La società fai da teVogliamo giornali che ci somiglino, a noi e ai nostri sms

Grande agitazione tra i giornalisti più giovani per la scelta del New York Times di pubblicare un’opinione trumpiana, quindi diversa rispetto alle idee consolidate del grande quotidiano liberal. Un tempo non era così, ma dall’avvento dei focus group fino al dominio dei social si pretendono solo spazi dove ci si possa sentire al sicuro. Ma l’informazione non è la nostra bacheca

Afp

Qual è il legame tra una serie televisiva andata in onda per una sola stagione nel 2006, i giornalisti del New York Times che ieri twittavano tutti la stessa frase, e la programmazione radiofonica nei pomeriggi italiani?

Jordan McDeere era la dirigente televisiva nel racconto d’un varietà del venerdì sera che Aaron Sorkin scrisse una quindicina d’anni fa, s’intitolava Studio 60. Il programma andava male, e la rete non era contenta. A un certo punto veniva convocato un focus group.

I focus group sono modi di buttare i soldi usati da aziende che in teoria idolatrano Steve Jobs, ma in pratica non ne seguono i princìpi (diceva Jobs che il pubblico mica sa cosa vuole: sei tu che devi dirglielo). I focus group sono fatti da gente che, in cambio d’un gettone di presenza, si dichiara consumatrice del tuo prodotto e ti dice come dovresti cambiarlo. Spesso non ha mai visto il tuo prodotto (partecipare ai focus group è un lavoro pagato a cottimo), ma se anche ne fosse compratrice non si capisce perché dovrebbe saperti dire come migliorare una barretta al cioccolato o un programma televisivo: mica è il suo lavoro, fare barrette o programmi.

Jordan era contraria al focus group. Questo serviva a dirci che era una dei buoni, dalla parte dell’arte e non del commercio (Sorkin è un formidabile moralista), ma serviva anche a sintetizzare cosa non vada nei focus group; quando il commerciante d’ascolti le ricordava che chiedere al pubblico aveva funzionato nel caso di E.R., l’eroica McDeere rispondeva: «Certo, mi serviva un focus group per sapere che Clooney era un figo».

L’ultima volta che ho posseduto una radio andavo a scuola. Da adulta ho ascoltato gente che parla solo se quella gente sono io.

La prima volta che ho condotto un programma radiofonico avevo 24 anni. Ero l’unica che non avesse mai lavorato in radio, e all’inizio tutti, nel palazzo di RadioRai, avevano il tono dei depositari della verità che dovevano insegnarmi il mestiere. Quella dinamica durò un paio di giorni, ma in quel paio di giorni fecero in tempo a insegnarmi una cosa: i messaggi dei lettori non si leggono. Non si leggono perché quelli in cui leggi il messaggio d’un ascoltatore sono venti secondi in cui fai felice quell’ascoltatore e scontenti milioni d’altri, cui non può fregare nulla d’un Everyman come loro.

Erano gli anni Novanta. C’era la lira, c’erano i mass media, c’era il pubblico, c’era la quasi certezza di cosa avrebbe funzionato e cosa no.

Persino io, che ero la più arrogante delle mocciose ed ero convinta di saperla lunghissima (insomma: sembravo una ventiquattrenne di oggi), prestavo una qualche attenzione alle certezze consolidate di chi era del mestiere da decenni. Erano in contraddizione con la mia esperienza di ascoltatrice (di Radio Bologna International, che al liceo chiamavo per dedicare gli Eagles a quello che mi piaceva e alla Terza B), ma, mi dicevo, probabilmente sono questi dettagli a fare la differenza tra una radio locale e la radio nazionale.

Chissà se la data di svolta è il 2006, quando Time mette uno specchio in copertina, ci dice che la persona dell’anno siamo noi, e ci convince (prima di Zuckerberg) che il nuovo compito dei media sia essere la nostra bacheca. Sarò il tuo specchio, ti dirò quel che già sai. 

Basta aprire un giornale o sintonizzarsi su un qualunque programma per verificare il cambiamento: ormai il pubblico fa il lavoro degli autori (quando si accorgeranno che lavorano senza incassare la Siae, gli italiani procederanno alla presa di viale Mazzini 14, il palazzo d’inverno che ci meritiamo).

Adesso, ogni volta che salgo su una macchina la cui autoradio è sintonizzata sulla stazione su cui conducevo vent’anni fa, c’è qualche conduttore che sta dando un numero di telefono. Lo schema è una cosa tipo: il nostro tema oggi è «la più bella estate della nostra vita», mandateci un WhatsApp al numero tal dei tali e raccontateci la vostra. Ma siete pagati per scrivere dei testi, raccontateci voi la vostra, se voglio sapere le estati di gente non pagata per saper raccontare vado su Facebook.

