Le giuste noteNel cuore delle manifestazioni americane, dove si respira la volontà di giustizia

Partecipano giovani, anche bianchi, tutti convinti. A parte i teppisti in cerca di devastazioni, si tratta di proteste democratiche, commoventi, necessarie

Un’altra marcia passa sotto le mie finestre. Stavolta più grande – una folla immensa, disposta su tutta l’ampiezza della via, 30 minuti di manifestanti che passavano, tutti di circa 25 anni, più bianchi che altro, ma alla fine di ogni sfumatura. E quasi tutti con mascherina, a ricordare che sopra di noi incombe più di una catastrofe.

Molti di loro avevano realizzato di persona i rispettivi cartelli. Vedere “Black Lives Matter” scritto a mano è visivamente scialbo e lamentosamente espressivo.

Dei canti, il più penetrante è “George Floyd! I can’t breathe” (“George Floyd! Non respiro!”), declamato con cadenza rabbiosa. Ma il più insistente è “No justice! No peace!” (“Niente giustizia! Niente pace!”).

Ecco, un coro anti-polizia che è anche un inno all’ordine pubblico, se si suppone che “giustizia” significhi proprio “ordine pubblico”, nel suo senso più corretto. Il coro riconosce il contratto sociale, è il coro della resistenza civile non violenta.

E, con questo spirito, anche se il sindaco ha imposto un coprifuoco dalle 20 in poi – e anche se negli Stati Uniti 60 milioni di persone sono state messe sotto coprifuoco – la manifestazione perdura.

Per le 21:30 ecco un’altra marcia, più misurata ma non piccola, che passa cantando sotto le mie finestre. Dietro l’angolo ci potranno anche essere manifestanti che tirano mazzate contro la società.

Ma non qui. Sul mio marciapiede, le manifestazioni diventano una rivolta civile disciplinata e giudiziosa. Ogni nota che emettono risulta eloquente, contenuta, commovente, giusta e democraticamente sana.

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