Solidarietà comunitariaCome l’Unione ha riportato a casa i cittadini europei durante la pandemia

Uno studio dello European journalism data network mostra come Bruxelles ha finanziato il rimpatrio di decine di migliaia di europei attraverso il meccanismo di protezione civile. Il governo ungherese ha deciso però di non usare questo aiuto, facendo accordi bilaterali

EU Civil Protection & Humanitarian Aid - ECHO

Cos’è il meccanismo di protezione civile dell’Unione europea
Il programma è stato istituito nel 2001 e da allora ci sono state oltre 330 azioni coordinate. Oltre agli Stati membri ci sono sei paesi che partecipano al meccanismo europeo di protezione civile: Islanda, Norvegia, Serbia, Macedonia settentrionale, Montenegro e Turchia.

Il meccanismo scatta se un Paese non riesce a gestire da solo una crisi. Il Centro di coordinamento della risposta alle emergenze mobilità l’aiuto collaborando con le autorità nazionali della protezione civile. Le mappe satellitari prodotte dal servizio di gestione delle emergenze di Copernicus forniscono ulteriore supporto per le operazioni offrendo informazioni geografiche utili per mappare le aree interessate e pianificare operazioni di soccorso in caso di calamità.

Qualsiasi paese del mondo, anche le Nazioni Unite, le sue agenzie o una organizzazione non governativa, possono richiedere assistenza tramite il meccanismo europeo. Questo strumento è stato utilizzato per offrire aiuto durante l’epidemia di Ebola nell’Africa occidentale (2014) e nella Repubblica democratica del Congo (2018), in seguito al ciclone tropicale Idai in Mozambico (2019), a un terremoto in Albania (2019) e diversi incendi boschivi in ​​Svezia (2018), Bolivia (2019) e Grecia (2019).

Come il coronavirus ha ridefinito il meccanismo di protezione civile
La pandemia di coronavirus è stata una grande sfida per il meccanismo di protezione civile. Perché non si è trattato di un singolo Stato o di una regione in difficoltà che aveva bisogno di assistenza coordinata, ma piuttosto tanti Paesi che cercavano disperatamente di migliorare la propria situazione, cercando scorte di medicinali e protezione nel mercato o cercando di sviluppare la propria produzione. Ma che fossero maschere, test, ventilatori, farmaci o anche personale medico e infermieristico, la domanda ha superato di gran lunga l’offerta.

In linea di principio, il coordinamento dell’UE è importante per portare le scorte dove sono necessarie, in linea con l’appiattimento o l’innalzamento della curva epidemica in ciascuno Stato membro. Ma gli Stati tendono a essere riluttanti a rinunciare a risorse ottenute duramente, preferendo acquisire nuovi materiali dalla Cina, rendendo così più difficile la cooperazione.

In questo contesto, i benefici del meccanismo si sono avuti solo sfruttando le buone relazioni di vicinato: team medici rumeni e norvegesi sono andati ad aiutare negli ospedali italiani e l’Austria ha inviato al Belpaese oltre tremila litri di disinfettante. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha ripetutamente invitato gli Stati membri «a non immagazzinare medicinali, a limitare gli acquisti online e a non vietare le esportazioni».

L’Ungheria invece ha deciso due volte di fare il contrario. Prima ha imposto un divieto di esportazione alla clorochina e ai suoi derivati ​​(che sono anche testati per i vaccini), e in seguito ha posto un altro divieto sugli antibiotici, antidolorifici e sonniferi.

Voli di solidarietà
Con la pandemia il Centro di coordinamento della risposta alle emergenze (Ercc) ha intrapreso la più grande operazione della sua storia: ovvero quella di rimpatriare gli europei da vari paesi nel mondo. Il sistema è relativamente semplice. Uno stato decide di noleggiare un aereo di ritorno da un paese extra Unione europea. In genere metà dei passeggeri sono cittadini del paese in questione e il resto dei posti è occupato dal maggior numero possibile da altri cittadini dell’Unione, come forma di solidarietà.

Ci vogliono un giorno o due per organizzare un volo del genere, il che significa che sono stati coinvolti molte operazioni di coordinamento. Dall’8 maggio sono partiti 269 voli di questo tipo, trasportando più di 66mila persone.

Abbiamo raccolto dati pertinenti da tutti i voli in base alle informazioni della Commissione europea in modo da fornire informazioni accurate su quali paesi hanno noleggiato il numero di voli e quando, il numero di passeggeri e la loro nazionalità e se anche i cittadini di paesi terzi erano a bordo.

È diventato chiaro quali paesi hanno sfruttato maggiormente questa opportunità e quali paesi non hanno organizzato un volo, molti hanno preferito richiedere un passaggio sull’aereo di partenza.

Il primo aereo è stato lanciato dalla Francia il 31 gennaio con 180 passeggeri – non a caso, dal punto di partenza dell’epidemia, Wuhan, Cina.