È incredibile il modo in cui Facebook ha contribuito a questa disfatta. Ci si aspetterebbe che – data l’esistenza d’una piattaforma gratuita su cui chiunque può leggere qualunque racconto sciatto e può dire la sua – chi per lavoro deve venderti quel che scrive fosse spronato a occupare un’altra zona di mercato. A non chiederti di raccontargli i fatti tuoi o di leggere e ascoltare pensierini amatoriali, perdipiù pagando per farlo. E invece.

Mercoledì il New York Times ha pubblicato, nella pagina delle opinioni, un articolo intitolato «Mandate l’esercito». Parlava delle rivolte nelle città americane, dei negozi sfasciati e incendiati, del fatto che gli americani vogliono stare al sicuro e che il governo glielo garantisca. L’aveva scritto Tom Cotton, senatore trumpiano, e quindi si sarebbe potuto obiettare al titolo (mandalo tu, è nelle tue mansioni), ma invece l’obiezione collettiva degli americani presentabili, cioè quasi tutti quelli che lavorano al NYT, era al fatto che la pagina delle opinioni ospitasse un’opinione che non somigliava alla loro.

(D’altra parte, quando su Rai 1 passa in sovrimpressione la bestemmia contenuta nell’sms d’uno spettatore, tutti si scandalizzano per la bestemmia, e nessuno si chiede perché la televisione sia fatta da professionisti che non hanno idee proprie e movimentano il programma con gli sms di chi fa altri mestieri).

La pagina delle opinioni del New York Times serve esattamente ai Cotton del caso: a, direbbe Liala, scaldare gli animi. È stata concepita per quello, lo spiegano i testi delle scuole di giornalismo americane. Solo che, da quando vogliamo solo roba che ci somigli, che abbiamo scelto coi nostri sms e coi nostri focus group, ci scandalizziamo solo per le opinioni incendiarie opposte.

Ieri tutti i giornalisti del NYT twittavano compatti «Pubblicare questa roba mette in pericolo i giornalisti neri del New York Times». Dieci giorni fa, nessuno aveva twittato almeno un «Pubblicare questa roba mette a rischio logica e senso del ridicolo» per un editoriale la cui risposta alla questione che i neri muoiano più dei bianchi di virus Corona, risposta che ne costituiva anche il titolo, era «Non è l’obesità. È lo schiavismo».

Certo, direte voi, se sei nero in America e coinvolto nelle sommosse attuali, e mandano l’esercito, rischi la pelle (peraltro la rischi già con la polizia), e forse questo rende l’editoriale di Cotton più grave.

Nikole Hannah-Jones, che ha vinto un Pulitzer per il (controverso, e assai contestato nella ricostruzione fattuale) progetto del NYT intitolato 1619, in cui ricostruisce lo schiavismo come tara fondativa dell’America, aveva già spiegato il concetto il giorno prima dello scandalo-Cotton. Intervistata dalla Cbs, aveva detto: «Violenza è quando un agente schiaccia con le ginocchia il collo d’un uomo finché tutta la vita è risucchiata via dal suo corpo. Distruggere proprietà che possono essere rimpiazzate non è violenza. Usare la stessa parola per descrivere le due cose non è morale». Che mandarti a fuoco il negozio non sia violenza è evidentemente una stronzata. Eppure non ha destato particolare scandalo: nessuno ha minacciato d’interrompere l’abbonamento al Times. Ed è giusto così: sono solo parole.

Vale anche per Cotton, sebbene assai più impresentabile di Hanna-Jones: è un editoriale, che ci somiglino o meno sono parole. Rubo la sintesi al tweet d’uno scrittore (uno dei pochi a dire frasi non prefissate) che commentava le reazioni a Cotton: bruciare e devastare le città è diventata libertà d’opinione, e avere un’opinione è diventato un crimine.

Oltretutto, anche qui rubo un argomento già espresso: almeno ora, se ti ritrovi Cotton sulla scheda elettorale, sai esattamente come la pensa.

C’è un’espressione americana inventata per le università e poi estesa a una società infantilizzata: safe space. Il posto in cui sei al sicuro, in cui nessuno mette in discussione le tue idee e ti fa sentire a disagio (chissà quand’è che cresci, se all’università ti trattano come una porcellana). Tre anni fa (lo scandalo per gli articoli che non ci somigliano sul giornale che leggiamo è ricorsivo), Politico titolò: la pagina delle opinioni del New York Times non è il vostro safe space.

Per fortuna. Non la fanno coi nostri sms. Per fortuna.

Ah: quello della corporation televisiva di finzione, in Studio 60, mentiva. I testi di storia della tv dicono che i focus group, da Hill Street giorno e notte a E.R., hanno sempre bocciato le serie che poi sarebbero diventate successi e avrebbero cambiato il panorama televisivo. Troppe sottotrame, troppi personaggi non eroici, troppa cupezza. Fatela simile a quella che già esiste. Fate roba in cui mi riconosca. Che somigli ai miei sms.

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