Do ut desQual è la posizione del gruppo di Visegrad sul Recovery fund

La Slovacchia tende ad adeguarsi alle decisioni di Berlino. Il premier ceco Andrej Babiš ha stigmatizzato la proposta franco-tedesca, mentre Polonia e Ungheria potrebbero appoggiare il piano della Commissione in cambio di una maggiore tolleranza di Bruxelles verso le loro molteplici violazioni dello Stato di diritto

Afp

La proposta franco-tedesca di lanciare un Recovery Fund Ue per aiutare gli Stati membri più danneggiati dall’emergenza coronavirus è stata salutata come un momento spartiacque nella storia del blocco continentale. Nell’idea presentata da Angela Merkle ed Emmanuel Macron i fondi  (500 miliardi) sarebbero raccolti sui mercati direttamente dalla Commissione europea tramite obbligazioni garantite dal bilancio comunitario e verrebbero resi disponibili ai paesi più bisognosi sotto forma di sussidi, e non prestiti come nel caso del Meccanismo europeo di stabilità (Mes).

Questo sebbene al momento l’articolo 311 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea preveda che il bilancio comunitario possa venir finanziato esclusivamente dalle casse degli Stati membri e non tramite strumenti finanziari gestiti dagli organismi Ue. 

Più che l’entità dell’iniziativa, a contare è il suo valore simbolico: prima d’ora Berlino non aveva mai accettato istituti di condivisione del debito a livello comunitario.  Riunite nel consesso informale dei frugal four, Austria, Svezia, Danimarca e Olanda hanno subito elaborato una controproposta che in sostanza rappresenta una riedizione delle ricette già note

L’approvazione del budget comunitario richiede l’unanimità del Consiglio europeo, condizione che garantendo a tutti gli astanti il diritto di veto rende le negoziazioni particolarmente complesse. 

Il 27 maggio la Commissione europea dovrebbe pubblicare una nuova bozza del Recovery fund inserito nel budget Ue pluriennale 2021-2027, che ci si aspetta recepisca sia l’input franco-tedesco che le preoccupazioni dei frugal four nel delinerare strumenti finalizzati ad aiutare gli Stati membri più danneggiati dal coronavirus. Stando alle dichiarazioni ufficiali, palazzo Berlaymont starebbe lavorando su un compromesso che includerebbe un mix di sussidi e prestiti. 

Su una questione così dirimente per il futuro del blocco comunitario, Ungheria, Polonia, Cechia e Slovacchia, riunite nel cosiddetto “Gruppo Visegrád” (V4), non hanno espresso una posizione chiara e univoca. L’unico esponente a rilasciare dichiarazioni esplicite è stato il premier ceco Andrej Babiš, che pur senza unirsi ai “frugal four” ha stigmatizzato la proposta franco-tedesca. 

Babiš  l’ha denunciando come una trovata paradossale che andrebbe a punire gli Stati che meglio hanno gestito l’emergenza, tra cui quello da lui rappresentato. Queste veementi rimostranze sono probabilmente la ragione per cui la settimana scorsa, dopo una video-conferenza con i leader di tutti gli Stati di Visegrad,  Angela Merkel si è impegnata in un faccia a faccia con il solo premier ceco. 

Contrariamente a quanto spesso s’immagina, gli Stati del V4 sono generalmente partner molto fedeli alla linea. Ungheria e Polonia contrastano quasi solo le politiche Ue indirizzate a questioni facilmente strumentalizzabili in chiave elettorale (tematiche identitarie, migrazione, educazione), mentre per ambiti più complessi e meno direttamente percepiti dalla popolazione (economia, finanza, commercio) sono solitamente inclini alla convergenza con i partner più forti. In primis la Germania, dalle cui aziende dipende una cospicua fetta del loro Prodotto interno lordo.

Quando si parla di dossier finanziari, infatti, la linea di faglia è di norma identificata nell’asse Nord-Sud e non in quello Est-Ovest. 

