Fantasmi del passatoCon la pandemia l’Italia è tornata il Paese in cui non si cerca più il lavoro

Il Covid-19 ha fatto scattare la recessione occupazionale e la questione dell’inattività. Una posizione in cui si trova chi oggi sta perdendo il posto: in cui non si produce e neanche si cerca un impiego, perché si è scoraggiati e senza competenze

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I timori di tutti per questa recessione appena iniziata si concentrano sulla perdita di posti di lavoro che già si intravede dai primi dati provvisori dell’Istat, per cui in aprile, ancora in pieno lockdown, lavorava circa mezzo milione di persone in meno rispetto a un anno prima.

Si tratta di un arretramento ai livelli occupazionali di più di tre anni fa, e certamente il calo non si fermerà nei prossimi mesi. A rendere la situazione ancora più preoccupante c’è anche la questione dell’inattività, che da sempre ci distingue da altri Paesi in Europa, anche da quelli che tradizionalmente non hanno mai avuto alti tassi di occupazione. 

Nel mondo del lavoro italiano non si è affrontato in modo strutturale il tema della formazione, delle competenze, di quella produttività che consentirebbe posti più sicuri e più remunerati.

L’aumento dei posti degli ultimi anni è stato costruito sulla sabbia di attività a basso margine, di contratti provvisori e malpagati, e oggi il risultato è che chi sta perdendo il lavoro non sta scivolando nella disoccupazione, anch’essa in calo, ma proprio nell’inattività, in quella condizione che le statistiche faticano a inquadrare in cui non si lavora e neanche si cerca un posto, perché scoraggiati, perché senza competenze.

I dati ovviamente sono pesantemente influenzati dal lockdown, ma indicano in aprile un decollo del tasso di inattività al 38,1%, dopo avere toccato un minimo del 34% nel 2019. Parliamo di un aumento degli inattivi di un milione e 462 mila persone, e la differenza di come si è distribuito tra i lavoratori indica che non è solo un fatto congiunturale dovuto alle chiusure per esempio delle agenzie del lavoro, ma che c’è il riemergere di antichi problemi malamente sopiti negli ultimi anni.

Non è un caso infatti che gli inattivi crescano di più tra le donne che tra gli uomini, nonostante le lavoratrici siano 3,6 milioni in meno rispetto ai lavoratori. E neanche che il segmento di età in cui l’incremento annuo è maggiore sia quello tra i 25 e i 34 anni, tra cui il tasso d’inattività aumenta in un anno del 6,3%.

A causa di questo solo aumento risulta negativo, con un peggioramento delle statistiche, anche il confronto tra 2020 e 2014. Tutto il recupero di questi anni vanificato di colpo. Cosa che non accade per esempio tra i lavoratori over 50, tra cui il tasso d’inattività sale solo dell’1,6% e rispetto al 2014 risulta decisamente in calo, nonostante tutto.

Dati ISTAT

Il motivo è che è più facile che a essere protetto, ad avere per esempio diritto alla cassa integrazione, sia il posto di un 50enne che quello di un 30enne, più spesso lavoratore a termine se non free lance.

I dati ci dicono che in realtà questa disuguaglianza era già in atto prima. In questi anni tra il 2014 e il 2020 ad avere veramente ridotto l’inattività in modo netto, tanto da avere il segno più ancora nel primo trimestre 2020, nonostante l’inizio dell’emergenza, erano stati in realtà solo i laureati italiani e gli uomini stranieri poco istruiti.

Era andata male per coloro con licenza media e tra gli stranieri i laureati e in particolare le donne, forse perché dopo i tanti ricongiungimenti familiari è aumentato il numero delle casalinghe?

Dati ISTAT

In ogni caso è lo specchio di un Paese divaricato, in cui sempre più ci sono possibilità solo se si è molto competenti, con una laurea, e sono ancora troppo pochi coloro che ne hanno una.

Il disagio di chi un lavoro neanche lo cerca è spesso invisibile, proprio perché non ci sono manifestazioni, non ci sono sindacati che rappresentano gli inattivi, e parte della politica guarda solo ai numeri della disoccupazione.

Si tratta di un tema che interessa soprattutto le donne. E chi più delle donne del Sud? Una donna meridionale laureata secondo gli ultimi dati (che ora con la crisi dovranno essere aggiornati) aveva più possibilità di rimanere inattiva di un uomo del Nord diplomato.

Ancora peggio, non lavorava e non cercava lavoro più di metà delle donne con diploma del Sud, più di quanto accadesse agli uomini con solo licenza elementare o meno del Nord. 

Questi divari si incrociano con altri, che puzzano forse di discriminazione. Perché se tra gli italiani vi è un chiaro gradiente a livello di istruzione, con una maggiore occupazione per chi ha più titoli di studio, tra gli immigrati era più facile essere inattivi se si aveva una laurea invece che se si ha un diploma. E al Sud secondo gli stessi dati era anche meglio non averla quasi un’istruzione, se si era stranieri.

Dati ISTAT

I dati complessivi la disuguaglianza tra Centro-Nord e Mezzogiorno è già evidentissima, questa appare anche peggiore se si depurano le statistiche dei tanti inattivi che sono tali perché 60enni pensionati o 20enni universitari, ovvero considerando coloro che si trovano in quella fascia cruciale per la carriera, tra i 25 e i 34 anni.

Tra questi giovani il tasso di inattività oscillava fino a pochi mesi fa tra percentuali vicini al 50% in Sicilia e Calabria e quelle intorno al 10% di diverse province di Lombardia, Veneto, Emilia Romagna. Ed è anche peggiorato negli ultimi 15 anni a questa specifica età, un po’ dappertutto, anche laddove era già alta.

Dati ISTAT

Questa crisi ha già dimostrato di essere come una macchina del tempo in grado di riportarci indietro ai nostri vecchi difetti, anche in quegli ambiti in cui vi era stato un fragile e limitato miglioramento.

E tra i nostri difetti peggiori vi è proprio la tendenza a sottovalutare l’assenza di occupazione diffusa in quelle fasce di popolazione in cui è più facile non cercarla neanche, in cui consideriamo normale questa assenza. Forse perché è passato troppo poco tempo da quando la donna stava a casa a cucinare e a badare ai figli e a lavorare andava l’uomo, il capofamiglia, o quando a 55-60 anni si poteva andare in pensione con qualcuno dei tanti cavilli che lo consentivano.

La nostalgia di quegli anni che tanti politici cavalcano volentieri è anche nostalgia di questo. Ma oggi non possiamo permettercela.

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