto ai fini del processo, la cui fine (il proscioglimento) era già scritta.

Non solo. Come si fa notare con una certa aggressività su Slate, il libro mostra come su alcuni dossier la posizione dell’ex consigliere per la Sicurezza nazionale americana fosse molto più da falco rispetto al presidente (che, comunque, lo è).

Sull’Iran e sulla Corea del Nord, ad esempio, Bolton ha sempre sostenuto l’inutilità di un accordo.

Quello ottenuto dalla presidenza Obama con Teheran non forniva sufficienti garanzie di sicurezza e, a suo avviso, lasciava spazio alla proliferazione delle armi nucleari.

Quello con la Corea del Nord tentato da Trump (e poi abbandonato dopo l’incontro di Hanoi) non avrebbe risolto davvero la questione.

Per Bolton l’unica soluzione per entrambi i casi sarebbe stata il “regime change”, una scelta complicata, che con il tempo è diventata sempre meno praticabile perfino per Trump. Il presidente, messo alle strette, ha dovuto ridurre lo spazio d’azione del suo consigliere, che a settembre 2019 sceglie di andarsene.

Quello che emerge dopo centinaia di pagine fitte di cronache, appunti, registrazioni quasi stenografiche di quello che si diceva nella stanza, è la convinzione che a dividere i due, oltre che una fallimentare collaborazione, siano profonde questioni ideologiche, umane, di pensiero.

«È evidente che Trump non è un conservatore», ha detto Bolton. «Con questo non sto dicendo che Trump sia un liberal sotto mentite spoglie. In termini filosofici il presidente non è niente».

Una sconfessione che viene da destra, che accoda Bolton al mondo dei never-trumper e assottiglia sempre di più la pazienza di certe ali del partito nei confronti del presidente.

Ma che obbliga anche a una riflessione seria. «Il giorno dopo le elezioni, sia che Trump vinca o perda, dovremo affrontare un dibattito vero, forse anche esistenziale, su come sarà il futuro del partito repubblicano», ha sostenuto. Quello che è importante, è che si separi da Trump. Qualsiasi cosa sia avvenuto nel frattempo.

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