Eppure, se fosse rimodulato in modo significativo l’allocazione dei fondi comunitari a favore degli Stati del sud potrebbero danneggiare notevolmente i paesi del V4. Come illustrato dettagliatamente da Politico (dati 2014-18), Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia sono tutti beneficiari netti della redistribuzione di risorse tra i 27, che avviene principalmente tramite Fondi di coesione, Fondi strutturali e Politica agricola comune (Pac).

I primi due, notoriamente gli Stati più contrari alla solidarietà infra-Ue in ambiti come l’accoglienza dei rifugiati, sono, rispettivamente, il primo e il secondo maggior beneficiario di questa redistribuzione.

Tradotto: nessuno guadagna dalla ripartizione delle risorse economiche allocate dai 27 al bilancio comunitario più di Varsavia e Budapest. Risorse che, tuttavia, in un circolo non sempre virtuoso spesso ritornano indirettamente da Est verso Ovest sotto forma di ricavi ottenuti dalle aziende dell’Europa occidentale che investono in questi Stati, aggiudicandosi il grosso delle commesse pubbliche.

Poiché nessuno dei membri del V4 è stato colpito duramente dall’emergenza pandemica, essi non potrebbero verosimilmente trarre vantaggio dai meccanismi che stanno venendo predisposti ad hoc per contrastarne le ricadute negative in termini sanitari e finanziari. 

Mentre tutte le cancellerie affilano le unghie in preparazione delle trattative sul quadro finanziario pluriennale 2021-2027, le capitali mitteluropee si interrogano su quale possa essere la tattica migliore. C’è da aspettarsi che soprattutto Polonia e Ungheria cercheranno sia di strappare concessioni su altri dossier che le intressano che di adattare l’ambizioso piano avanzato dalla Commissione alle proprie necessità. 

Un esempio potrebbe riguardare l’annoso scontro sullo stato di diritto che contrappone Bruxelles a questi due Stati post-socialisti. Da anni Polonia e Ungheria perseguono il deliberato smantellamento dei meccanismi di democrazia liberale allestiti dopo la caduta del comunismo. 

Un progetto che, nel caso ungherese, sembra aver raggiunto l’apice nell’ottenimento di pieni poteri da parte dell’esecutivo guidato da Viktor Orbán convalidato dal parlamento magiaro a fine marzo, ufficialmente per fronteggiare l’emergenza coronavirus con più efficacia.

Sembra verosimile che in un do ut des da confezionare coi funzionari Ue nella stanza dei bottoni, le élite ungheresi e polacche potrebbero dirsi pronte a concedere il nulla osta al budget europeo avanzato dalla Commissione in cambio di una maggiore tolleranza verso le molteplici violazioni dello Stato di diritto che commettono in patria.  

Nella stessa ottica, Varsavia e Budapest potrebbero provare ad allentare le condizioni in ambito ambientale sponsorizzate da Germania, Francia e Commissione europea, che mirano a vincolare la redistribuzione dei fondi agli obiettivi di sostenibilità ecologica delineati nel Green Deal elaborato dall’esecutivo guidato da Ursula Von Der Leyen.

Gli Stati del quadrante orientale dell’Ue, Polonia in testa, si sono detti più volte contrari a questa iniziativa, che li obbligherebbe a impegnare risorse economiche notevoli nella riforma di un sistema energetico obsoleto e ancora molto legato alle fonti tradizionali, soprattutto il carbone.

Sembra quindi plausibile che in sede di trattativa gli esecutivi della regione tentino di ammorbidire le rigide clausole green, offrendo come contropartita un voto favorevole al Consiglio. 

Come d’abitudine, la Slovacchia, unica tra i quattro Stati del V4 a essere membro dell’Eurozona, non si è espressa ufficialmente sulla proposta avanzata da Francia e Germania. Bratislava tende solitamente ad adeguarsi alle decisioni di Berlino senza imporre diktat di sorta, trovando più redditizia una scaltra cooperazione che uno scoperto antagonismo.

Infine, la posizione della Slovenia, sebbene de iure non faccia parte del V4, risulta degna di nota. Il premier Janez Janša, su molti altri temi vicino alle posizioni degli omologhi polacchi e magiari, ha dato subito il suo convinto placet all’iniziativa franco-tedesca, auspicando addirittura il varo di un piano più ambizioso da parte della Commissione.

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