La distopia che diventa realtàLa magistratura, come RoboCop, ora attacca senza pietà Palamara (noi prepariamo i popcorn)

Nel film di Paul Verhoeven del 1987 il protagonista era un difensore della legge integerrimo, che non poteva mai e poi mai nuocere alla sua corporation. Succede lo stesso con l’Anm, che fa testuggine contro il mondo fuori. Chi ne esce, però, è sempre sotto tiro

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La distopia di “RoboCop” – “Il futuro della legge”, recitava la frase di lancio sulla locandina – è diventata realtà in Italia ben prima che in America. Anzi, proprio nell’anno in cui il film di Paul Verhoeven approdava nelle sale, il 1987, nella nostra remota penisola dell’Europa meridionale, così refrattaria alle macchine e così incline all’arcadia, si compiva il passo decisivo per avverarne la profezia.

Intendiamoci, se mi affaccio alla finestra non vedo squadre di poliziotti cyborg che pattugliano le strade del mio quartiere, esattamente come non le vedono gli abitanti di Detroit, la città dov’era ambientato il film. Ma la nostra magistratura associata ha un elemento in comune con il poliziotto cyborg di “RoboCop”.

Nel film, il tutore della legge del futuro era programmato in modo tale da attenersi rigorosamente a tre direttive inviolabili – ordine pubblico totale, proteggere gli innocenti, far rispettare la legge – e fin qui, lo riconosco, le analogie con i nostri umani in toga sono piuttosto scarse. Ma c’era anche una quarta direttiva, secretata, in base alla quale il RoboCop non poteva in nessun caso nuocere alla corporation che lo aveva creato e ai suoi membri. E a questo punto, scommetto, cominciate ad avvertire anche voi un’eco familiare.

Coincidenza sinistra: “RoboCop” arriva in Italia il 30 ottobre 1987; ed è ancora nelle sale quando, poco più di una settimana dopo, si celebra il referendum per la responsabilità civile dei magistrati, il referendum Tortora. Quell’8 novembre è lo spartiacque decisivo, in seguito al quale la corporazione togata prende piena coscienza di sé e del proprio potere.

Per usare una bella formula di Dante Troisi, la magistratura associata comincia a «fare testuggine contro il mondo di fuori», e in effetti il carapace delle tartarughe è una buona approssimazione biologica della corazza del robot. Il droide dell’Associazione nazionale magistrati sventa l’aggressione referendaria, schiacciando senza pietà il voto popolare. Fa scudo oltre ogni soglia di decenza intorno ai persecutori di Enzo Tortora, alla faccia della seconda direttiva – proteggere gli innocenti. Poi passa all’attacco, e dal 1992 realizza pienamente la distopia.

La quarta direttiva è la legge ferrea della magistratura associata. Chi si chiama fuori dall’Anm – come Corrado Carnevale, dimissionario dal 1957 – viene perseguitato senza alcun riguardo. Ci sono magistrati, come Piero Tony, che solo dopo la pensione si sentono liberi di prendere la parola contro le storture della corporazione, e altri che hanno introiettato a tal punto lo spirito di corpo da conservare il silenzio fino alla tomba.

E arriviamo così al film di questi giorni che ha per protagonista Luca Palamara, ex capo dell’Anm buttato fuori dall’Anm, testata d’angolo diventata pietra di scarto. Nel finale di “RoboCop” (attenzione: spoiler in arrivo), per puntare le armi contro il vicepresidente della corporation il poliziotto cyborg doveva attendere che questi fosse licenziato. Ebbene, ora che Palamara non è più vincolato dalla quarta direttiva, la corporazione può attaccarlo senza pietà, ma anche lui può attaccare senza pietà la corporazione.

E niente, solo per dirvi che ho preparato un barile di popcorn.

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Linkiesta Paper Estate 2020