Il gruppo di VisegradLe resistenze di Polonia, Ungheria e Cechia contro il Green deal europeo

Il piano verde della Commissione costa molti miliardi e complice anche la pandemia è probabile che quote significative delle risorse finora destinate ai Paesi dell’Est sotto forma di Fondi di coesione o Politica agricola comune (Pac) vengano riassegnate ad altri Stati

Afp

Una delle iniziative più ambiziose della Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen è il Green Deal, il piano che prevede entro il 2050 l’obiettivo della neutralità climatica nel Continente, ovvero l’emissione di una quantità di gas serra pari o inferiore a quella che può essere assorbita. Poiché le ingenti risorse che verranno stanziate per questo progetto – ufficialmente un trilione di euro, ma molti ritengono la cifra inverosimile – avranno un impatto profondo sulla definizione del quadro finanziario pluriennale 2021-2027, le trattative si sono subito rivelate intricate. Inoltre, a complicare ulteriormente il quadro negoziale è intervenuta la pandemia, che alcuni Stati vorrebbero fronteggiare tramite un Recovery fund varato ad hoc da assemblare in parte tramite l’emissione di titoli comunitari, quindi avallando di fatto quella condivisione del debito così tabù per gli Stati dell’Europa settentrionale. 

I membri orientali sono apparsi subito come i più scettici rispetto al Green Deal, con la Polonia che è addirittura stata l’unica dei 27 a rifiutarsi di sottoscrivere gli obiettivi prefigurati e a invocare un’esenzione durante il Consiglio europeo dello scorso dicembre. 

L’opposizione al progetto da parte di questi Stati si spiega con due ordini di ragioni. Il primo è che questi Paesi sono meno attrezzati ad affrontare la transizione, avendo economie ancora fortemente dipendenti dai combustibili fossili (carbone e petrolio) e opinioni pubbliche meno sensibili ai temi ambientali rispetto alla maggioranza di quelle del resto del blocco, come illustra la distribuzione dei suffragi ottenuti dai Verdi alle scorse elezioni europee. Come ricordato da Bloomberg, in media quasi tutti gli Stati dell’Europa Centrale emettono più Co2 e investono di meno nella protezione dell’ambiente rispetto agli altri. 

Il secondo è che, visto l’imponente onere finanziario comportato dal lancio del Green Deal, è probabile che quote significative delle risorse finora destinate a Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia sotto forma di Fondi di coesione o Politica agricola comune (Pac) vengano riassegnate ad altri Stati. Questa inevitabile ristrutturazione dei flussi finanziari interni all’Ue dovrebbe essere calmierata tramite uno strumento apposito, il Just Transition Mechanism (Jtm).

Sebbene la dotazione di questo fondo sia stata non a caso rimpinguata notevolmente rispetto alla proposta originale (da 7.5 miliardi di euro a 44), gli esecutivi dell’Europa centrale continuano a temere che la transizione energetica possa rivelarsi un altro strumento per mantenere i membri più giovani e poveri dell’Ue in una posizione di subalternità economica. In questo caso specifico, il cambio di paradigma energetico è senza dubbio un passaggio epocale per questi Stati, emersi poco più di tre decenni fa dal modello di economia centralizzata pianificata di matrice socialista. 

Proprio l’ampliamento delle risorse rese disponibili per il Jtm, ottenuta verosimilmente grazie alle pressioni dietro le quinte degli Stati che verrebbero più danneggiati dalla ripartizione dei fondi, ricorda che le roboanti invettive scagliate da alcune capitali orientali rientrano in una tattica negoziale già sperimentata in altri ambiti: fare la voce grossa per accattivarsi l’opinione pubblica interna e al contempo provare a ritagliarsi una fetta più corposa di risorse. 

Va rilevato tuttavia che, anche su questo dossier, i quattro membri del Gruppo Visegrád si presentano divisi. L’eterogeneità delle loro posizioni deriva da molteplici fattori. A quello tradizionale – la differenza di stili e di priorità di politica estera perseguiti dai rispettivi governi – si aggiunge un altro elemento determinante: la composizione molto differente del loro paniere energetico. 

