Acronimi antipaticiIl Pepp spiegato semplice per chi non ha idea di cosa faccia la Banca centrale europea

Perché la presidente Christine Lagarde ha quasi raddoppiato l’acquisto dei titoli di Stato della zona euro, che cosa è lo spread, cosa ci guadagna l’Italia e perché ne ha bisogno in questa crisi

Afp

Ieri la Banca centrale europea ha quasi raddoppiato il Pepp, il programma di emergenza per l’acquisto di titoli di stato annunciato all’inizio dell’epidemia. La Bce aveva stanziato 750 miliardi di euro, ora ne ha aggiunti altri 600 miliardi. Una decisione attesa da analisti e osservatori. Già a marzo la Banca centrale aveva precisato che il piano sarebbe continuato fino alla fine dell’emergenza e le dimensioni del Pandemic emergency purchase programme sarebbero potute aumentare senza fare tante storie.

Oltre a questi 1350 miliardi, la Bce spende ogni mese altri 20 miliardi per l’acquisto di titoli di Stato per sostenere l’economia. L’effetto è evidente: in poche ore, lo spread btp-bund tedeschi è crollato da quasi 200 a poco più di 175 punti. Ma che cosa significano tutti questi numeri? Che cosa è lo spread, che cosa sono i titoli di stato e perché è così importante che la Bce ne compri così tanti?

Il Bilancio dello Stato. Andiamo con ordine, con il rischio di prenderla un po’ larga. Ogni Stato ha un suo bilancio, fatto di entrate (principalmente, tasse e titoli) e di uscite (tutte le prestazioni sociali, come la spesa per le pensioni e la sanità, ma anche il mantenimento dell’esercito). Per quest’anno, il Bilancio dello stato italiano ammonterà, secondo le previsioni, a quasi 900 miliardi di euro (+3.2% rispetto allo scorso anno). Si tratta di una cifra imponente: il prodotto interno lordo (detto Pil e cioè, sintetizzando al massimo, la somma di spesa pubblica, consumi, investimenti ed esportazioni, meno le importazioni) di quest’anno sarà, forse, poco più di 1600 miliardi di euro. In altre parole, la spesa pubblica italiana contribuirà ad almeno il 55% del Pil.

Ma non bastano le tasse per finanziare tutta la spesa: non a caso, quest’anno dovrebbero ammontare a 513 miliardi di euro, ossia il 57% delle entrate. Il resto viene in larga parte finanziato attraverso l’emissione di debito, che quest’anno costituirà quasi il 35% delle entrate, quasi 315 miliardi di debito o il 20% del Pil. Oltre l’80% del debito pubblico viene finanziato attraverso i titoli di stato, che sono sostanzialmente dei prestiti che lo Stato contrae con i privati.

I titoli di Stato. Ogni mese, il Ministero delle finanze offre attraverso un’asta dei contratti: si fa pagare una cifra che restituirà dopo un certo periodo e spesso in cambio offre una cedola (o coupon, in inglese) solitamente semestrale, pari al tasso di interesse. Conviene fare un esempio pratico: a inizio giugno il governo ha piazzato BTP a 10 anni con tasso di interesse dell’1,65% per 14 miliardi di euro. Significa che ha venduto blocchi di titoli in multipli di mille euro per 14 miliardi; questa cifra sarà restituita tra dieci anni e nel frattempo ogni anno chi ha comprato il titolo riceverà una cedola dal valore dell’1,65% della cifra sottoscritta, ogni sei mesi.

I titoli sono di tantissimi tipi: dai BOT, che hanno scadenza inferiore a un anno e nessun coupon, ai BTP fino a 50 anni. I buoni con scadenza più lunga offrono un tasso di interesse più alto, perché la somma viene restituita dopo molto più tempo, quando la situazione economica potrà essere molto diversa.

Il tasso di interesse. Il tasso di interesse viene stabilito “dal mercato” e cioè da chi è disposto a comprarlo: fondi di investimento, assicurazioni, pensioni e banche, ma anche privati cittadini, che decidono di affidare risparmi e capitali allo Stato. Più uno Stato è percepito come instabile e più il tasso di interesse è alto. È qui che entra in gioco lo spread, ossia il differenziale tra il tasso di interesse tra i titoli di vari paesi. In Europa, si misura lo spread con i titoli tedeschi, perché sono di gran lunga il paese più stabile. 1 punto di spread (punto base, o pb) vale lo 0,01% di interesse. Quindi, se siete stati attenti, se il nostro BTP a 10 anni ha un interesse dell’1,65% (ovvero 165 pb) e lo spread vale 175 pb allora il tasso di interesse sui Bund a 10 anni è dello -0.1%. Che cosa significa? Che gli investitori tedeschi sono disposti a farsi restituire meno denaro di quello che prestano oggi, per varie ragioni.

Il problema del debito. Insomma, è chiaro che l’Italia è percepita come un paese a rischio. Ma come mai? Le ragioni sono molte, ma in generale si possono riassumere con la parola “sfiducia”. Alla fine dello scorso anno, come riporta il Ministero delle finanze, il debito totale italiano ammontava a 2400 miliardi di euro, di cui 2000 in titoli di stato, mentre il Pil a poco meno di 1800 miliardi: le preoccupazioni di non essere in grado di ripagarlo sono (giustamente) sempre state più alte di quelle degli altri paesi europei.