Sono 18 gli Stati membri dell’Unione europea (Irlanda, Portogallo, Spagna, Lussemburgo, Belgio, Francia, Germania, Lituania, Repubblica Ceca, Svezia, Lettonia, Italia, Finlandia, Austria, Danimarca, Ungheria, Paesi Bassi e Slovacchia) che hanno noleggiato velivoli.

La maggior parte dei voli sono stati organizzati dalla Germania (156 finora), seguita da Francia (25), Spagna (15), Repubblica Ceca (13), Belgio (13) e Austria (10). Più di 32mila cittadini tedeschi sono tornati a casa in questo modo, seguiti dai francesi con quasi seimila persone.

Nell’organizzare i viaggi gli Stati hanno usato una logica cooperativa. Ad esempio, gli olandesi hanno noleggiato solo cinque voli, ma hanno utilizzato aerei belgi o tedeschi. Gli ungheresi e gli slovacchi di solito sono atterrati a Praga con voli cechi e da lì sono tornati più facilmente a casa. La maggior parte di loro voleva tornare al più presto a casa dall’Estremo Oriente, dall’India, dall’Indonesia e dalla Malesia. Molti aerei sono arrivati anche dall’Africa meridionale, dalla Namibia e dal Sud America, incluso il Perù.

Ci sono stati anche dei veri e propri ponti aerei: la Germania ha noleggiato cinque voli da Denpasar, in Indonesia, e sette da Windhoek, in Namibia, alla fine di marzo. Tra il 3 e l’11 aprile nove aerei arrivarono da Auckland e Christchurch, in Nuova Zelanda; e tra il 22 marzo e il 6 aprile altri nove aerei tedeschi furono noleggiati dal Costa Rica.

Lo stile ungherese
Il commissario europeo per la gestione delle crisi Janez Lenarčič ha inviato una lettera a tutti gli Stati membri il 31 marzo, ricordando loro che il meccanismo di protezione civile europeo era disponibile, chiedendo ai governi di farne uso.

Durante questo periodo il governo ungherese ha affermato che l’Ue non stava offrendo alcun aiuto nella lotta contro l’epidemia. Ma l’opposizione ha menzionato il meccanismo di protezione civile come un’opportunità tangibile da cogliere.

In una conferenza stampa online il 3 aprile, il ministro degli Esteri Péter Szijjártó ha ricordato la lettera di Lenarčič come segue: «All’inizio di questa settimana, abbiamo ricevuto una lettera in cui Bruxelles stava mettendo in atto una sorta di meccanismo di sostegno, ma la stragrande maggioranza dei paesi europei ha riportato a casa da un mese i loro cittadini che vivono in tutto il mondo. Quindi questo tentativo di coordinamento è arrivato un po’ in ritardo».

Secondo il ministro degli Esteri quindi questa era una nuova iniziativa. Tuttavia, l’Unione aveva già fornito un’opportunità per partecipare al programma (come abbiamo visto, gli aerei sono in funzione dalla fine di gennaio) e lo stesso meccanismo europeo di protezione civile esiste dal 2001.

Le autorità ungheresi hanno portato a casa migliaia di loro cittadini, principalmente con voli speciali di Wizzair, senza ricorrere all’opzione di rimborso dell’Unione. Naturalmente, ciò avrebbe richiesto anche ai cittadini di altri stati di viaggiare sugli aerei. Tra i rimpatriati c’era Balázs Dzsudzsák, il capitano della nazionale di calcio ungherese, che viaggiava su un aereo speciale con un passaporto diplomatico.

Il 17 aprile il governo ungherese ha cambiato approccio, noleggiando un volo da Phnom Penh, la capitale della Cambogia, presentando la fattura a Bruxelles. Ma a bordo, c’erano solo dieci passeggeri: cinque ungheresi, quattro sloveni e uno slovacco.

Il 7 maggio è atterrato anche un aereo Wizzair, riportando a casa cittadini ungheresi e altri passeggeri dell’Europa centrale da New York, Miami, Toronto e Reykjavik. Tuttavia questo volo è apparso anche nei registri dei voli finanziati dall’Unione. Il che significa che non è stata solo una cooperazione tra Paesi dell’Europa centrale, ma una cooperazione comunitaria, visto che tre quarti dei costi sono stati pagati da Bruxelles.

Nonostante gli esempi precedenti, l’Ungheria ha preferito accordi bilaterali al ponte aereo dell’Unione. Per esempio per far tornare a casa la maggior parte del contingente militare ungherese in servizio in Mali. All’alba del 15 aprile, un aereo dell’aviazione belga è atterrato in un aeroporto militare vicino a Bruxelles con a bordo 15 soldati ungheresi e tre civili. A bordo c’erano 87 passeggeri provenienti da 14 paesi, tra cui belgi, americani, tedeschi, spagnoli e sloveni. L’ambasciatore Tamás Iván Kovács ha dato il benvenuto agli ungheresi e ha ringraziato per l’aiuto del governo belga.

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