Queste veritàSono i principi che rendono grande l’America, anche nei momenti di maggiore divisione

Ci sono gli scontri interni e chi li fomenta per ragioni politiche. C’è una storia piena di contraddizioni con cui è difficile fare i conti. Ma per la storica americana Jill Lepore, se gli ideali di uguaglianza e libertà restano saldi, il Paese saprà salvarsi e andare avanti

CREDITNICHOLAS KAMM / AFP

Uguaglianza politica, diritti naturali e sovranità del popolo. Sono le tre idee («Queste verità», scrive Thomas Jefferson) su cui si è sorretto l’esperimento americano dai tempi della fondazione.

Tre principi che hanno indirizzato le prime fasi, hanno informato lo sviluppo – con i momenti di arresto, a volte di regresso oppure di slancio – degli Stati Uniti e lo hanno accompagnato fino a oggi.

Hanno funzionato? Difficile trovare un momento più interessante per fare il punto: in mezzo a una crisi pandemica, durante un’ondata di proteste dai risvolti storici e a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, tra le più importanti di sempre.

Secondo la storica americana Jill Lepore, autrice di “Queste verità”, pubblicato in Italia da Rizzoli, l’esperimento «è invecchiato bene».

Almeno per certi aspetti: «La costituzione americana, preparata nel 1787, è una delle più antiche del mondo, è la prima che è stata sottoposta all’approvazione del popolo e, con la sua separazione dei poteri e il sistema di pesi e contrappesi ha rappresentato un modello a livello globale. La democrazia americana si è dimostrata stabile, con transizioni di potere pacifiche da un partito all’altro da quando nel 1800 Thomas Jefferson, repubblicano, ha sostituito il federalista John Adams. Le verità fondamentali della nazione sono state messe alla prova più volte e hanno resistito. Gli americani hanno raggiunto un alto livello di prosperità e, nella metà del XX secolo, hanno costituito la guida per l’ordine liberale del mondo».

Per altri aspetti, invece, «no». Ad esempio, «gli Stati Uniti sono sorti da azioni di conquista, dalla schiavitù, e non hanno mai fatto davvero i conti con il loro passato, o almeno non hanno mai affrontato quelle ingiustizie. Al contrario, persistono forme di disuguaglianza brutali. Inoltre, non si può dire che gli Stati Uniti abbiano avuto una democrazia davvero funzionante se non dal 1965 in poi, cioè da quando il Voting Rights Act ha garantito il diritto di voto agli afroamericani. E da quel momento, la politica americana è scesa, passo passo, nella paralisi della polarizzazione. Risultato finale, la sua leadership morale nel mondo è, al momento, assente».

Rimane però qualche speranza: «Almeno, io la trovo nella direzione offerta dai manifestanti di Black Lives Matter, sulle strade, che parlano di giustizia con trasparenza, forza e insistenza. Ecco, non rappresentano al meglio ciò che è America?».

Di sicuro vanno a toccare un punto delicato: la capacità di inclusione e, di conseguenza, il concetto stesso di cittadino. «Gli americani vengono da tutto il mondo. Discendono sia da indigeni che da persone che sono arrivate da ogni punto della Terra. I migliori filosofi e politici statunitensi da sempre hanno considerato questo elemento la forza principale del Paese».

Per cui, «ogni nazione definisce il suo concetto di cittadini, è parte del processo di nascita di un Paese. Dopo aver fatto l’Italia, era necessario fare gli italiani. E dopo aver fatto gli Stati Uniti nel 1776 divenne necessario fare anche gli americani. Nei suoi momenti migliori hanno accolto persone da tutto il mondo. I genitori di mio padre erano immigrati dall’Italia e così, quando nacque loro figlio, lo avevano chiamato Amerigo. Ma l’anno stesso in cui mio padre era nato, il Congresso aveva deciso di chiudere le porte all’Europa meridionale, secondo i termini del National Origins Act, del 1924».

Insomma, «Le porte si aprono, si chiudono, si aprono». E la storia americana è piena di momenti di divisione, «di periodi in cui l’unità fondamentale del popolo americano è in discussione – e anche peggiori di questo, se si comprendono i momenti in cui non venivano riconosciuti diritti a persone tenute in schiavitù, o a agli indigeni, o agli immigrati».

Eppure «credo che esista qualcosa che ci tenga uniti», anche in questo momento, «e l’ho scritto l’anno scorso in un libretto intitolato “This America”, e dicevo questo: “Gli Stati Uniti sono una nazione fondata su impegno rivoluzionario, generoso e profondamente morale per la dignità e l’uguaglianza degli esseri umani. Nelle lotte che costituiscono la storia del Paese e in quelle che ci sono davanti, si attengono a queste verità: siamo tutti uguali, siamo tutti uguali come cittadini, siamo tutti uguali di fronte alla legge. Chiunque affermi queste idee e creda che dobbiamo governare insieme la nostra vita comune appartiene a questo Paese».

Una convinzione che però si scontra, ogni giorno, con le divisioni – sia storiche che presenti – che attraversano l’America.

L’antica faglia degli Stati del Sud e del Nord, la vecchia ferita della Guerra Civile è, sotto traccia, ancora presente. «Sono divisioni reali», spiega. «Ma vengono amplificate con forza dai politici. E nei casi peggiori, anche dalla stampa».

Il motivo è che «ci sono tante persone che guadagnano tanti soldi convincendo gli americani a odiarsi tra di loro». E persone che non esitano a cercare di dirottare la democrazia.

«È un rischio reale anche questo», soprattutto se si tratta delle grandi aziende, potentati economici «che già in passato lo hanno fatto. È accaduto nella cosiddetta “Gilded Age”, che inizia negli anni ’90 del XIX secolo, quando le grandi banche e soprattutto le compagnie ferroviarie hanno cercato di condizionare la democrazia americana. Ma i riformatori hanno reagito».

Per cui sì, «credo che possa accadere di nuovo. Diciamo la verità: Donald Trump è stato eletto anche perché prometteva di fermare questi tentativi – mentiva, certo. Ma è quello che i suoi elettori speravano che facesse. E lo stesso quelli che hanno votato per Bernie Sanders alle primarie».

In questo periodo di incertezze, dalla geopolitica (l’America continuerà a ritirarsi dal suo ruolo di leadership del mondo?), alla situazione interna (riuscirà a sanare i conflitti interni?), è meglio stare in guardia rispetto a chi propone risposte immediate. «Ci sono tanti storici che fanno previsioni. Ma se fossi in voi, starei ben attenta a crederci».

Certo, questo «è senza dubbio un momento di svolta. Ma sapere in quale direzione andranno le cose, non è dato a nessuno».

Forse verso una amministrazione Biden? «Non mi aspetto molto da lui. Ma sono sicura che saprà circondarsi di persone di grandissimo talento. E, visto che non faccio previsioni, credo che finché le persone potranno esercitare il loro diritto di voto, questa elezione potrà cambiare tutto».

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