In Europa, siamo uno dei pochi paesi che si indebita molto e a tassi alti e questo significa anche un’altra cosa: pagare interessi salati. Negli ultimi anni, abbiamo speso circa 70 miliardi ogni anno in interessi sul debito: più di quanto ci costa finanziare tutta l’istruzione. Si tratta a tutti gli effetti di una tassa, che trasferisce le risorse di tutti (quelle raccolte attraverso le tasse) a chi può permettersi di sottoscrivere i titoli di stato (ricordiamolo: i buoni del tesoro sono disponibili solo in multipli di 1000 euro).

E la Bce? La Bce è l’istituzione che si occupa di tenere sotto controllo il livello dei prezzi in Europa, sostanzialmente influenzando il tasso di interesse. Solitamente, la Bce interviene attraverso gli “strumenti convenzionali” e cioè (semplificando drasticamente) regolando i tassi di interesse delle operazioni bancarie. A fronte della Grande Recessione, sotto la guida di Mario Draghi la Banca Centrale ha dovuto sviluppare dei nuovi strumenti, detti non convenzionali, per stabilizzare l’euro. Ricordiamocelo: l’UE come la conosciamo esiste da una trentina d’anni, quando venne completata la creazione del mercato unico e il Trattato di Maastricht entrò in vigore. L’Unione Monetaria Europea (EMU), assieme alla Bce, è ancora più giovane: ha appena compiuto vent’anni. A differenza della Fed (la Banca centrale statunitense), insomma, ha avuto bisogno di sviluppare nuovi strumenti per dare risposte adeguate a crisi mai viste nel corsi della storia europea.

Il quantitative easing. Già dal 2011, la Bce ha iniziato delle operazioni a lungo termine (LTRO) per incentivare i prestiti a famiglie e aziende nell’UE. Nel 2015 questo sforzo si è trasformato nel famoso quantitative easing, o più precisamente programma di acquisto di attività (APP). La Bce, insomma, ha iniziato ad acquistare titoli (pubblici e privati, ma soprattutto pubblici) in tutti i paesi europei, per cifre che variavano dai 15 agli 80 miliardi di euro al mese. Questo programma è andato avanti fino a metà del 2019, per poi ricominciare alla fine dell’anno, e ha avuto un grande successo. L’aumento della fiducia degli investitori si è tradotto in una riduzione degli spread, abbassando il costo del debito degli Stati, ma anche quello delle operazioni interbancarie e dei prestiti – in altre parole, dei mutui accesi dalle aziende e dalle famiglie.

Dal 2015 a oggi, la Bce ha acquistato titoli per 2800 miliardi di euro, di cui 2300 in soli titoli di stato: praticamente, in cinque anni ha accumulato più debito dell’Italia. Che cosa significa? È come se la Banca centrale fosse andata da moltissime persone che avevano comprato un titolo e si fosse offerta di comprarlo a prezzi vantaggiosissimi. In questo modo ha permesso a queste persone di riottenere il capitale investito (i soldi spesi per comprare il titolo) e di impegnarli in altri prestiti. Inoltre, ha incassato tutti gli interessi sul debito, che ha usato per comprare altri titoli. Inoltre, gli effetti di strumenti convenzionali e non si sono trasmessi a tutto il sistema finanziario, producendo un abbassamento generale dei tassi di interesse di tutti i prestiti.

Che cosa ci ha guadagnato l’Italia? L’Italia, come tutti i paesi che fanno parte dell’unione monetaria, è un “azionista” della Bce: ha sottoscritto una quota, detta capital key, pari al suo pil e alla sua popolazione, che è pari al 13.8% (dato aggiornato al 20 gennaio 2020). Questo significa che la Banca d’Italia riceve il 13,8% degli utili prodotti dalle attività della Bce, ma anche, concretamente, che il 13,8% degli acquisti dell’APP sono di titoli italiani. In altre parole, che di quei 2300 miliardi, 320 sono stati acquistati dalla Bce. Sembra poco? Sicuramente no. Innanzitutto, 320 miliardi è praticamente quanto si indebita l’Italia in un anno. E bisogna contare che in questo modo la Bce ha drasticamente abbassato i tassi di interesse, contribuendo a un contenimento non indifferente delle spese.

Che ci torna dal PEPP? Il PEPP, solo quest’anno, sarà grande quanto la metà di tutti gli acquisti fatti sotto l’APP in cinque anni: si tratta di una cifra impressionante. Quest’anno, la Bce comprerà titoli italiani per 34 miliardi dall’APP e altri 190 con il PEPP: è praticamente quanto si potrebbe prendere a prestito con il Mes (fino il 2% del Pil) più le cifre che sono state stimate dalla Commissione Europea se fosse accettata la proposta del fondo Next Generation EU — con la certezza che gli interessi versati sul debito saranno utilizzati per acquistare altri titoli. Che cosa succederebbe se non ci fosse? Che questi 220 miliardi dovremmo comunque chiederli in prestito — e non è scontato che ci siano sempre investitori disposti a prestarli — e dovremmo pagare un conto molto, molto più alto.

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