Notti magicheL’Italia del ‘90, i Mondiali e l’onda lunga di un benessere che sembrava infinito

Trent’anni fa iniziava il torneo degli Azzurri, con una vittoria esaltante contro l’Austria: il gol di Schillaci prometteva fin troppo bene per una Nazionale e un paese che non contemplavano l’ipotesi della sconfitta

DANIEL GARCIA / AFP

Il racconto ideale di Italia ‘90 dovrebbe iniziare da una finale vinta a Roma dagli Azzurri, con il ct Azeglio Vicini sollevato al cielo dai suoi giocatori. Un’istantanea mai scattata. L’eliminazione in semifinale, in un San Paolo che sembra un campo neutro piuttosto che lo stadio della squadra di casa, è l’inizio della fine. L’inizio della fine di quel periodo d’oro che erano stati, nel calcio ma non solo, gli anni Ottanta.

Quella che si avvicina alle Notti Magiche dell’estate 1990 è un’Italia ottimista, festaiola, ricca. Il giornalista Matteo Bordiga, autore del libro “Italia ‘90 – Il sogno mancato”, la descrive così a Linkiesta: «Nel calcio le nostre squadre erano in un periodo di pieno splendore, capaci di dominare in Europa a tutti i livelli, uno specchio piuttosto fedele della nostra società. Bruno Pizzul, telecronista della Nazionale, che ho intervistato nel libro, ha voluto ricordare la spensieratezza di quei giorni anche attraverso i giovani e i loro aperitivi, la Milano da bere, i soldi che muovevano gli italiani nella loro quotidianità».

Sono gli anni in cui all’estero si impone la forza del “Made in Italy”, nel settore automobilistico, nella moda, nel design: in un momento di piena fioritura l’organizzazione dei Mondiali è la ciliegina sulla torta, il coronamento di un percorso di crescita di tutta la nazione.

L’Italia torna così ad ospitare la manifestazione sportiva più importante dopo l’edizione del 1934, e lo fa in un periodo d’oro per il suo movimento calcistico, con le squadre italiane che fanno incetta di trofei in tutto il continente. Nel 1990 il Milan aveva vinto la Champions League, la Juventus la Coppa Uefa in finale con la Fiorentina, la Sampdoria si era presa la Coppa delle Coppe.

«La Serie A – spiega a Linkiesta Marco Bonfiglio, autore del libro “La sindrome di Italia ’90” – era il campionato più competitivo all’epoca, ma non solo. La Nazionale era rappresentativa di tutto il paese, perché non aveva un blocco di giocatori di una sola squadra, ma pescava in tutti i club da Nord a Sud. Questo aumentava anche il legame con gli italiani».

E per Italia ‘90 l’industria calcistica si era preparata mettendo in campo il meglio che aveva a disposizione. La maglia degli Azzurri, ideata per l’edizione del 1986, è ancora adesso una delle più iconiche della Nazionale, con il tricolore sul colletto e le maniche, e quella tonalità intensa, quasi lucente, che avrebbe dettato la linea dell’estetica calcistica per il decennio che stava iniziando.

Anche l’enigmatica mascotte disegnata da Lucio Boscardin, rinominata “Ciao”, era stata presentata dall’autore come un simbolo innovativo, ispirato a un’idea di Italia distante dalle divisioni regionali e campanilistiche ancora presenti sul territorio.

Un Mondiale spinto anche da una crescente forza mediatica che aveva aumentato in maniera esponenziale la popolarità e il seguito del calcio. Si accreditano più giornalisti di qualsiasi edizione precedente, arrivando da ogni angolo del mondo aiutati anche dalla tecnologia: la posta elettronica aveva facilitato di molto le questioni burocratiche e anche il lavoro sul campo per i media. E una grande mano arriva anche dalla Rai che l’anno precedente aveva assegnato alla Olivetti l’ammodernamento dei servizi grafici da mandare in onda sul piccolo schermo.

Anche per questi motivi fu un torneo particolarmente sentito dagli italiani, che si muovevano al seguito della squadra accompagnati dalle note di “Un’estate italiana” cantata da Edoardo Bennato e Gianna Nannini.

Bordiga racconta di «maree di folla che riempivano le strade e quasi non facevano passare l’autobus della squadra che andava dall’hotel del ritiro allo stadio. E all’Olimpico di Roma molto prima che iniziasse la partita c’era già un oceano di bandiere tricolore».

Tutto questo dopo che i vertici del calcio e della politica avevano organizzato la manifestazione all’insegna degli sprechi economici: la spesa totale per Italia ‘90 supera i 7mila miliardi di lire, di cui almeno 6mila di fondi pubblici.

Buona parte di quei soldi erano stati destinati agli stadi, che dovevano rappresentare lo spirito italiano di quel tempo e non potevano presentarsi in condizioni fatiscenti. I lavori al Sant’Elia di Cagliari costarono 24 miliardi di lire: una cifra fuori mercato per l’epoca. Il San Nicola di Bari, tirato su dal nulla della periferia Sud-Ovest del capoluogo pugliese da un progetto di Renzo Piano, aveva e ha ancora dimensioni sproporzionate rispetto alle esigenze della città. Il Delle Alpi di Torino era costato 127 miliardi di lire in più rispetto al preventivo iniziale, per poi essere abbattuto nel 2009.

Ma questo sarebbe venuto alla luce soltanto dopo. Alla competizione tutti erano arrivati carichi di speranza, per una Nazionale che sembrava doversi prendere la Coppa come per diritto. Anche l’esordio – 9 giugno 1990 – è promettente.

Nella partita con l’Austria, gli Azzurri dominano per tutto l’incontro, sono sempre proiettati in avanti, creano palle gol in serie, ma il portiere avversario è in serata di grazia e per sbloccare il risultato ci vuole il guizzo di Schillaci a poco più di dieci minuti dalla fine. «Schillaci non si immaginava di entrare in campo – ricorda Bordiga – anzi non si immaginava di esordire in tutto il Mondiale, figuriamoci di segnare, diventare il capocannoniere del torneo con sei reti e poi anche secondo al Pallone d’Oro».

Dopo quella vittoria il cammino è quello che almeno un paio di generazioni di italiani potrebbero mandare a memoria: Stati Uniti, Cecoslovacchia, Uruguay, Irlanda, senza subire nemmeno un gol, fino alla partita con l’Argentina, l’uscita a vuoto di Zenga e il gol di Caniggia per il pari. Poi i calci di rigore.

La delusione per quella sconfitta, impossibile da allietare con la vittoria nella finalina per il terzo posto, fu anticipata dalla sorpresa, da un evento del tutto inaspettato. «Fu come un disincanto collettivo – dice Bonfiglio – come svegliarsi da un sogno bellissimo. La mattina dopo ci trovavamo a fare i conti con un’eliminazione a cui nessuno era veramente preparato, perché nessuno nei due anni precedenti l’aveva nemmeno presa in considerazione».

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