Nonostante FaceAppAi cittadini europei interessa tutelare i propri dati personali

Un sondaggio dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali rivela che siamo più disposti a cedere informazioni ad aziende pubbliche piuttosto che a quelle private, siamo anche consapevoli delle regole in materia di privacy e non ci piace far diffondere l’immagine del nostro volto online

Cindy Ord / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

Quanti italiani sarebbero disposti a condividere l’immagine del proprio volto o le impronte digitali con aziende private? Poco più del 2 per cento, uno su cinquanta. In tutta l’Unione europea quella percentuale arriva intorno al 5, secondo un sondaggio dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali (Agency for Fundamental Rights, Fra).

Un dato che sembra scontrarsi con la recente diffusione di FaceApp, l’applicazione per smartphone che permette di invecchiare o ringiovanire o far cambiare genere al nostro volto, tornata di moda adesso dopo i 30 milioni di download di un anno fa in tutto il mondo.

Il sondaggio “Your rights matter: Data protection and privacy” non riguarda solo le immagini dei nostri volti che circolano online, ma fa parte di un’inchiesta più ampia sulla preoccupazione dei cittadini europei riguardo i loro dati personali online.

L’indagine è stata fatta lo scorso anno, tra gennaio e ottobre 2019, quindi prima della diffusione del coronavirus, su un campione di 35mila persone in tutta l’Unione europea, più Regno Unito e Macedonia del Nord.

Le aziende private, in generale, destano maggiori preoccupazioni rispetto a quelle pubbliche: il 41 per cento degli intervistati dichiara di non voler condividere alcuna informazione con compagnie private, ed è il doppio rispetto alle aziende pubbliche (circa il 21 per cento). È per questo che alla domanda sulla condivisione del proprio volto gli italiani disposti a condividere l’immagine con aziende pubbliche sono circa uno su dieci, mentre si arriva fino al 18 per cento dell’intero campione intervistato in Europa.

Più in generale, Fundamental Rights Survey ha chiesto ai cittadini europei cosa pensano sulla condivisione di dati personali e se sono consapevoli di quale sia la regolamentazione europea in materia, la General Data Protection Regultaion (Gdpr). Un argomento che è tornato di grande attualità con l’emergenza coronavirus: il dibattito sulla necessità dei governi di usare la tecnologia (app comprese) per fermare la diffusione del virus si scontra con la paura di alcuni cittadini di condividere informazioni personali con enti pubblici e privati.

Il 55 per cento del campione intervistato, infatti, teme chei loro dati personali possano finire nelle mani di criminali. Mentre circa il 30 per cento è preoccupato che inserzionisti, aziende o governi stranieri possano accedere alle loro informazioni senza che loro lo sappiano.

Riguardo la regolamentazione in materia circa il 71 per cento dei cittadini europei dice di conoscere le disposizioni dell’autorità nazionale di controllo della protezione dei dati del proprio paese. Mentre il 69 per cento ha risposto positivamente alla domanda: «Hai mai sentito parlare del Gdpr?», il quadro normativo disegnato dall’Unione europea – operativo dal 25 maggio 2018 – che regolamenta la protezione dei dati personali dei cittadini dell’Unione europea. In Italia, invece, quasi la metà degli intervistati dichiara di non conoscere il Gdpr.

Anche in termini di consapevolezza e conoscenza del proprio smartphone, gli italiani registrano dati leggermente inferiori rispetto alla media europea: il 65 per cento dice di conoscere le impostazioni della privacy riguardo il proprio telefono, valore che sale fino al 72 per cento – quindi quasi i tre quarti degli intervistati – nella media degli Stati membri.

Una particolarità riguardo le risposte a questa domanda: c’è una leggera differenza di genere: su una media del 24 per cento di persone che ha risposto di non saper come accedere e controllare le impostazioni della privacy sul proprio smartphone, è stato registrato il 21 per cento tra gli uomini e il 27 tra le donne; così come solo il 16 per cento degli uomini ha dichiarato di non saper spegnere i dati sulla localizzazione, a fronte di un 23 per cento di risposte negative tra le donne.

Infine, solo un terzo degli intervistati ha dichiarato di non leggere i termini e le condizioni d’uso dei servizi online, mentre il 22 per cento dichiara di leggerle sempre. In questo caso la percentuale italiana supera quella europea: il 27 per cento ha detto di leggere sempre questo genere di informazioni. Ammesso che sia vero.

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