Che l’opposizione più strenua arrivi dalla Polonia, allora, non può stupire. Tra i paesi Ue è quella che più dipende dal carbone: ne produce l’86% di quello estratto da suolo comunitario, è la principale consumatrice di antracite (32%) e la seconda di lignite (16%) dopo la Germania (44%). Non ospitando centrali nucleari, le uniche altre fonti energetiche rilevanti sono il gas naturale e il petrolio.

Il premier polacco Mateusz Morawiecki ha subito chiarito che l’aumento di risorse destinate a settori sempre più importanti – oltre alle questioni ambientali, la politica di difesa, l’innovazione e la gestione dei flussi migratori – non deve andare a intaccare i Fondi di coesione e la Pac, da cui la Polonia ha finora attinto a piene mani. 

Sembra allora che nella bozza cui sta lavorando la commissaria per la Coesione e le RIforme Elisa Ferreira, a Varsavia toccherà la porzione più sostanziosa delle risorse messe a disposizione dei 27 per dire addio ai combustibili più inquinanti.

Vari membri dell’esecutivo polacco rimangono ostili al piano, definito da un viceministro come un «progetto ideologico ordito da Frans Timmermans», attuale commissario per l’Azione per il clima. Avendo gestito la pratica delle violazioni dello Stato di diritto da parte di Varsavia per conto della precedente Commissione, l’olandese è un bersaglio frequente degli strali delle autorità polacche. 

Subito dopo la Polonia la voce più contraria alle ambizioni green propugnate dall’esecutivo Ue è stata quella della Repubblica ceca. Il premier Andrej Babiš si oppone a qualunque forma di riallocazione dei fondi a livello infra-continentale, che avvenga sotto forma di Recovery Fund, Jtm o bond comunitari.

Poiché il paese ospita due centrali nucleari e sta progettando di aprirne altre nel futuro prossimo, il governo ceco non sembra aver perso le speranze di ottenere un’improbabile deroga per l’energia nucleare nel quadro del Green Deal. Recentemente, Babiš aveva inoltre proposto di abbandonare del tutto il faraonico progetto avanzato dalla Commissione per concentrare le risorse dell’unione sulla lotta al coronavirus. 

Oltre a corrispondere alle aspettative di buona parte del suo elettorato, la contrarietà di Babiš deriva verosimilmente anche da interessi personali. Il primo ministro, secondo uomo più ricco del paese, ha costruito la propria fortuna economica tramite la progressiva espansione della sua azienda, la Agrofert. Un conglomerato ciclopico  che ha ampiamente beneficiato di sussidi comunitari, in modalità forse illegittime attualmente al vaglio dell’Europarlamento. Sebbene ufficialmente  Babiš non ricopra più incarichi nella holding cui deve il suo successo, si può legittimamente ipotizzare che una riduzione dei fondi Ue assegnati alla Repubblica ceca potrebbe nuocere anche ai suoi affari.  

Dal canto suo, l’Ungheria ha invece adottato finora una posa più conciliante rispetto a Polonia e Repubblica ceca, dipendendo molto meno dal carbone rispetto a loro. Coerentemente con il classico canovaccio seguito da Orbán e i suoi, il Green Deal è stato inizialmente presentato dal governo magiaro come l’ennesimo complotto intessuto per boicottare lo sviluppo economico e industriale del paese.

A gennaio Orbán, che sui temi ambientali ha sempre esibito una posizione ambigua virando solo recentemente verso opinioni moderatamente filo-ambientaliste, ha però annunciato una strategia per fronteggiare il cambiamento climatico con un “approccio cristiano-democratico” che è parsa incorporare molti degli obiettivi e delle priorità delineati nel piano della Commissione. Conoscendo le raffinate capacità negoziali delle autorità magiare, c’è da aspettarsi che siano già all’opera per riuscire a strappare condizioni molto favorevoli, barattando la propria adesione al Green Deal con risorse sufficienti ad addolcire il faticoso processo di transizione energetica agli occhi di una popolazione abituata a ricevere fette consistenti di fondi comunitari. 

Come nel caso del Recovery Fund, infine, la Slovacchia ha nuovamente scelto di allinearsi senza se e senza ma con Bruxelles, supportando convintamente il Green Deal fin da subito. Il paese, abitato solo da circa 5 milioni di persone, ha un paniere energetico molto diversificato e confida di poter strappare risorse sufficienti a gestire la transizione energetica senza traumi eccessivi. Anche in campo ambientale, Bratislava si conferma la colomba della regione.

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