La ferita e il rammendoIl Ponte di Genova non si celebra con uno show tv, ma con una cartolina dell’Italia che ce la può fare

Si riesce sempre a rovinare tutto. Alla ricostruzione laboriosa e impegnativa seguirà una riapertura con uno spettacolo in stile Sanremo. Senza rispetto per le vittime, per la memoria, per le responsabilità

Più di duemila firme raccolte in pochi giorni, polemiche roventi sui giornali e i social, imbarazzati distinguo dei protagonisti della figuraccia. A poco meno di due anni da quella livida mattina di morte, l’ex Ponte Morandi continua a lasciare dietro di sé una scia amara di dolore e veleni.

La mobilitazione, questa volta, non è per la sete di giustizia ancora insoddisfatta, gli indennizzi o il ritorno nelle proprie case degli abitanti della zona.

A scatenare la protesta, capeggiata dal Comitato dei familiari delle vittime, è l’indignazione per la notizia dello show in prima serata tv per l’inaugurazione del Nuovo Ponte, a fine luglio.

Una volta posato da Renzo Piano l’ultimo tassello dell’opera, grazie allo straordinario lavoro portato avanti in silenzio e senza un solo momento di pausa – anche nei mesi difficili del Covid-19 – da centinaia di lavoratori, tecnici e ingegneri, quello che doveva essere, come scrisse subito dopo la tragedia il presidente Mattarella ai genovesi, «il rammendo di una ferita che non si cancella», eccola sanguinare di nuovo, quella ferita, nelle parole della presidente del Comitato dei parenti delle vittime, Egle Possetti: «Noi vorremmo un’inaugurazione sobria, pensiamo sia molto emozionante il concerto in piazza dell’orchestra, pensiamo sia d’obbligo il taglio del nastro sul ponte, pensiamo sia molto forte e d’impatto il suono delle sirene del porto, pensiamo sia doveroso l’inno nazionale, ma troviamo assurdo un concerto stile Sanremo. Per festeggiare cosa?».

Sembra un paradosso, ma anche una ricostruzione rapida e ammirata in tutto il mondo sembra difficile da celebrare nel nostro Paese.

“Colpa” di quell’eccesso di visibilità e comunicazione pelosa che sempre più spesso accompagna gli eventi pubblici, in una scaletta delle emozioni scandite da applausi, standing ovation e frasi fatte.

Una rimozione collettiva sulle note di uno show non rispetta certo le vittime e non aggiunge prestigio a quello che va celebrato, appunto, come un “rammendo” – il più celere e accurato possibile – ad un incredibile e vergognoso insieme di colpe.

Perché sulla coscienza di molti pesa ancora il sacrificio di quelle 43 vite, trascinate in un volo senza ritorno da anni di incuria e colpevoli mancanze e non può certo essere Amadeus o una banda rock a farli dimenticare.

Sulle macerie di questo ponte, sul fronte comunicativo, hanno inciampato in tanti: dai Benetton con le scuse tardive in quel maledetto agosto del 2018 a Oliviero Toscani e la sua frase vergognosa («ma in fondo a chi interessa se casca un ponte?»), fino al «ponte vivibile», qualcuno lo ricorderà, nelle fantasie dell’ex ministro Danilo Toninelli.

I lunghi mesi di lavori sul greto del torrente Polcevera hanno fatto da sfondo ad avveniristiche soluzioni architettoniche ed ingegneristiche, un’immagine dell’Italia che può farcela, specie quando alla burocrazia opaca si sostituisce la flessibilità efficace dei progetti commissariali.

Basterebbe questo, eccome, a fare del Ponte di Genova (da genovese non vedo altro nome sobrio più adatto, tra i tanti che sono stati ipotizzati) una cartolina della rinascita.

Senza medaglie da appendere e soprattutto senza che sia necessario chiamare sul palco la star del momento per un’esibizione in playback.

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