Martedì neriI commentatori da social riescono a rovinare anche gli sfottò, figuriamoci le cose serie

Doveva essere un #BlackOutTuesday, un giorno di commemorazione in cui tutti postano su Instagram una mattonella nera come simbolo antirazzista. Ma ormai internet è il terreno di scontro preferito di quelli che non vedono l’ora di farti la ramanzina

MARIO TAMA / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

Per una volta, non cominciamo da me, e dal mio martedì mattina. Cominciamo dal martedì mattina del mondo connesso, quello che si sveglia e scorre i social sul cellulare. Martedì mattina quelli che seguono celebrità locali o straniere, celebrità che ci tengano a fare la cosa giusta, quella socialmente presentabile, quella che dà un corretto posizionamento politico, martedì mattina tutti noi che seguiamo Paolo Sorrentino o Rihanna, Miriam Leone o i Rolling Stones, tutti ci siamo ritrovati l’Instagram nero.

Era tutto cominciato lunedì con un post (poi cancellato) di Jamila Thomas, discografica nera, che diceva che era ora di farsi sentire, che lo spettacolo non doveva continuare, lo spettacolo doveva essere messo in pausa.

Una specie di giornata internazionale di lutto da effettuarsi martedì su Instagram, dove dichiararsi a lutto è facile: posti una mattonella nera, coi cancelletti #TheShowMustBePaused e #BlackOutTuesday, ci vogliono cinque secondi.

Non serve chiedersi a cosa serva, e se serva a qualcosa (ma a questo ci arriviamo dopo), l’importante è aderire e far sapere con prontezza che sei dalla parte dei buoni. Ah, bisognava – martedì – anche astenersi dal vendere il proprio prosciutto, il proprio disco, il proprio giornale, il proprio libro: dedicare quella giornata solo alla contrizione. Tipo il minuto di silenzio negli stadi.

Senonché non è così facile, e per capirlo dovete avere la pazienza di seguirmi in una breve digressione.

Keith McNally è un ristoratore newyorkese, possiede alcuni posti fighetti nei quali avrete provato a farvi dare un tavolo dopo averli visti in Sex and the city. Ieri McNally ha fatto quello che, a parte la parentesi della mattonella nera (alla cui conclusione arriviamo tra un po’), sembra indispensabile fare in questi giorni se sei un americano rispettabile: postare la foto del poliziotto inginocchiato sul collo di George Floyd.

I commenti si sono presto trasformati in una guerra di sfumature.

Quello che protesta: non devi postarlo perché è un modo di infierire ulteriormente sui neri rappresentandoli come vittime. Quello che: invece dobbiamo postarlo tutti perché tutti devono sapere. Quello (McNally) che: io tengo ai neri più di te perché sono nato povero. Quello: non è vero che non sei razzista perché io sono nero e quando vengo alla Minetta Tavern mi trattano sempre come un pezzente (nota a margine: trattano come una pezzente anche me, che sono bianchissima, è proprio il loro modo di fare; va altresì detto che l’hamburger di filetto vale i maltrattamenti che i camerieri impongono alla clientela).

L’esempio è minuscolo, ma serve a dire il tempo in cui viviamo. Un tempo in cui se taci sei complice (se non peggio), ma se parli sicuramente sbagli, perché è impossibile dire una cosa che non dispiaccia a nessuno in un’epoca che ha deciso ogni sfumatura di sensibilità sia sacrosanta.

Qualunque cosa tu dica, qualunque posizione tu prenda, sarà per forza una taglia unica, e ogni passante pretenderà invece che sia cucita su misura per la sua sensibilità. (Chiedo scusa per la metafora sartoriale).

Le mattonelle nere, dunque. Dopo mezza giornata, l’opera buona già era uno scandalo. Accuse di monopolizzare col narcisismo bianco la causa dei neri. Accuse di deviare, con l’utilizzo del cancelletto #BlackLivesMatter ad accompagnare le mattonelle, il traffico su post inutili che l’algoritmo avrebbe reso più evidenti di quelli che, con lo stesso cancelletto, intendevano informare sulle violenze in corso o indirizzare chi spende ai negozi gestiti da neri, in modo da fare avere loro incassi, che sono meglio dei cancelletti.

(Tanto per farmi qualche altro amico, vorrei dire che io non trovo intelligentissima quest’ultima obiezione: Instagram non è un numero d’emergenza che risolve i problemi, è una vetrina in cui Beppe Sala si fa fotografare mentre legge il libro di Beppe Sala; non può risolvere le grandi questioni sociali, al massimo può azzerare il senso del ridicolo degli iscritti).

Se parli sbagli, ma se taci significa che stai coi cattivi. Viviamo in un’epoca di tifoserie, e provare a ragionare, invece di pittare striscioni, è come andare a un derby e, quando ti chiedono di che curva sei, dire: «Mi piace il bel gioco». (Chiedo scusa per la similitudine calcistica).

Andrew Sullivan, uno di quei criminali che provano a ragionare, nel suo ultimo editoriale sul New York Magazine prende spunto da un’affermazione del filosofo inglese John Gray («La religione non è una teoria che prova a spiegare l’universo, ma un tentativo di trovare un significato negli eventi») per ipotizzare che, per noialtri atei contemporanei, la nuova religione sia pubblicare su testate presentabili articoli in cui spieghiamo che vogliamo fare del mondo un posto migliore.

Ci pensavo martedì mattina, quando le mattonelle nere non erano ancora andate a male, e le professoresse democratiche che hanno il mio numero di telefono erano intente a sgridarmi per aver scritto che è ridicolo pretendere dalle celebrità che prendano posizione su ogni buona causa, in un mondo in cui le buone cause sono cento al giorno e ribadire la propria appartenenza al club dei giusti non può diventare un lavoro.

«Meglio Richard Gere di Salvini», mi ha scritto una, e io ho scorso indietro settimane di messaggi per capire se fossi mai stata così ubriaca da sostenere il contrario. Non trovando alcuna mia proposta di casting di Salvini in un rifacimento di American Gigolò, ho chiesto cosa c’entrasse.

Oltretutto: io in quell’articolo che mi ha alienato la società civile non parlavo di Salvini, parlavo dell’obbligo d’adesione alle mattonelle nere (anche se ancora non sapevo delle mattonelle nere: sono una Cassandra).

In effetti non c’era, in quell’articolo di martedì, nessun fischio preciso per cani di Pavlov, non un «Salvini brutto», non un «Trump cattivo», neppure una mattonella nera piccina picciò. Non mi ero attenuta alla liturgia prevista dalla nuova religione.

Un gesto imperdonabile. L’ho capito ieri, quando Luca Bizzarri (uno che di mestiere vede il lato ridicolo delle cose) ha ripubblicato su Facebook la foto di Beppe Sala che legge un libro di Beppe Sala.

Nei commenti c’erano i correligionari delle amiche che m’avevano sgridato il giorno prima: poiché viviamo in un’epoca di tifoserie, Bizzarri non può prendere per il culo un esponente d’una parte senza essere della curva opposta.

E quindi: i politici si giudicano dall’operato non da una foto (sui social?); Sala verrà giudicato dalla storia (sempre sui social, i nuovi sussidiari); e anche: ti meriti Salvini (o: Sala è molto meglio di Salvini – a seconda che il commentatore fosse più portato per gli anatemi o per il letteralismo).

Nessuno, purtroppo, ci ha informati di come fosse posizionato, nella classifica delle opere e della storia, Sala rispetto a Richard Gere.

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